Escape room… Al museo!

E se una sera un custode stanco e un po’ distratto rinchiudesse un gruppo di visitatori sprovveduti nelle sale del museo? Riuscirebbero i malcapiati a cavarsela e scovare il nascondiglio della chiave, risolvendo gli enigmi nascosti tra antichi reperti e scatoloni polverosi?

Il Museo, che già da tempo si propone ai visitatori per la fruizione in un orario diverso, serale, offrendo la possibilità di percorsi guidati a tema, diventa adesso luogo di incontro e condivisione in cui è possibile imparare divertendosi. Già nel mese di luglio, negli spazi della mostra “Mummie – viaggio verso l’immortalità” ha avuto luogo il gioco “Delitto in Egitto”, in cui i visitatori si sono improvvisati detective dell’antichità per risolvere un misterioso delitto vecchio di millenni.

Un gruppo di visitatori impegnati a risolvere il mistero in Egitto!

Il 3 settembre sarà la volta dell’escape room, un gioco in cui i partecipanti saranno chiamati a collaborare per superare una serie di enigmi che li condurranno alla chiave, indispensabile per uscire dalle sale della sezione greco-romana in cui sono stati rinchiusi prima di mattina!

L’attività sarà ripetuta in tre turni nel corso della serata, alle 19, alle 20 e alle 21 ed è gratuita, ma la prenotazione è obbligatoria all’indirizzo pm-tos.maf.didattica@beniculturali.it, a partire da lunedì 26 agosto.

AVVISO DEL 26/08 ORE 10,45:

CI DISPIACE MA I POSTI PER IL 3 SETTEMBRE SONO GIA’ ESAURITI!!!

L’INIZIATIVA SARA’ RIPETUTA A BREVE

L’ingresso al museo costa 8 euro (ridotto 2 euro). Il gioco è adatto a grandi e bambini dai 12 anni, accompagnati da un adulto.

Vi aspettiamo!

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La testa Lorenzini approda al MAF

La Testa Lorenzini, uno dei capolavori della scultura etrusca, probabilmente parte di una grande statua di culto del dio Aplu (Apollo) che si ergeva in un tempio dell’antica Velathri (Volterra), è stata acquistata dalla Direzione Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Ministero per i beni e le attività culturali su proposta della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e per le province di Pistoia e Prato e sarà presentata mercoledì 5 giugno 2019 alle 17.00 nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, al quale è stata destinata dal Ministero e dove sarà stabilmente esposta al pubblico.

Alla presentazione parteciperanno il Direttore generale Musei Antonio Lampis, il Direttore generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio Gino Famiglietti, il Direttore del Polo museale della Toscana Stefano Casciu, il Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e per le province di Pistoia e Prato Andrea Pessina, e il Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze Mario Iozzo.

Fino al 1997 la celebre scultura, già di proprietà della famiglia Lorenzini, da cui il nome con il quale è conosciuta, era stata data in prestito dai proprietari ed esposta nel Museo Etrusco Guarnacci di Volterra. Successivamente ritirata dai proprietari, e messa in vendita nel 2019, è stata oggetto dell’esercizio del diritto di prelazione da parte del Mibac, che, come previsto dal Codice dei beni Culturali e del Paesaggio (DLgs 42/04), ha manifestato il proprio interesse ad quistare il bene che stava per essere alienato per € 355.000. Grazie a questo acquisto da oggi il pubblico, dopo 22 anni nei quali la Testa Lorenzini è rimasta non più visibile, potrà nuovamente ammirare questo capolavoro, presente in tutti i manuali di etruscologia e arte antica, presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il più grande e importante museo archeologico d’Italia a nord di Roma.

La straordinaria scultura, databile intorno al 480 a.C., definita da Ranuccio Bianchi Bandinelli “la più greca delle opere etrusche”, è il più antico esempio noto nell’Etruria centro-settentrionale di una figura scolpita nel marmo delle Alpi Apuane (il marmor lunensis dei Romani, oggi di Carrara). Riveste inoltre una notevole importanza perché come statua di culto divenne presto fonte di ispirazione per una serie di statuette in bronzo diffuse in tutto il territorio volterrano e certamente adoperate per i culti domestici. Opera di un abile scultore etrusco il cui stile rivela forti influssi greco-orientali (nella massiccia volumetria, nei grandi occhi a mandorla, negli zigomi alti e prominenti), la scultura mostra anche caratteristiche tipiche dell’arte etrusca, come la fronte bombata, la complessa acconciatura dei capelli che rigonfiano il profilo della calotta cranica e la resa a rilievo delle arcate sopraciliari. Gli occhi, realizzati probabilmente in pasta vitrea e in altri materiali semipreziosi da inserire nelle orbite vuote, derivano dalla tecnica delle statue in bronzo.

La Testa Lorenzini sarà collocata nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze accanto ad altre opere di primaria importanza per la conoscenza della civiltà e dell’arte etrusche, come la Mater Matuta, il cinerario di un defunto accompagnato dalla divinità infernale Vanth e il grande coperchio di sarcofago detto dell’Obesus etruscus, andando così a integrare la collezione delle sculture etrusche del museo fiorentino con un contributo di grandissimo valore.

Cinerario di Chianciano
Mater Matuta

Profumi del mondo antico

Gli uomini possono chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non possono sottrarsi al profumo. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere.

P. Süskind, Das Parfum

Askos a forma di paperella, con raffigurata una figura alata che regge nella sinistra un alabastron, vasetto per unguenti e profumi, e nella destra il tappo con la bacchettina che serviva per attingere il prezioso contenuto-

Jean-Baptiste Grenuille, ambiguo protagonista de Il Profumo di Süskind, con poche calibrate frasi ci dimostra come gli odori facciano parte del nostro vivere più intensamente di quanto noi stessi spesso non ci accorgiamo. Anche i greci se ne resero conto presto, visto che le prime testimonianze dell’arte profumiera risalgono all’età del Bronzo. Intorno al IV-III sec. a.C. l’arte profumiera è talmente sviluppata da richiedere un articolato linguaggio tecnico, ed è proprio a questo periodo che risale il primo trattato scientifico sui profumi, intitolato “Sugli odori”. L’autore, Teofrasto di Ereso, allievo di Platone prima e di Aristotele poi, continuò la ricerca dei due grandi filosofi, innovandola profondamente. Non si limitò a catalogare i diversi tipi di odori, ma analizzò il mondo delle piante aromatiche, e soprattutto i procedimenti che portavano dal trattamento delle sostanze odorose alla creazione di veri e propri profumi, lasciandoci dunque un manuale di profumeria antica.

Aryballoi etrusco corinzi (di produzione etrusca ad imitazione di quelli fatti a Corinto, a sinistra) e corinzi, a destra. VII sec. a.C.

Prima di essere mero strumento di bellezza effimera – “un lusso che tra tutti è il più vano” lo chiama Plinio il Vecchio (NH XIII,4), sottolineando come il profumo, a differenza dei gioielli, sparisce senza lasciare traccia, oltretutto senza essere percepito da chi lo portava, che lo indossava quindi solo per il piacere altrui – il profumo era un potente strumento di collegamento col mondo divino: veniva bruciato come offerta nelle cerimonie religiose e i suoi fumi salivano fino alle divinità e con esso si ungevano i corpi dei defunti da consegnare all’Oltretomba. Dalla cura del corpo dei morti passa infine a quello dei vivi, sancendo il passaggio dal mondo del sacro al profano. Passaggio non indolore, segnato anche dal veto di personalità del calibro di Socrate, che sottolineavano il potere illusorio del profumo al servizio di un mondo di vanità.

Allora come oggi i profumi avevano un costo elevatissimo, dovuto soprattutto alla rarità delle materie prime necessarie alla lavorazione. Come si faceva un profumo? In generale usando una sostanza odorosa di origine vegetale o animale che veniva macerata a caldo o a freddo in una sostanza grassa – la più utilizzata, perché garantiva la maggiore conservazione, era l’olio inodore – e talvolta colorato con l’aggiunta di un altro ingrediente.

In Grecia si usavano soprattutto piante aromatiche e fiori fissati in olio d’oliva: iris, rose, gigli.

Nel giardino nel MAF ogni primavera si respirano i profumi dell’antica Grecia!

Anche allora c’erano profumi di tendenza, alla moda, e altri quasi legati a un marchio, per così dire DOC, prodotti esclusivamente in alcune località come il Panathenaicum di Atene. Il packaging era ricercato e prezioso: vasetti di moltissime forme diverse, anche piccoli animaletti o testine umane, di ceramica, ma anche in vetro, piombo o alabastro, riccamente decorati preservavano gli oli profumati da luce e calore. Il design era elegante , ma allo stesso tempo estremamente funzionale. Il contenitore infatti era sempre di dimensioni ridotte (non si poteva certo vendere un prodotto di lusso in flaconi enormi) e con un’imboccatura molto stretta per permettere di versarne poche gocce alla volta. Con l’aryballos di Corinto si raggiunse il massimo tecnologico. Intorno all’apertura del vaso venne posto un caratteristico dischetto concavo, un salvagoccia per così dire, che permetteva di raccogliere e conservare di nuovo, il profumo versato in eccesso.

Aryballoi configurati: a figura umana e a forma di paperelle

Non mancavano certo le contraffazioni e le scorrettezze. Talvolta le sostanze alla base del profumo erano di scadente qualità o deperivano prima di quelle fatte con l’ingrediente più costoso, ma venivano vendute esattamente allo stesso prezzo. I profumieri non lasciavano uscire un cliente indeciso dalla loro bottega senza prima fargli provare il rhodinon, un profumo a base di rosa talmente penetrante da impedire poi la percezione di altri profumi. In questo modo il cliente perduto non avrebbe potuto acquistare niente neanche dalle botteghe concorrenti.

 

Leonardo… al MAF!

Dal 12 al 14 aprile 2019 si svolgerà “Firenze dei bambini”, il festival cittadino pensato per i più piccoli, che quest’anno, nella ricorrenza del cinquecentenario della morte, sarà dedicato a Leonardo da Vinci.
Perché Leonardo? Perché la sua capacità di osservazione, il suo spirito d’indagine, le sue intuizioni, il suo pensiero sistemico hanno incantato e incantano gli uomini di ogni tempo; perché il suo sguardo ancora può invitare noi contemporanei – grandi e piccoli – a cogliere la realtà in forma mai scontata e stereotipata.


Il MAF aderisce all’iniziativa nella mattinata di sabato 13 aprile, con due laboratori dedicati al disegno e alla scrittura.

Ma che c’entra Leonardo al Museo Archeologico? L’idea del progetto curato dai Servizi Educativi del MAF è quella di partire proprio da Leonardo per ripercorrere due aspetti fondamentali che hanno interessato l’uomo fin dall’inizio della Storia: la scrittura e il disegno della figura umana. Da qui il nostro titolo “…e prima di Leonardo?”

Nel laboratorio “Lettere allo specchio” scopriremo insieme che la scrittura di Leonardo andava da destra a sinistra, proprio come quella degli Etruschi;  potrete osservare le iscrizioni antiche e provare voi stessi a scrivere come facevano i bambini etruschi quando andavano a scuola, non su quaderni ma su tavolette di cera!

Una pagina del codice Leicester (fonte)

Nel laboratorio “L’uomo disegna l’uomo”, invece, partiremo dall’osservazione del famoso disegno dell’Uomo Vitruviano per scoprire che Leonardo aveva ricavato le proporzioni della figura umana proprio dagli studi fatti dagli antichi, e vedremo come i Greci prima, e i Romani poi, li applicavano quando scolpivano o dipingevano uomini e divinità; anche voi sarete chiamati a realizzare le vostre opere!

L’Uomo Vitruviano (fonte)

I due laboratori prevedono un massimo di 10 partecipanti per ogni turno; saranno ripetuti entrambi due volte nel corso della mattinata, alle ore 9,30 e alle ore 11,30. La prenotazione è obbligatoria all’indirizzo e-mail pm-tos.maf.didattica@beniculturali.it e sarà da intendersi completata solo al ricevimento della e-mail di conferma.

Cliccando sull’immagine potrete scaricare il booklet per i bambini con programma completo degli eventi!


 

La #settimanadeimusei e gli altri appuntamenti al MAF

Secondo le nuove disposizioni del Mibac, da quest’anno i cittadini avranno a disposizione 20 giornate di ingressi gratuiti in tutti i musei statali italiani. Le venti giornate si dividono tra le sei prime domeniche dei mesi da ottobre a marzo, le otto giornate che ogni museo ha scelto in coincidenza con eventi particolari, e le sei giornate concentrate nella #settimanadeimusei, che partirà oggi, martedì 5 marzo.

Per l’occasione il Ministero ha lanciato la campagna di comunicazione #iovadoalmuseo, e attivato il sito apposito in cui è possibile consultare le aperture di tutti i musei statali italiani.

Al MAF la #settimanadeimusei si terrà dal martedì 10 a sabato 9 (domenica 10 è giorno di chiusura). Le altre date in calendario per le aperture gratuite sono:

Se venite a trovarci, non dimenticate di condividere sui social la vostra esperienza con gli hashtag #iovadoalmuseo, #settimanadeimusei e #mafdacopertina… Vi aspettiamo!

Se scappi… ti inseguo!

E ti conquisto, avrebbe detto un dio greco… Anche se l’happy ending, purtroppo, a quel tempo non era ancora stato inventato! Quindi, ve lo diciamo subito: le favole di San Valentino raccontate nelle vetrine del MAF vanno a finire male. Ma raccontano di passioni travolgenti, amori tragici, contrastati, di rapimenti e inganni amorosi.

La fuga d’amore in questo contesto è piuttosto una fuga via dall’amore non voluto di un personaggio troppo insistente. Solitamente si tratta di amanti divini, dai quali i mortali trovano difficilmente scampo.

La storia che vi raccontiamo è invece un’eccezione: ha per protagonista Eos, la dea dell’Aurora, che, probabilmente per una maledizione di Afrodite, era continuamente attratta da giovani mortali. Il più famoso tra i suoi amati è Tithonos, figlio di Laomedonte, appartenente alla stirpe troiana. Il ragazzo tentò la fuga arrivando perfino a minacciare la dea usando la sua lira come un’arma fino a quando Eos non riuscì a ghermirlo e a portarlo nella sua dimora ai confini dell’Oceano. Non si tratta, dunque, di un rapimento temporaneo, volto solo a soddisfare un momentaneo desiderio, ma di un vero e proprio isolamento del giovane dagli altri mortali. Per esaudire fino in fondo questa aspirazione Eos  chiese a Zeus di concedere l’immortalità a Tithonos, ma, o per ingenuità o per lo zampino di Afrodite, dimenticò di chiedere per l’amato anche l’eterna giovinezza. Il povero Tithonos  fu destinato a godere dei favori della dea solo fino alla sfiorire della sua bellezza: con l’avanzare dell’età fu sempre più messo da parte, fino a quando, con il sopraggiungere della vecchiaia, la dea ritenne di non essere ulteriormente infastidita dalla vista del decadimento fisico del suo vecchio amante, e lo rinchiuse in una stanza. Alcune versioni del mito raccontano un finale più clemente: Tithonos, ormai vecchio, viene trasformato da Eos in una cicala, in modo che potesse ancora tenerle piacevole compagnia con la musica del suo frinire.

Eos che rapisce Tithonos su uno skiphos a figure rosse esposto al MAF

Eos è l’unica divinità femminile che rapisce mortali, in un mondo nel quale di solito è il dio a insidiare giovani fanciulle. È stata definita anche la dea predatrice e come tale fa da contraltare a Teti, la dea rapita da un mortale.

Restituzione grafica dello specchio etrusco con Peleo che imprigiona e trattiene Teti conservato al MAF

Teti, infatti, era una delle cinquanta figlie di Nereo e Doride, due divinità marine. Gli dei la destinarono al matrimonio con un mortale perché era stato predetto che suo figlio avrebbe superato il padre in potenza e intelligenza. Teti però, restia ad accettare un matrimonio che avrebbe diminuito il suo rango, usò tutti suoi poteri per sfuggire a questo destino. Peleo riuscì a vincerla tendendole un agguato e cingendola in un abbraccio che mantenne saldo finché la dea non si arrese. Fu una facile conquista? Non proprio, dal momento che Teti mutuava dall’acqua, il suo elemento naturale (era figlia di due divinità marine, dopotutto) il potere di trasformarsi. Così come l’acqua può cambiare forma in base al suo contenitore, anche lei si trasformò: dapprima in acqua e fuoco, poi in leone e in serpente e addirittura in una seppia, per tentare di scomparire in una macchia d’inchiostro, ma infine, esausta, accettò di sposare Peleo.

Peleo e Teti (in casa) che ricevono gli dei invitati alla cerimonia di nozze, sul Vaso François

 

Entrambe le dee ebbero figli nati da questo amore imposto/subito: Eos generò Memnone e Teti Achille. Nessuna delle madri riuscì a trasmettere al figlio l’immortalità ed entrambe li perderanno prematuramente nello stesso frangente: la guerra di Troia. Memnone infatti era alleato di Troia, in virtù della discendenza del padre Tithonos, e dopo aver ucciso molti guerrieri greci, affrontò in duello Achille. A riprova del suo valore le fonti raccontano che fu l’unico a scalfire la pelle invulnerabile di Achille, ma ciononostante fu ucciso dall’avversario. Ecco dunque che sul campo di battaglia si decidono le sorti delle due dee: Eos e Teti si trovano davvero contrapposte anche nel mito e la fortuna della Nereide sarà soltanto temporanea, perché anche Achille successivamente perirà sotto le mura della città di Troia.

Combattimento tra Achille e Memnone, assistiti ciascuno dalla propria madre. (fonte)

Cosa resta di questi due amori? Un finale amaro, dove le dee, eternamente giovani, assistono al declino dei mariti, uno, Tithonos, condannato a una vecchiaia senza fine, l’altro, Peleo, che sarà invece graziato dalla morte.

Il “Monetiere”: un nuovo allestimento per la sezione numismatica del MAF

Da oggi è visitabile al MAF una sezione dedicata interamente alle monete antiche. Dopo la recentissima inaugurazione del percorso attraverso il Corridoio Mediceo, in cui è esposta parte della vastissima collezione del Museo di gemme, sigilli e cammei, venerdì 8 febbraio è stata aperta anche la sala dedicata alle monete e medaglie, completamente riallestita grazie a Friends of Florence al contributo di Jack e Laura Winchester (già donatori nel museo per le sale del Vaso François, del Sarcofago delle Amazzoni e dei bronzetti greco-romani).

La sala, una delle stanze private di Maria Maddalena de’ Medici (sorella di Cosimo II, che nel 1619-20 fece restaurare per lei il Palazzo della Crocetta), è oggi decorata con affreschi e arazzi sei-settecenteschi. Fu allestita come Monetiere nel 1895, anno nel quale fu trasferita nel Regio Museo Archeologico di Firenze la consistente raccolta numismatica del Medagliere Granducale, originato dalle collezioni dei Medici, proseguito dagli Asburgo-Lorena e successivamente incrementato in maniera considerevole prima dagli acquisti di epoca sabauda e poi da donazioni e lasciti privati, fino alle scoperte dell’archeologia moderna.

Asse in bronzo della serie etrusca c.d “del Sacrificio” (prima metà III secolo a.C.)

Oggi una delle più grandi e importanti raccolte di monete antiche visibili in Italia (ne esistono alcune molto consistenti, ma sono private e non visibili), quella del Museo Archeologico Nazionale di Firenze raccoglie circa 60.000 monete di oro, argento, bronzo, rame ed elettro, in esemplari (poco più di 2000 quelli esposti) che documentano le più belle e le più importanti emissioni di tutte le città greche che costellavano il profilo del Mar Mediterraneo, incluse quelle di Magna Graecia e di Sicilia, così come del mondo etrusco e soprattutto di quello romano, in particolare di età imperiale. A queste si affiancano oltre 400 medaglioni e contorniati (grandi medaglie di bronzo del IV e V sec. d.C.), che offrono uno straordinario e luccicante repertorio di conii e di iconografie del mondo antico.

Tetradracma in argento di Atene (479-363 a.C.)

In un allestimento completamente rinnovato, distribuiti in 34 vetrine e accompagnati da testi e didascalie in doppia lingua (italiano e inglese), gli oltre 2000 esemplari illustrano la formazione dell’attuale Monetiere, il cui nucleo più antico è stato individuato nella collezione di monete e medaglie raccolte da Piero de’ Medici il Gottoso (1416-1469), poi passate a suo figlio Lorenzo il Magnifico, che raddoppiò la collezione paterna e alla sua morte, nel 1492, poteva lasciare ben 2330 esemplari in eredità ai propri figli. Anche Francesco Valori, biografo del Magnifico, nel 1471 scrive “coloro che volevano affezionarselo, avevano cura di portargli o di mandargli delle medaglie preziose”.

Aureo di Augusto (27 a.C.-14 d.C.)

Spiccati interessi numismatici ebbe anche il Cardinale Leopoldo de’ Medici (1617-1675), che insieme al fratello, il Granduca Ferdinando II di Toscana, recuperò ben 252 monete d’oro della raccolta di Casa d’Este, che erano state impegnate presso il Monte di Pietà di Firenze: la sua collezione è oggi parte integrante nel Monetiere del Museo Archeologico. Nel 1743, grazie al celebre Patto di Famiglia dell’Elettrice Palatina, Anna Maria Luisa de’ Medici, il Medagliere Granducale passò alla dinastia degli Asburgo-Lorena, insieme a tutto il patrimonio artistico mediceo. Col tempo, grazie alle cospicue donazioni di privati mecenati, il Medagliere Granducale si trasformò nell’attuale Monetiere del Museo Archeologico.

L. 5 in argento del 1914 di Vittorio Emanuele III (1900-1946)

l Monetiere del Museo Archeologico custodisce inoltre decine di ripostigli di monete antiche, medievali e moderne rinvenuti nel sottosuolo toscano, a partire dal 1763 (ripostiglio di Pisa) fino al 1984 (ripostiglio di Castel Volterrano), testimonianze dirette dell’uso e della circolazione della moneta nelle diverse epoche, oltre a centinaia di singole monete rinvenute in occasione di regolari scavi archeologici condotti nel tempo, da Populonia e Vetulonia a Roselle, da Firenze a Grosseto, da Siena a Lucca e in tutto il territorio dell’antica Regio VII Etruria.

Gli arazzi restaurati e le nuove vetrine del Monetiere

Il pregevole ambiente, adiacente alla sala che ospita la Chimera, mostra sul soffitto un affresco di Giovanni da San Giovanni (Santa Caterina trasportata dagli Angeli, del 1635 circa), con ai lati decorazioni di impianto seicentesco ma ritoccate nel tardo Ottocento. Le pareti, anch’esse con riprese neoclassiche di certo legate alla prima inaugurazione del Monetiere nel 1895, sono impreziosite da arazzi settecenteschi completamente restaurati.

L’affresco del soffitto con S. Caterina