4/11/1966: l’Arno esonda e spazza via il Museo Topografico dell’Etruria

Oggi, 4 novembre, si ricorda una delle ricorrenze della storia recente di Firenze più impressa nella memoria dei suoi abitanti: l’alluvione del 1966 è stata un evento talmente eccezionale da condizionare molti aspetti della vita della città negli anni a venire. Chiunque abbia vissuto quel tragico evento porta con sé un ricordo indelebile. Non solo le persone, ma anche i monumenti e gli istituti culturali della città quel giorno furono scossi dall’ondata di acqua e fango. Tra questi il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Questa è la storia di quei terribili momenti e delle conseguenze che ne derivarono: il Museo Archeologico, infatti, dopo quel 4 novembre, non sarà più lo stesso…

Nei giorni fra l’Ottobre e il Novembre del 1966 la zona di Firenze fu colpita da violente e intense precipitazioni. La situazione già difficile precipitò nella notte fra il 3 e il 4 Novembre, quando l’Arno straripò in più punti, inondando il centro di Firenze e molte altre parti della città e della provincia fiorentina. Fu un evento eccezionale ed inaspettato per le sue proporzioni: mai a Firenze l’Arno, sebbene avesse spesso esondato, aveva raggiunto una tale furia.

alluvione

L’Arno esondato visto dal Piazzale Michelangelo

Anche il Museo Archeologico di Firenze venne raggiunto dalle acque melmose e piene di nafta: a essere danneggiate pesantemente furono le collezioni del Museo Topografico dell’Etruria, situato al piano terreno del Museo, dove le acque arrivarono in qualche sala a oltre due metri di altezza, lasciando una coltre di fango oleoso su gran parte di ciò che avevano sommerso e causando moltissimi danni, non solo per la quantità di oggetti danneggiati, ma anche per la distruzione dell’ordine in cui erano esposti e conservati e per la cancellazione di gran parte degli elementi di identificazione diretta. Vennero rovesciate le vetrine poste al centro delle sale, in parte anche trascinate via dalla violenza dell’acqua e caddero i palchetti di alcune delle vetrine collocate lungo le pareti. I reperti colpiti dalla furia delle acque furono danneggiati dalla caduta, per l’immersione in acqua o anche solo a causa della forte umidità; gran parte dei cartellini inventariali si staccarono e andarono perduti, mentre altri pezzi non erano ancora stati inventariati al momento dell’alluvione: in sostanza nel giro di poche ore venne in gran parte distrutto il lavoro paziente e metodico compiuto dagli studiosi sui materiali della civiltà etrusca dalla fine dell’800 in poi.

Le Sale del Museo Topografico alluvionate e il Cortile Romano in una foto del Gennaio 1968

Le Sale del Museo Topografico alluvionate e il Cortile Romano in una foto del Gennaio 1968

Le vetrine del Museo Topografico fotografate dopo l’alluvione.

Le vetrine del Museo Topografico fotografate dopo l’alluvione.

Oltre al Museo Topografico furono completamente sommersi dall’alluvione anche il Laboratorio e l’Archivio Fotografico, luogo che custodiva una documentazione insostituibile. Si procedette pertanto all’immediato tentativo di recupero di tutti i positivi e negativi in esso contenuti: le operazioni di lavaggio e asciugatura delle lastre furono svolte presso il Museo di Fiesole e portarono al recupero di circa il 90% delle lastre.

Il Gabinetto Fotografico dopo l'alluvione

Il Gabinetto Fotografico dopo l’alluvione

Lavaggio delle lastre fotografiche presso il Museo di Fiesole

Lavaggio delle lastre fotografiche presso il Museo di Fiesole

Per procedere a un recupero di tutti i materiali si partì dalla raccolta della documentazione bibliografica, per poi documentare con fotografie la situazione del Museo dopo il passaggio dell’alluvione, scattando fotografie sala per sala e vetrina per vetrina; vennero quindi riordinati gli inventari miracolosamente scampati all’ondata e si costituirono all’interno del museo stesso dei depositi provvisti di deumidificatori pronti a ricevere i materiali archeologici via via estratti dalle sale alluvionate. Le operazioni metodiche di recupero vennero iniziate nella seconda metà del Dicembre 1966 e durarono fino all’inizio dell’estate successiva: i materiali archeologici vennero raccolti come si trovavano e, dopo una sommaria pulizia, confrontati per un primo riconoscimento con gli inventari e le fotografie, per poi essere sistemati, ancora in frammenti e sporchi di fango, nei contenitori collocati nei depositi climatizzati in attesa del restauro. Anche il piccolo laboratorio di restauro della Soprintendenza era stato distrutto con tutte le sue attrezzature; si dovette provvedere quindi a organizzare nuovi locali da adibire a laboratorio fotografico e di restauro per il primo intervento: grazie a lavori urgentissimi la Soprintendenza ai Monumenti rese agibili due grandi saloni all’interno dell’immobile del Palazzo ex Innocenti (già di proprietà del Museo in quanto acquistato a cura di Antonio Minto nel 1942), permettendo così di iniziare i lavori di recupero dei materiali.

Operazioni di recupero dei materiali dopo l’alluvione

Operazioni di recupero dei materiali dopo l’alluvione

Dopo l’alluvione si creò quindi un’unità operativa capace di intervenire da subito sui reperti ceramici, mentre per quelli metallici furono necessarie attrezzature più sofisticate e tempi più lunghi (il restauro degli oggetti metallici e il relativo laboratorio, con annesso laboratorio di analisi fisico-chimiche e radiologico, furono così progettati con calma ed entrarono in funzione alla fine del 1969 in locali diversi da quelli degli altri laboratori). Fondamentale fu il contributo dell’Istituto Centrale per il Restauro di Roma e i finanziamenti messi a disposizione dal ministero per i Beni Culturali: il Laboratorio di Restauro di Firenze riuscì in pochi anni a recuperare quasi completamente i reperti alluvionati. Successivamente gli spazi ricavati nel Palazzo Innocenti divennero inadeguati alle dimensioni dell’operazione di recupero, cui si affiancò subito quella altrettanto importante della catalogazione: fu quindi creato un Centro di Restauro dotato di attrezzature specialistiche nella sede del Palazzo Bruciato, dove agli operatori della Soprintendenza furono affiancate anche ditte esterne. Sarà proprio questo Centro a restaurare i due Bronzi di Riace fra il 1975 e il 1980. In seguito il Centro trovò una sede più adeguata in via Manni, dove è rimasto fino al 2002, per essere infine trasferito nell’attuale sede di largo del Boschetto su via di Soffiano.

Dopo l’alluvione il Museo Topografico non è più tornato ad essere quello di un tempo: negli anni ‘90 andarono a vuoto vari tentativi di riaprirlo, tra problemi economici e dubbi metodologici e museografici, finchè le sale non vennero definitivamente smantellate per ricavarne uno spazio espositivo per mostre temporanee (oggi vi è ospitata  la mostra “Signori di Maremma”).

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