Reperti “vecchi”, sale nuove!

Da ieri, venerdì 6 aprile, al secondo piano del MAF sono visitabili le nuove sale dedicate al Vaso François, al Sarcofago delle Amazzoni e ai Bronzetti greco-romani, recentemente riallestite grazie alla generosa donazione di Laura e Jack Winchester, liberalmente offerta al Museo Archeologico attraverso la Fondazione non profit Friends of Florence (allestimento stato curato dall’architetto Chiara Fornari e realizzato dalla ditta Machina s.r.l.).

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L’apparato didattico a corredo della sala

Il celebre Vaso François, capolavoro dell’arte vascolare greca, collocato in una nuova  nuova vetrina, è il fulcro di una nuova sala tutta nera, sulle cui pareti spiccano le riproduzioni (retroilluminate e in grande scala) del fregio principale con il matrimonio di Peleo e Teti. L’esposizione è corredata da un apparato didattico bilingue (in italiano e in inglese) e da due postazioni informatiche nelle quali i visitatori potranno agevolmente scorrere le immagini, approfondire i miti, le saghe e le storie degli antichi dei ed eroi della Grecia classica e della Guerra di Troia, scoprendo così quale fu il fascino che il Rex Vasorum (il Re dei Vasi) esercitò sugli aristocratici etruschi della potente città di Chiusi, che tra il 565 e il 550 a.C. lo acquistarono e lo posero in una grande tomba a sette camere.

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Le riproduzioni del fregio principale retroilluminate

Per la prima volta, inoltre, sono esposti accanto al grande cratere di Ergotimos e Kleitias due vasi figurati (della bottega del pittore Lydos) che solo recenti ricerche d’archivio hanno individuato come possibili elementi del corredo funerario di cui il Vaso François faceva parte. Uno di essi raffigura il Giudizio di Paride sulla bellezza delle tre dee Era, Atena e Afrodite, mito all’origine della Guerra di Troia, che quindi andrebbe a completare il ciclo mitologico della saga, integrandolo così con la parte iniziale della storia.

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I vasi prodotti nella bottega del Pittore di Lydos e il cratere nella nuova vetrina

In occasione dell’inaugurazione è stata presentata anche la guida del Vaso François, curata dal direttore Mario Iozzo, dettagliata e ampiamente illustrata (pubblicata dalla casa editrice Polistampa), destinata al pubblico anche non specialistico, disponibile sia in italiano che in inglese grazie alla traduzione di Andrew J. Clark.

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La guida edita da Polistampa

Il rinnovamento dell’apparato espositivo riguarda anche il Sarcofago delle Amazzoni, esempio unico al mondo di sepolcro di marmo dipinto (350 a.C.), destinato a una aristocratica dama di Tarquinia, nonna di un alto magistrato che l’ha onorata commissionando la splendida sepoltura. Ora protetto da un moderno dispositivo ad allarme sonoro, è stato anch’esso dotato di un nuovo apparato didascalico e didattico in doppia lingua, chiaro e comprensibile a tutti, che illustra le scene figurate e traduce le iscrizioni incise sulla sua superficie, spiegando anche il motivo per cui sono doppie. Anche in questo caso, due postazioni informatiche offrono ai visitatori la possibilità di scorrere le immagini e di avere approfondimenti (sia in italiano che in inglese) sulle raffigurazioni, la scoperta, lo stile, le pitture e i loro colori, le scene e i miti raffigurati.

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Il Sarcofago delle Amazzoni e l’apparato didattico della sala

Ai capolavori già esposti nella Sezione delle Collezioni, infine, si aggiunge negli splendidi ambienti realizzati all’epoca di Pietro Leopoldo di Toscana un’altra importante sezione, quella allestita da G. Carlotta Cianferoni e dedicata ai Bronzetti greco-romani. Tre ambienti e undici vetrine che accolgono 180 pregiatissime statuette di bronzo, sia originali greci che copie di età romana, un tempo parti della grande collezione mediceo-lorenese e in parte restaurate e integrate da artigiani e artisti della loro corte (tra i quali Benvenuto Cellini).

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L’ultima delle sale dedicate ai bronzetti

Ad esse si accompagnano ritratti di tragediografi, poeti e filosofi greci e parti di grandi statue in bronzo, nonché, a completamento dell’esposizione, statue in marmo e oreficerie che permettono un confronto tra quanto raffigurato su alcune opere in bronzo e gli oggetti reali.

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Gli ori in mostra

Vi aspettiamo!

 

#danzaconlarte al MAF: la “geranos”, la danza delle gru

Aprile trascorrerà, nella oramai ben nota campagna mensile di comunicazione Mibact, sotto l’insegna della danza, con l’ashtag #danzaconlarte. L’antichità ci ha lasciato innumerevoli rappresentazioni di danzatori e ballerini, ma forse non tutti sanno che una delle più importanti danze corali della Grecia antica quotidianamente si ripete in una delle vetrine più famose del MAF: quella del vaso François!

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Il lato B del Vaso François

Sul labbro del vaso, dal lato comunemente noto come B, è infatti la rappresentazione della geranos“, la “danza della gru”, celebrata da Teseo e dai giovani ateniesi scampati al Minotauro nel santuario di Apollo sull’isola di Delo.
Vuole il mito che Teseo, figlio del re di Atene Egeo, avesse accompagnato le sette coppie di ateniesi che la città doveva pagare come tributo al re di Creta Minosse, padre del Minotauro; i giovani sarebbero stati introdotti nel labirinto dove viveva il mostro dal corpo umano e testa di toro, affinché questi se ne cibasse.  Quando Teseo giunse a Creta la figlia di Minosse, Arianna, innamoratasi dell’eroe, gli consegnò un gomitolo di filo: srotolandolo mentre si addentrava nel labirinto e seguendolo dopo aver ucciso il mostro, Teseo uscì indenne dalla trappola cretese e salpò verso la patria, portando con sé Arianna. Prima di arrivare ad Atene la nave di Teseo fece però rotta verso l’isola di Nasso, dove Arianna fu abbandonata, e successivamente verso il santuario di Apollo a Delo, l’isola che aveva dato i natali al dio. Qui Teseo con i giovani ateniesi celebrò la buona riuscita dell’impresa con un rito particolare, quello della geranos, appunto. Si trattava di una danza in cui giovani e fanciulle, alternati, si tenevano per mano e con complesse evoluzioni spiraliformi mimavano l’ingresso e l’uscita dal labirinto, come racconta Callimaco nell’Inno a Delo:

“Teseo […] quando navigava, di ritorno da Creta coi fanciulli. Fuggivano il terribile muggito del selvatico figlio di Pasifae e la curva struttura tortuosa del labirinto. E ridestando, dea, il suono della cetra, con un cerchio di danze circondarono il tuo altare e Teseo guidò il coro.”
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Il fregio del labbro in cui è rappresentata la geranos

Sul vaso sono rappresentate, in contemporanea in un’unica scena, diverse sequenze, con una complessa sovrapposizione di piani temporali e spaziali. A sinistra si vede la nave di Teseo con a bordo i giovani esultanti: si tratta dell’arrivo a Delo, dove tutti festeggeranno celebrando l’impresa. In un continuum sono poi rappresentati i giovani che si tengono per mano, un maschio e una femmina, che seguono in un corteo danzante Teseo, che li guida con il suono della lira. Il fastoso abbigliamento dell’eroe e lo strumento che sostiene sono una chiara indicazione del fatto che si tratti di una “istantanea” della celebrazione e non del momento dell’uscita dal labirinto, quando Teseo sarà stato armato e vestito di abiti più semplici. Davanti a Teseo, accompagnata dalla nutrice (piccola, perché di importanza minore) si trova Arianna, che porge all’eroe un gomitolo.

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Teseo che conduce il corteo di danzatori al cospetto di Arianna, che gli porge il gomitolo, e della nutrice

Questo particolare apparentemente incongruente (Arianna era stata appena abbandonata sull’isola di Nasso!) introduce un altro piano di lettura: la celebrazione della geranos doveva prevedere, infatti, che i partecipanti al rito facessero rivivere tutta l’impresa che avevano portato a compimento in tutti i suoi momenti costitutivi, e la consegna del gomitolo era un momento saliente per il buon esito della vicenda. La geranos dipinta da Kleitías sul vaso François, dunque, non è soltanto il racconto di ciò che sarebbe avvenuto a Delo quando vi approdò Teseo col suo seguito, ma la rappresentazione di tutte le geranos che regolarmente, ogni anno, venivano ripetute sull’isola da celebranti sempre diversi: è il mito che rivive e si attualizza, ogni volta, attraverso le celebrazioni rituali.
Un ultimo, intrigante particolare, riguarda il nome della danza: geranos in greco antico significa gru. La gru è uno degli animali tradizionalmente legati ad Afrodite, e sappiamo che a Cipro e Nasso è attestato un culto di Arianna-Afrodite. Secondo Plutarco (Thes. 21) e Callimaco (Del. 306-309) Arianna, al momento della partenza da Creta, avrebbe donato a Teseo una statua di Afrodite, poi portata fino a Delo. Se quindi non si vuole supporre un semplice caso di coincidenza terminologica tra geranos-danza e geranos-uccello,  come pure da alcuni studiosi è stato proposto, la danza di Delo è veramente la danza delle gru. Questa danza, nota da un numero piuttosto consistente di rappresentazioni, avrebbe inoltre un fondamentale valore iniziatico. Per Teseo la vicenda del Minotauro infatti non è che l’ultima delle prove da superare per accedere a pieno titolo, al suo ritorno ad Atene, alla regalità in successione del padre; per i giovani che compivano il rituale si trattava di un rito di passaggio che dal mondo dei bambini li trasferiva definitivamente nella sfera degli adulti.

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Il particolare della nave di Teseo. nel cerchio rosso è ciò che rimane della firma di Kleitìas.

La geranos del François, dunque, agli occhi di chi sapeva leggerla, era molto di più di un semplice fregio decorativo: era un messaggio importante e denso di significato, così importante che una delle due firme che il pittore Kleitìas ha voluto apporre alla sua opera si trova proprio in corrispondenza della nave di Teseo.

#8marzoalmuseo: la più bella tra le donne (e tra le dee!)

Cipride*, che fra gli dei il desiderio dolce fomenta, e sopraffà in suo dominio le stirpi di genti mortali…
(Inno omerico ad Afrodite)

L’8 marzo al MAF è l’occasione per raccontare le donne nel mondo antico: i volti più noti del museo, la vita quotidiana e il mito. Quest’anno vi presentiamo infatti un itinerario alla ricerca della più bella tra le donne e le dee, Afrodite, proprio a partire dal recente riallestimento all’interno del percorso museale di una scultura che la rappresenta.
La prima Afrodite che accoglie i visitatori si trova al piano terreno, nell’ambiente di passaggio oltre l’ingresso del museo: si tratta di una scultura in marmo probabilmente italico. Si tratta dell’Afrodite “tipo Louvre-Napoli”, derivante da un prototipo verosimilmente di bronzo della fine del V sec. a.C., attribuito allo scultore Callimaco. La copia esposta sarebbe da datare ancora in tarda ellenistica (I sec. a.C.).

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Una copia? Sì, la maggior parte delle sculture greche che conosciamo sono repliche (risalenti a varie epoche) delle statue originali; esse venivano create ad uso dei ricchi cittadini romani, che amavano utilizzarle per decorare le dimore della Capitale e, soprattutto, i loro fastosi giardini, che risultavano così “popolati” da divinità e creature fantastiche seminascoste nel verde, come in una ambientazione teatrale.

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La replica, integra, conservata al Louvre (fonte)

La statua del tipo in questione raffigura la dea con un braccio alzato a sollevare un lembo del mantello ed uno portato in avanti; le copre il corpo un chitone leggerissimo, reso con un panneggio che gli studiosi definiscono “bagnato“: la stoffa infatti aderisce completamente al corpo, disegnandone le forme in maniera sensuale, come se fosse inzuppata d’acqua.
Un’altra Afrodite, o meglio Turan, come la chiamavano gli Etruschi, si trova al primo piano del museo, incisa su uno specchio in bronzo etrusco. L’incisione decorava la parte posteriore dello specchio, dalla superficie leggermente concava (sull’altra, leggermente convessa e lucidata, ci si specchiava). Nello specchio sono incise quattro figure: a sinistra la coppia formata dagli amanti Laran (Marte) e Turan; a destra Elena e Paride, coppia nata proprio per l’intercessione della dea. Turan, qui abbigliata con una lunga tunica, è spesso rappresentata sugli specchi e sugli oggetti della toeletta femminile per la sua affinità col mondo muliebre.

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Altre immagini di Afrodite si trovano rappresentate sui vasi attici esposti al secondo piano del museo, e anche queste sono legate al ciclo della guerra di Troia,  o meglio alla sua ragione scatenante. La guerra tra Greci e Troiani scaturì infatti a seguito del rapimento di Elena, moglie di Menelao, da parte di Paride, principe troiano. Ma perché Elena fu rapita? La causa furono proprio le trame di Afrodite, che nella gara di bellezza con Atena ed Era corruppe il giudice Paride con la promessa dell’amore della più bella tra le donne, appunto Elena. Sui vasi conservati al MAF Afrodite è rappresentata sia  nella scena col giudizio di Paride che come invitata al matrimonio di Peleo e Teti.  Fu proprio a quel matrimonio, infatti, che Eris,  la dea della discordia, adirata per non essere stata invitata, lanciò sul tavolo la mela d’oro con su scritto “alla più bella”, provacando il litigio tra le dee.

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Anfora attica, 510 a.c. circa.

Su un’anfora a figure nere le tre dee sono condotte da ermes, messaggero degli dei, al cospetto di Paride, che dovrà scegliere la più bella; sul vaso François, invece, nel fregio principale, Afrodite partecipa accompagnata da Ares al corteo divino in onore delle nozze di Peleo. Le figure non si vedono, ma siamo certi della loro presenza grazie ai nome scritto vicino all’ansa.

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Ricordiamo che mercoledì 8 marzo, per la Giornata Internazionale della Donna, l’ingresso al MAF (come in tutti i musei statali) sartà gratuito per tutte le donne.

*Afrodite viene chiamata anche Cipride perché, subito dopo la nascita dalla spuma del mare, sarebbe approdata a Cipro, dove era particolarmente venerata.

Istruzioni per l’uso: le FAQ dei Musei Archeologici di Firenze

Moltissimi siti internet hanno, oramai, una pagina dedicata alle Frequently Asked Questions: uno strumento che mette l’utente in grado di risolvere da solo le questioni più basilari, e di orientarsi con faciltà nella navigazione. Perché allora non dotare di uno strumento simile anche il nostro blog? Archeotoscana nasce anche per migliorare l’interazione tra il museo e il suo pubblico, e gli assistenti alla vigilanza sono i primi ad entrare in contatto con i visitatori e conoscere le loro più frequenti curiosità. Ecco dunque un primo prontuario per affrontare la visita!

Ma qual è l’origine degli Etruschi?

IMG_20130918_174132Nessun “mistero”, ma una storia affascinante e complessa che fin dall’antichità ha interessato gli storici e, in assenza di fonti dirette, continua a far discutere gli studiosi. Oramai è appurato il legame della lingua etrusca con quella parlata a Lemno, probabilmente riconducibile ad un’originaria presenza di genti “etrusche” nell’Egeo settentrionale e non imparentata con quella greca. Una ipotesi possibile ad oggi è dunque l’infiltrazione, nell’età del Bronzo Finale, di gruppi etnici di origine egea nell’Italia centrale, dove si sarebbero integrati e mescolati con le genti locali, dando origine alla civiltà villanoviana e successivamente a quella etrusca.

Cos’è il bucchero?

PhotoGrid_1421670913619Il bucchero è la ceramica di colore nero prodotta dagli Etruschi; è nero sia l’impasto che la superficie, che si presenta lucida e compatta. Il colore non è ottenuto con la pittura ma grazie ad un particolare procedimento di cottura in assenza di ossigeno, che impedisce le trasformazioni chimiche di ossidazione che fanno assumere la tipica colorazione aranciata ai minerali di ferro contenuti nell’argilla. L’aspetto e la forma dei vasi di bucchero sono molto simili a quelli dei più costosi vasi metallici, di cui costituivano una sorta di surrogato. Il nome deriva dal termine spagnolo bucaro, che designava una ceramica di colore nero di produzione sudamericana importata nel XVII sec., molto simile alle ceramiche etrusche.

Perché il vaso François si chiama così?

françois_interoIl vaso François, un cratere di produzione ateniese datato al 570 a.C., deve il nome a quello del suo scopritore, l’archeologo fiorentino Alessandro François. Il cratere proviene da una sepoltura nella necropoli etrusca di Fonte Rotella vicino a Chiusi, dove fu ritrovato in frammenti negli anni attorno alla metà dell’ottocento, e apparteneva all’aristocratico etrusco proprietario della tomba. Il vaso è celebre per le ragguardevoli dimensioni e la complessità del ciclo decorativo, oltre che per la sua peculiare storia, fatta di diversi restauri, all’interno del Museo di Firenze. Lo stesso Alessandro François ha lasciato il suo nome anche ad una celebre tomba scavata nella roccia a Vulci, di cui si sono conservate le pitture con i fatti relativi alla storia più arcaica di Roma.

Approfondimenti sul vaso François: 9/9/1900: il vaso François e il “sacrilego custode”; Il grande giorno del vaso François; The François Vase: New Perspectives

Perché ci sono tutti questi vasi greci a Firenze?

PhotoGrid_1421670719223Buona parte della ceramica di produzione attica e corinzia appartenente alle collezioni del Museo non proviene direttamente dalla Grecia, bensì dagli scavi effettuati in Etruria. Le ricche tombe etrusche esibivano infatti come beni di prestigio indicanti il rango del defunto i vasi importati dalle officine ateniesi e corinzie, che venivano utilizzati durante i banchetti (coppe, crateri, brocche) come nelle operazioni di toeletta (contenitori per essenze ed olio profumato).

Cosa ci fanno a Firenze tutti questi reperti egizi?

2010_06_16_15_42_47Il nucleo più consistente delle collezioni egizie del Museo si formò durante la spedizione italo francese in Egitto degli anni 1828-1829, guidata da J.-F. Champollion (colui che decifrò la Stele di Rosetta e di conseguenza i geroglifici) e I. Rosellini, egittologo pisano e suo discepolo. Il ricordo della spedizione è immortalato dal dipinto di G. Angelelli del 1830, esposto all’inizio della sezione egizia del museo, in cui si vedono i due archeologi con tutto il loro seguito, sullo sfondo delle rovine del tempio di Karnak. Al termine della spedizione i reperti recuperati furono divisi tra il Louvre ed il museo fiorentino.

Il carro egizio è una ricostruzione?

IMG_20130517_133231Uno dei pezzi più importanti nelle collezioni del museo è il carro egizio: non si tratta di una ricostruzione, bensì di un carro originale proveniente da una tomba di Tebe datata circa 1500 anni prima di Cristo. Qui fu deposto smontato assieme al suo proprietario, e il legno con cui è costruito si è conservato grazie al clima secco dell’Egitto. Il carro, che vediamo oggi rimontato con alcune parti di restauro, presenta tracce d’uso, che provano che il proprietario se ne servì per la guerra o la caccia.

Non ci sono sculture romane nel Museo?

faustinaBuona parte delle sculture antiche appartenute alle collezioni medicee è ancora oggi conservata agli Uffizi; delle sculture romane che invece erano collocate nel Museo Archeologico di Firenze oggi, a parte le teste ritratto in bronzo e qualche frammento di statua marmorea in giardino, non resta niente. All’inizio del Novecento esse erano sistemate in giardino, sotto le arcate che sostengono il corridoio mediceo (oggi inglobate all’interno del museo). Tolte dal giardino per ragioni conservative, oggi si trovano nel museo di Villa Corsini a Castello.

Perché ci sono dei tumuli in giardino?

Giardino museo archeologico (6) (Medium)Il giardino del Museo, detto “ameno” è uno dei giardini storici dei palazzi medicei fiorentini. Quando il direttore del Museo L. A. Milani decise l’allestimento dei materiali provenienti dagli scavi in Etruria al piano terreno, pensò di allestire l’esterno del palazzo mostrando i luoghi di provenienza della maggior parte dei reperti conservati all’interno. Furono così ricostruiti diversi esempi di tombe etrusche, a tumulo, scavate nella roccia, a dado, a pozzetto e i semplici sarcofagi, in una sorta di museo en-plein-air ancora oggi di gradevolissima fruizione. Alcune tombe furono letteralmente smontate nelle necropoli di provenienza (in luoghi spesso difficili da raggiungere e all’epoca afflitti dalla malaria) e rimontate a Firenze; altre furono invece ricostruite ex-novo, come la tomba Inghirami di Volterra.

Approfondimenti sul giardino: Fra archeologia e rose: il giardino del MAF; Il giardino, il giardiniere e i giardinieri; Una giornata da dimenticare per il giardino del MAF.

Il grande giorno del Vaso François

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Il 9 settembre del 1844 venne alla luce il primo frammento del Vaso François.

Il 3 novembre 1844 è la data convenzionale della sua scoperta.

Il 9 settembre 1900 il Vaso François fu distrutto da un custode durante una lite con un collega.

Queste sono le date importanti del Vaso François. Ma un’altra data va aggiunta ora, ed è  il 20 marzo 2014: perché in questo giorno il Vaso François è sceso in mezzo alla gente, per citare le parole di Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, in una giornata completamente dedicata ad esso, dal mattino, con la presentazione nella Sala de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio, del volume “The François Vase: new perspectives fino al pomeriggio inoltrato, quando il Vaso François è stato esposto eccezionalmente fuori dalla sua vetrina per tre ore, per consentire al pubblico dei visitatori e degli interessati di vedere “dal vivo”, senza il limite imposto dalla teca, il vaso attico più bello e più celebre del mondo.

La presentazione del volume "The François Vase: new perspectives" nel Salone de' Cinquecento
La presentazione del volume “The François Vase: new perspectives” nel Salone de’ Cinquecento

Il grande giorno del Vaso François ha avuto inizio alle 10 del mattino a Palazzo Vecchio, nello splendido Salone de’ Cinquecento: una cornice decisamente prestigiosa per un evento di archeologia importante, come ha fatto notare il Soprintendente Andrea Pessina che, inaugurando i lavori, ha sottolineato come l’archeologia debba riacquistare una centralità a Firenze. Che Firenze debba “riscoprire” l’archeologia è un tema caro anche a Piero Pruneti, il quale dice espressamente “mi piacerebbe che il Vaso François scendesse tra la gente”, che potesse diventare il simbolo di una rivalsa dell’archeologia in una città che è “distratta” nei suoi confronti. E le occasioni per portare l’archeologia al centro della vita culturale del capoluogo fiorentino non mancheranno, assicura Pessina: nel 2015, anno del 150enario di Firenze Capitale, una grande mostra di carattere archeologico si svolgerà a Palazzo Strozzi e nel 2016, cinquantenario dell’Alluvione di Firenze del 1966, il Museo Archeologico di Firenze sarà protagonista di varie iniziative, dato che a causa di quel tragico evento il museo fu sconvolto e a seguito dei danni che subì fu istituito il Centro di Restauro della Soprintendenza, da allora punto di riferimento anche internazionale nel campo del restauro archeologico. Proprio la direttrice del Museo Archeologico di Firenze, Carlotta Cianferoni, riporta il discorso sul Vaso François che, garantisce, nel futuro sarà al centro di una serie di attività e di visite guidate.

Dettagli del vaso François: Efesto ubriaco torna sul Monte Olimpo a dorso di mulo
Dettagli del vaso François: Efesto ubriaco torna sul Monte Olimpo a dorso di mulo

E si entra allora nel vivo dell’incontro sul Vaso François, moderato da Mario Iozzo, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, curatore del volume “The François Vase: new perspectives” che sta per essere presentato ufficialmente. Innanzitutto Susanna Sarti della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana  traccia un profilo di Alessandro François, lo scopritore del vaso. Figura importante, ma ancora poco nota nell’archeologia dell’800, egli non solo scoprì il vaso François in una tomba etrusca a Chiusi, ma anche la Tomba della Scimmia di Chiusi e la Tomba François di Vulci; inoltre condusse scavi archeologici in buona parte del Granducato di Toscana nella prima metà dell’800, a Populonia, a Roselle, a Cosa, scoprì il tumulo di Camucia a Cortona.

Il Vaso François viene scoperto in un momento culturale in cui la ceramica greca sta acquisendo un’importanza e un valore pari alla statuaria sia negli interessi degli antiquari e dei collezionisti privati che nelle grandi gallerie. La sua musealizzazione segue di pari passo la storia dell’istituzione del museo archeologico di Firenze, dapprima, nel 1871, come Museo Etrusco in via Faenza, poi, dal 1883 nel Palazzo della Crocetta, ancora oggi sede del museo. Oggi è esposto al 2° piano del museo, nella sezione dedicata alla ceramica greca.

Gli interventi che si susseguono durante la mattinata sono rivolti alla presentazione del volume e ad alcune riflessioni di approfondimento sulle raffigurazioni che il pittore Kleitias rappresentò sui fregi del vaso.

françois_interoAl pomeriggio il Vaso François è stato protagonista di un evento senza precedenti: è stato esposto nel corridoio del 2° piano del Museo Archeologico Nazionale di Firenze fuori dalla teca. I visitatori hanno così avuto la possibilità di vedere il vaso “senza veli”, di osservarlo davvero da vicino, di notare dettagli che solitamente non si vedono, come il tassello lasciato come testimone del primo restauro ottocentesco, oppure i fori di restauri eseguiti in antico, o i difetti nella cottura o ancora i dettagli nelle raffigurazioni, come il nodo nella criniera dei cavalli del corteo nuziale per le nozze di Peleo e Teti, rappresentato sul fregio principale del vaso. A far notare i dettagli, a raccontare le storie del Vaso, a svelarne le curiosità, Mario Iozzo, il quale ha risposto alle domande dei visitatori durante le 3 ore di esposizione del vaso, mentre scorrevano sulle pareti i dettagli dei singoli fregi, fotoraddrizzati grazie all’impiego di un software creato ad hoc per il vaso François.

Dettagli dal vaso François: la criniera dei cavalli
Dettagli dal vaso François: la criniera dei cavalli
I visitatori davanti al Vaso François fuori dalla sua vetrina
I visitatori davanti al Vaso François fuori dalla sua vetrina

Alle 18 di questa lunga e bella giornata, il Vaso François è ritornato nella sua teca, nella sua sala dedicata alla ceramica greca di età arcaica. Vederlo “dal vivo”, senza la mediazione del vetro, è stata un’emozione: poter avvicinarsi così tanto ha suscitato anche una certa soggezione in tutti, dai visitatori agli assistenti alla vigilanza agli studiosi che dopo aver partecipato la mattina all’incontro a Palazzo Vecchio sono venuti poi al museo a vedere di persona il protagonista della giornata.

The François Vase: New Perspectives. Presentazione del volume sul Vaso François

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Giovedì 20 marzo 2014, alle ore 10,00, nella splendida cornice storica del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, a Firenze, verrà presentato al pubblico il volume The François Vase: New PerspectivesPapers of the International Symposium – Villa Spelman, Florence 2003 (editors H. Alan Shapiro, Mario Iozzo e Adrienne Lezzi-Hafter)

I due tomi (uno con la raccolta dei testi e uno con tavole e disegni) sono il frutto di un lungo lavoro che ha portato all’edizione degli atti di una tavola rotonda internazionale, aperta esclusivamente a specialisti del Vaso François e del suo complesso programma iconografico, che si era tenuta nel 2003 a Villa Spelman, sulle colline del Forte Belvedere, all’epoca sede della Johns Hopkins University di Baltimora.

Una raccolta di 11 contributi, tutti proposti in lingua inglese da studiosi italiani, statunitensi, inglesi, tedeschi e svizzeri, specialisti di iconografia greca e in particolar modo delle ampie e articolate tematiche poste dal celebre cratere modellato ad Atene intorno al 565 a.C. dal vasaio Ergotimos e dipinto dal ceramografo Kleitias, esportato a Chiusi, all’epoca potente e florida città etrusca, e deposto nella tomba di una famiglia principesca, dove fu trovato nel 1844 da Alessandro François, Commissario di guerra dei Granduchi di Toscana, ma anche erudito e appassionato archeologo.

La nutrita serie di studi affronta problemi che spaziano dalla storia del vaso al suo possibile contesto di rinvenimento, dall’iconografia agli aspetti tecnici, dalle varie teorie interpretative alle molteplici valenze culturali di cui il vaso e il suo complesso programma iconografico furono caricati una volta che esso giunse in Etruria, fino all’ancora irrisolta questione se in un vaso di questo livello qualitativo, di questo impegno artistico e artigianale, di tanta inventiva e creatività non si possa riconoscere una commissione speciale di un principe etrusco richiesta direttamente ai produttori ateniesi.

Grazie a questo volume, un’opera così importante e complessa come il Cratere François viene ora collocata, con maggior precisione, in un più ampio e articolato contesto storico, sociale, artistico e persino commerciale, oltre trent’anni dopo il fondamentale studio a cura di Mauro Cristofani e Maria Grazia Marzi, Materiali per servire alla storia del Vaso François (Roma 1981) e a pochi anni dall’edizione della monografia di Mario Torelli, Le strategie di Kleitias (Milano 2007), opera il cui contenuto è uno sviluppo dell’articolo dello stesso autore in questo volume.

Per l’occasione, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ha realizzato una nuova campagna fotografica digitale ad altissima risoluzione, con oltre 600 scatti che, grazie a uno specifico software, sono stati ricomposti fino a riprodurre ciascun fregio nel suo intero sviluppo; tali fregi (arricchiti da dettagli ingranditi e con tutte le iscrizioni chiaramente leggibili) sono posti (a confronto) accanto ai disegni realizzati nel 1899 da Karl Reichhold e successivamente pubblicati da Adolph Furtwängler.

Questo il programma della Presentazione del 20 marzo, che si svolge sotto il patrocinio del Comune di Firenze e della Regione Toscana, grazie al supporto del Museo Ferragamo (Firenze) e della famiglia François (Antella, Firenze) e in collaborazione con la rivista Archeologia Viva:

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Il volume è edito dalla casa editrice Akanthus, di Kilchberg (Zurigo) e la redazione finale ha usufruito delle attente cure di Adrienne Lezzi-Hafter; il lay-out è stato realizzato da Mark Manion. La realizzazione delle nuove riprese fotografiche è stata coordinata da Mario Iozzo e realizzata da Fernando Guerrini, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della toscana.

Contributi (192 pagine, con 71 immagini in bianco e nero)

H. A. Shapiro: “The François Vase: 175 Years of Interpretation”

M. G. Marzi: “Was the François Crater the only Piece from the Dolciano Tomb?”

C. Reusser: “The François Vase in the Context of the Earliest Attic Imports to Etruria”

M. Iozzo: “The François Vase: Notes on Technical Aspects and Function”

J. Gaunt: “Ergotimos epoiesen: the Potter’s Contribution to the François Vase”

M. Torelli: “The Destiny of the Hero – Toward a Structural Reading of the François Vase”

B. Kreuzer: “Myth as a Case Study and the Hero as Exemplum

J. Neils: “Contextualizing the François vase”

R. von den Hoff: “Theseus, the François Vase and Athens in the Sixth Century B.C.”

J. M. Barringer: “Hunters and Hunting on the François Vase”

A. Lezzi-Hafter: “Where the Wild Things Are – The Side-Themes on the François Krater

Indici

Tavole (56 pagine)

7 pagine di introduzione con 13 foto a colori; 48 pagine di tavole a colori e gli apografi delle firme del vasaio Ergotimos e del pittore Kleitias e 17 disegni dei fregi (eseguiti nel 1899 per la monumentale opera di A. Furtwängler e K. Reichhold, Griechische Vasenmalerei. Auswahl hervorragender Vasenbilder, München 1900 – 1927), nonché, editi per la prima volta, il profilo e la sezione del vaso, che rivelano la complessa conformazione delle anse a voluta.

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Durante la manifestazione verrà proiettato un filmato con le nuove immagini digitali del Vaso François, realizzato da Simone Bellucci (SBAT), con musiche originali di Walter Maioli tratte da “Flauti Etruschi” (produzione Soundcenter).

In occasione della giornata, dalle ore 15,00 alle 18,00, presentando alla biglietteria del Museo Archeologico un tagliando che verrà appositamente rilasciato ai partecipanti all’iniziativa, sarà possibile ottenere una riduzione del 50% sul costo del biglietto (dunque, con soli € 2,00), per poter ammirare il Vaso François da vicino ed eccezionalmente fuori dalla sua vetrina.

Firenze, Museo Archeologico Nazionale: San Valentino al museo

In occasione di San Valentino, festa degli innamorati, vi suggeriamo un itinerario, tra i tanti possibili all’interno del museo Archeologico Nazionale di Firenze, che focalizzi l’attenzione sui reperti che in qualche modo parlano d’amore. Buona visita dunque, virtuale o reale che essa sia!

Il nostro percorso ideale prende il via al piano terreno, negli spazi tra il Salone del Nicchio, che ospita la mostra “Cortona. L’alba dei principi etruschi” e quelli dell’ex museo topografico, dove è ancora allestita la mostra “Signori di Maremma”. È proprio qui che si trova un altare funerario romano, concepito per conservare i resti terreni di due coniugi ed allo stesso tempo accogliere le offerte e le preghiere a loro rivolte. Sulla sommità dell’altare sono infatti due cavità funzionali all’inserimento delle due urne cinerarie, mentre sulla faccia principale è rappresentato il momento saliente della cerimonia matrimoniale. I due sposi sono colti infatti nell’atto della dextrarum iunctio, la giunzione delle mani destre, il gesto che sanciva l’unione della coppia maritale. Dei coniugi conosciamo il nome, iscritto nella parte anteriore dell’altare: Vinicius Corinthus e Vinicia. Tra i due personaggi è una iscrizione che riporta anche i nomi di Vinicia Glaphyra e di suo figlio Vinicius Castus, che indica che il monumento, originario dell’età augustea, fu riutilizzato in epoca successiva.altare_funerario

Altare funerario romano. Nei dettagli le cavità per le urne, le iscrizioni, la dextrarum iunctioAl termine del lungo corridoio del piano terreno, subito dopo la fine della mostra, si trova sulla sinistra una vetrina dedicata all’infanzia: all’interno sono raccolti giochi e rappresentazioni di fanciulli, alcuni dei quali alati. Si tratta di amorini, rappresentazioni del dio greco Eros (Amor per i Romani) in forme infantili, a simboleggiarne la tenerezza ed allo stesso tempo la capricciosità. La rappresentazione del dio fanciullo, tipica dell’età ellenistica, lo vuole ritratto intento a maneggiare le sue armi, arco e frecce, a suonare il flauto oppure languidamente addormentato.

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Amorini in bronzo

Al primo piano del museo, nella sala III della sezione egizia, davanti al carro, si incontra invece una curiosa rappresentazione di un uomo seduto affiancato da due donne. Si tratta dello scriba Huemascia, che abbraccia la moglie Baket (il nome è iscritto sulla tunica), vissuto durante la XVIII dinastia (XVI-XIV sec. a.C.). Stranamente, la moglie è rappresentata due volte, a destra e a sinistra del marito, forse per simmetria nella composizione della scultura. Sul retro sono invece rappresentati i nove figli della coppia, ciascuno con l’indicazione del proprio nome.

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Ritratto dello scriba Huemascia e della moglie Baket, XVI-XIV sec. a.C.

Salendo al secondo piano del museo, all’inizio del corridoio centrale, si incontra, accanto al ritratto di Treboniano Gallo, quello di Antinoo. Amasio dell’imperatore Adriano, vissuto nella prima metà del II sec. d.C., Antinoo era un giovane originario della Bitinia che si unì al seguito dell’imperatore e lo accompagnò sempre nei suoi viaggi, fino all’ultimo, tragico, in Egitto, durante il quale morì annegato nel Nilo. L’imperatore in sua memoria eresse una città, Antinoe, lo divinizzò e gli dedicò statue in tutto l’Impero.

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Ritratto di Antinoo, 130-134 d.C. o ritratto all’antica

L’itinerario si conclude con le raffigurazioni dei miti greci sulla ceramica attica. Nella sala XII troviamo uno dei capolavori ospitati dal Museo, il Vaso François. Sul corpo del vaso si dispiega una vera e propria antologia illustrata del mito greco: sulla spalla troviamo anche la rappresentazione di un famosissimo matrimonio, cui fece seguito un avvincente intreccio di amori e tradimenti alle origini nientemeno che della guerra di Troia. Si tratta del matrimonio di Peleo e Teti, i genitori di Achille. Gli sposi sono rappresentati lui davanti a casa, nell’atto di salutare gli invitati che portano doni, e lei seduta all’interno dell’abitazione (si conserva soltanto la parte inferiore del corpo).

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Peleo e Teti sulla spalla del vaso François

Alla festa di nozze per Peleo e Teti, cui parteciparono tutti gli dei,  non fu invitata Eris, dea della discordia, che per vendicarsi offrì “alla più bella” tra le dee un pomo d’oro. A dirimere la contesa immediatamente sorta tra Afrodite, Atena ed Era su chi meritasse il pomo fu chiamato il principe troiano Paride, che come ricompensa per aver scelto Afrodite ricevette l’amore della bella Elena, moglie del greco Menelao. Ed è proprio il giudizio di Paride che troviamo raffigurato su un’anfora della sala XIII: le tre dee, sulla sinistra della scena, attendono al cospetto di Hermes il responso del principe, all’estrema destra.

Anfore attiche. A sin. il giudizio di Paride, 510 circa a.C.; a des. Elena e Menelao, 520-510 a.C. circa
Anfore attiche. A sin. il giudizio di Paride, 510 circa a.C.; a des. Elena e Menelao, 520 a.C. circa

Il rapimento di Elena da parte di Paride causò l’ira dei Greci, che mossero guerra alla città di Troia. Al termine dei dieci lunghi anni di conflitto Menelao riuscì a ricondurre a casa la moglie traditrice, come raffigurato sull’anfora posizionata accanto alla precedente.

 

Il pdf dell’articolo è scaricabile cliccando sull’icona sottostante… vi aspettiamo, allora, per festeggiare S. Valentino al Museo!

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