Informazioni su Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Un banchetto lungo migliaia di anni

Quando si guarda indietro di centinaia (a volte migliaia!) di anni, spesso sembra difficile immedesimarsi e capire realtà che apparentemente niente hanno a che fare con il nostro tempo; ma basta poco, la forma insolitamente familiare di un oggetto, una analogia inaspettata nelle abitudini e il passato rivive davanti ai nostri occhi. È proprio quello che accade quando ci troviamo ad avere a che fare col cibo degli antichi, che sia scolpito su una stele o dipinto in un affresco, o, in certi e rari casi, straordinariamente  conservato.

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Una delle locandine del Mibact per la campagna di comunicazione di gennaio

Lo spunto per parlare di cibo (e in particolare quello degli Egizi) nel primo post dell’anno ci viene proprio dalla campagna di comunicazione ministeriale, che ha dedicato il mese di gennaio all’ #annodelciboitaliano, invitando gli utenti a cercare e riconoscere nei musei spunti legati al cibo. Quanti possono infatti immaginare che nel nel Museo Egizio di Firenze siano conservati addirittura pani e ceste di datteri, perfettamente essiccati grazie al clima caldo e asciutto del deserto?

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Un cestino di frutti della palma dum (a sinistra) e una forma di pane (a destra)

Gli antichi egizi credevano che il defunto, una volta riuscito a fare il suo ingresso nel regno di Osiride, avrebbe avuto bisogno di tutto ciò di cui disponeva in vita per poter tranquillamente condurre la sua esistenza ultramondana; quindi una casa, gli arredi, i servitori e, soprattutto, il cibo. Il cibo era provvisto dai parenti, che spesso sono rappresentati sulle stele mentre, in processione, recano le offerte alimentari; gli alimenti sono anche rappresentati disposti sulle tavole, in eccezionale abbondanza, davanti ai defunti seduti in trono.

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Due stele con rappresentata la tavola delle offerte: vi si distinguono pani di diverse forme, volatili, arti di bovino, verdure.

Talvolta si mettevano invece nella tomba statuette di servitori intenti nella preparazione di un cibo, un atto che magicamente si sarebbe rinnovato per l’eternità: così le serve che macinano la farina per preparare il pane o intente nella preparazione della birra, che costituiva un elemento fondamentale nella dieta, assai più del vino o di altre bevande.

Donne intente nella preparazione della farina (a sinistra) e nella spremitura dei pani di orzo per la preparazione della birra (a destra)

La birra che si beveva in Egitto era diversa da quella attuale; si otteneva a partire dalla fermentazione di pani di farina d’orzo, frantumati, imbevuti di succo di datteri e lasciati immersi in contenitori di terracotta. Successivamente i pani venivano strizzati e il liquido filtrato (proprio l’operazione a cui si dedica la nostra statuetta), oltre che modificato con l’aggiunta di aromi e spezie.

L’alimentazione degli antichi egizi non doveva poi differire troppo dalla nostra: vi erano la carne, prevalentemente di volatili (anche appositamente allevati), e il pesce pescato nel Nilo, che sostituiva la carne per chi non poteva permettersela (proprio il contrario di ciò che accade oggi!).

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Scena di pesca (a sinistra) e dettaglio di una stele con rappresentazione di un allevamento di anatre (a destra)

Molto abbondante era la varietà di frutta e verdura: fichi, uva, meloni, e poi cavoli, porri e cipolle, lattuga. Così come oggi, erano diffusi anche il latte (sia bovino che ovino) e tutti i suoi derivati. Sulla tavola accompagnava sempre tutto il pane, che era cotto in una grande varietà di forme e dimensioni.

Naturalmente, però, non tutti questi cibi comparivano in contemporanea sulla tavola di ogni giorno; le immagini che noi abbiamo vanno filtrate, perché fanno sempre riferimento a situazioni particolari, rituali e cerimonie, in cui il pasto deve necessariamente essere connotato da ricchezza e abbondanza. Del resto, anche oggi, nella sempre più diffusa abitudine di immortalare i propri pasti, non è forse vero che coinvolgiamo quelli delle occasioni speciali piuttosto che le sbrigative e frugali abitudini giornaliere?

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Pegaso, dall’Olimpo al gonfalone toscano: #ilmitonellarte al MAF

Mythos in greco significa racconto. Le favole di Esopo terminavano sempre con la locuzione “ho mythos deloi hoti…“, cioè “il racconto dimostra che…” a cui faceva seguito la ben nota morale. La parola mito indica però anche i racconti per eccellenza, quelli che narrano le vicende, oltre che di animali e comuni mortali, degli dei e degli eroi. È questo che intendiamo noi oggi per mito, ed è questo il tema prescelto per la campagna di comunicazione del Mibact del mese di dicembre, #ilmitonellarte. Tra le tante storie incise e dipinte nei reperti conservati al museo, c’è un’immagine che, discreta e silenziosa, ci segue e ci accompagna dai tempi antichi fino ad oggi. Si tratta di Pegaso, il cavallo alato figlio di Medusa, nato dal suo sangue nel momento fatale della decapitazione ad opera di Perseo.

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Pegaso (anzi, due Pegasi!) che salta fuori dal collo di medusa su una oinochoe etrusca del VI sec. a.C.

Pegaso al MAF lo troviamo come bronzetto, lo vediamo dipinto sui vasi, e la sua presenza è sensibile persino nella sala della Chimera, che dal basso lo fissa nell’ultimo, disperato, tentativo di difesa.

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La Chimera che guarda verso l’alto e il bronzetto di Pegaso

Fuori dal museo, un Pegaso rampante in campo rosso è il simbolo della Regione Toscana, immagine elegante sinonimo di libertà e saldo legame con la più recente storia nazionale.

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Ma perché proprio il cavallo alato? Al momento di dover scegliere, nel 1970, lo stemma e la bandiera della regione, fra le tante proposte che si richiamavano al suo illustre passato (tra cui, ironia della sorte, c’era anche la Chimera!) fu preferito invece di rifarsi a quello che era stato, sul volgere della Seconda Guerra Mondiale, il simbolo del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, l’articolazione regionale della guerra di liberazione che in qualche modo prefigurava la Regione Toscana in quanto istituzione della Repubblica.

Perché il C.T.L.N. avesse poi optato proprio per la figura di Pegaso è presto detto: il mito del divino cavallo alato, nelle versioni più antiche così come nelle rielaborazioni tarde, è infatti costantemente connesso con la liberazione dagli oppressori. La nascita di Pegaso è dovuta all’uccisione di un mostro; è il fedele compagno di Bellerofonte, che uccide un altro mostro simbolo di barbarie e incività (e abilmente usato già dai Medici a scopo propagandistico); nelle rielaborazioni medievali del mito viene cavalcato anche da Perseo, che in groppa all’animale salva Andromeda dalla creatura marina che avrebbe dovuto divorarla.

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Gemma romana con Bellerofonte a cavallo di Pegaso e la Chimera

Pegaso dunque, al pari dei tirannicidi e degli eroi salvatori e civilizzatori, è un simbolo di libertà ancora attuale, un’icona rifunzionalizzata e veicolata dall’arte attraverso le epoche, fino al nostro immaginario contemporaneo.

Le “murrine” archeologiche

Osservando le produzioni artigianali antiche è inevitabile tracciare un parellelo con le tecniche, spesso molto diverse, utilizzate ai giorni nostri; ancora più inevitabile quando i risultati ottenuti migliaia di anni fa sono così sorprendentemente vicini a prodotti che ancora oggi ammiriamo e acquistiamo, nelle stesse forme e con gli stessi colori. Chi non ha negli occhi il caleidoscopio delle “murrine” veneziane, i ciondoli e le ciotole di vetro millefiori? Gli antenati di questi oggetti, fino a gennaio, si possono ammirare anche nelle vetrine del MAF, alla mostra “Pretiosa vitrea”.

millefiori

Non vengono dalla città lagunare ma dall’Egitto e dal Vicino Oriente, da dove a bordo di navi hanno raggiunto persino le coste etrusche. Si tratta di oggetti realizzati in pasta di vetro, una tecnica di lavorazione che richiede temperature più basse rispetto alla soffiatura, e quindi la prima ad essere sperimentata dagli antichi. Secondo Plinio la fusione della silice, da cui si ricava il vetro, sarebbe stata ottenuta per caso, grazie a un fuoco acceso sulla spiaggia, da mercanti fenici.

doratoI primi unguentari e le prime ciotole in vetro sono realizzate fondendo polvere di vetro o avvolgendo un filamento di vetro morbido posto sopra un nucleo in argilla, che poi veniva eliminato (e ancora visibile all’interno di qualche aryballos). Il vetro a mosaico, o millefiori, veniva realizzato disponendo su un piano rondelle precedentemente preparate dei vari colori, poi riammorbidite e composte in un unico “foglio”, che prima del raffreddamento era adagiato su una forma precostituita.

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Con lo stesso sistema si potevano realizzare anche vetri marmorizzati, ad imitazione dei manufatti realizzati con le pietre dure, o inserire nella lavorazione la foglia d’oro.

cammeo

Una tecnica particolare che si diffonde in età imperiale, e che però presuppone la conoscenza della soffiatura, è quella dei vetri cammeo. Si tratta di vasi “a strati”, di vetro generalmente bianco e blu; lo strato bianco è esterno, ed è quello che viene lavorato fino a che le figure risultano a rilievo sul fondo blu; proprio come accade con i diversi strati delle pietre o conchiglie utilizzate per i cammei. Sulla tecnica permangono ancora incertezze, e si sono ipotizzati procedimenti diversi (che non si escludono a vicenda):

– i vasi potevano essere ottenuti soffiando il vetro blu all’interno di una forma precostituita bianca, in modo che i due strati si attaccassero e componessero un solo vaso;

– la forma soffiata in blu poteva essere tuffata in un crogiolo col vetro bianco, che lo ricoprisse;

– il terzo modo presuppone l’uso di una matrice, con incavate le figure in cui era messa la polvere di vetro bianco, poi scaldata per consolidarla; in questa matrice sarebbe stato pressato il vetro blu. Quest’ultimo procedimento spiegherebbe l’apparente assenza delle tracce di lavorazione che l’intaglio presupporrebbe sulle figure in vetro bianco.

Pretiosa vitrea: una nuova mostra al MAF

Pretiosa vitrea. L’arte vetraria antica nei musei e nelle collezioni private della Toscana” è il titolo della mostra che sarà visitabile al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dal 17 ottobre 2017 al 29 gennaio 2018.

La mostra, che nel titolo si ispira ad un passo del Satyricon di Petronio, vuole offrire all’attenzione del pubblico una panoramica sul patrimonio vitreo antico conservato nei principali musei archeologici e in alcune importanti collezioni private della Toscana.

Tantissimi i materiali esposti: ben 314 vasi e frammenti in vetro, di cui 12 faraonici, 11 etruschi 73 greci e 218 romani di varia epoca e provenienza. Lungo un percorso che si sviluppa in 13 vetrine, avremo la possibilità di conoscere e apprezzare un patrimonio dell’arte antica ad oggi pressoché ignoto, nonostante l’assoluta eccellenza delle opere in mostra e il fascino delle loro infinite forme, dei colori variegati, del luccichio dei loro riflessi dorati.

Coppa in vetro “millefiori”, I secolo d.C., Firenze, Museo Archeologico Nazionale

In questa “riscoperta” del vetro antico in Toscana, accanto ai reperti conservati nei musei pubblici, un ruolo di primo piano spetta anche a quelli provenienti da raccolte private, come la Collezione del Museo del Vetro e della Bottiglia del Castello Banfi a Montalcino, che, sia per qualità delle opere possedute che per il loro numero, sono da annoverare fra le maggiori nel loro genere a livello internazionale.

L’esposizione prende avvio dall’Egitto faraonico con una selezione di intarsi, collane e unguentari vitrei delle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze – Sezione Egizia, databili dal II millennio a.C. in poi, che consentono di ripercorrere le fasi più antiche della lavorazione di un materiale che non mancò di affascinare ben presto le altre culture del Mediterraneo antico.

Sarà proprio l’Etruria, prima fra le culture dell’Italia antica, a recepire, sin dall’VIII secolo a.C., il fascino di questo materiale nato in Oriente. Fusuerole e fusi in vetro su nucleo friabile, tecnica antichissima, insieme a contenitori per oli profumati, provenienti dalle tombe di Marsiliana, Vetulonia e Tuscania, illustrano la fortuna del vetro nella cultura dei principi etruschi, per i quali divenne prezioso simbolo di appartenenza ad uno status sociale elitario.

Coppa in vetro proveniente dal relitto del Pozzino

La ricchezza dei corredi rinvenuti in Etruria consente di seguire nel dettaglio l’evoluzione delle tecniche di lavorazione del vetro nei secoli successivi. Le importazioni dal Mediterraneo orientale, infatti, sono una presenza costante nei corredi più ricchi del mondo etrusco dal VI sino al III secolo a.C. e grazie ad opere conservate nel Museo Archeologico fiorentino, provenienti dai corredi funerari di alcune località dell’Etruria interna e costiera, la mostra offre una panoramica estremamente variegata delle più preziose produzioni siro-palestinesi dell’epoca, rinvenute anche in numerosi relitti, come quello del Pozzino a Populonia.

Ai nuclei di materiali da Empoli, Luni, Volterra, dalla Siria, da Cipro e dall’Iraq, si aggiungono reperti da contesti come quello delle navi di Pisa, che offrono un colpo d’occhio spettacolare sulle mille varietà dell’arte del vetro nel mondo romano. Vetri soffiati liberamente o a matrice, coppe a reticelli, nastri, millefiori, bicchieri intagliati a favo d’ape e persino un raro esempio di vetro cammeo, come quello da Torrita di Siena, testimonieranno al visitatore – nel modo più eloquente – quella che è stata la stagione più creativa e innovativa dell’arte vetraria del mondo antico.

La crisografia dal Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo (credits: Polo Museale della Toscana)

Il nucleo dei reperti del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, tra i quali molti piccoli e preziosi capolavori appartenevano alle collezioni Mediceo-Lorenesi, costituisce poi lo scheletro di un percorso espositivo incentrato sull’illustrazione dei procedimenti tecnici di realizzazione e sul ruolo di primo piano che il vetro assunse in età romana.

La tarda antichità vide l’affermarsi di tecniche decorative sempre più fastose che affidavano al pregio del materiale utilizzato, come l’oro delle crisografie, o ai procedimenti virtuosistici di esecuzione, come l’incisione, il loro valore pecuniario spesso assai elevato. La crisografia dal Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo è un degno rappresentante della qualità artistica raggiunta in queste produzioni di lusso.

La mostra “Pretiosa vitrea”, prima nel suo genere realizzata in Toscana, si propone come punto di avvio per una più adeguata valorizzazione del patrimonio vetrario antico nel sistema museale della regione.

IMPORTANTE: Dal 1 novembre 2017 fino alla fine della mostra tutti i mercoledì, i sabato, la prima e la terza domenica di ogni mese sono in programma visite guidate gratuite (comprese nel biglietto d’ingresso al museo) alla mostra, a cura di Martina Fusi, Nadia Cipolli e Benedetta Ficcadenti, collaboratrici alla realizzazione della mostra e del catalogo. Le visite si svolgono alle 10.00, alle 11.00 e alle 12.00. Non è necessaria la prenotazione.

Sembra metallo ma non è: gli “inganni” ceramici degli antichi

Nel mondo antico, come del resto ancora ai nostri giorni, il metallo era un bene di prestigio, sinonimo di ricchezza e alto rango sociale: non soltanto i metalli preziosi, ma anche il bronzo, da cui si ricavavano armi, ornamenti e vasellame. I serviti da simposio di metallo, per la maggior parte in bronzo per gli etruschi e in argento in epoca romana, costituiscono tesori preziosi, che vengono deposti nelle tombe come corredo dei defunti o talvolta nascosti sottoterra per sottrarli alla razzia del nemico. E nel mondo antico, ancora come nel nostro tempo, anche chi non poteva permettersi tanto amava circondarsi di beni che dessero almeno l’illusione della ricchezza. È a questa necessità di gratificare le aspirazioni e le tasche di una più ampia fetta di compratori che rispondono due invenzioni, che si collocano rispettivamente nel VII e nel III sec. a.C.: il bucchero e la ceramica argentata.

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Brocche e coppe per il simposio in bucchero sottile

Il bucchero è la ceramica di colore nero prodotta dagli Etruschi. Il nome deriva dal termine spagnolo bucaro, che designava una ceramica di colore nero di produzione sudamericana importata nel XVII sec., molto simile alle ceramiche etrusche.

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Nel bucchero è nero sia l’impasto che la superficie, che si presenta lucida e compatta. Il colore non è ottenuto con la pittura ma grazie ad un particolare procedimento di cottura in assenza di ossigeno, la quale impedisce le trasformazioni chimiche di ossidazione che fanno assumere la tipica colorazione aranciata ai minerali di ferro contenuti nell’argilla. L’aspetto e la forma dei vasi di bucchero sono molto simili a quelli dei più costosi vasi metallici, di cui costituivano un surrogato.

La superficie lucida era ricercata appositamente per imitare il vasellame in bronzo. Il “bucchero sottile”, leggero e lucente, viene prodotto inizialmente a Caere (Cerveteri) dalla metà del VII secolo a.C., e si diffonde dapprima nell’Etruria meridionale lungo le vie commerciali, fino a raggiungere l’Etruria Settentrionale. Questa prima produzione ha pareti molto sottili, decorazioni graffite geometriche o a ventaglietti. Col passare del tempo e l’ampliarsi della produzione ad altri centri, le pareti dei vasi si ispessiscono e iniziano ad essere decorate a cilindretto ovvero stampigliando sulla superficie un’immagine ripetitiva (ad esempio una teoria di animali reali o fantastici). Il bucchero ha amplissima diffusione tra la fine del VII e il VI secolo a.C.

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Oinochoe configurata a testa di toro

A Chiusi si sviluppa una produzione di bucchero cd. pesante: le pareti dei vasi sono molto spesse e decorate con figure a rilievo con la tecnica del cilindretto e plastiche; sovente si trovano vasi configurati, come l’oinochoe (brocca per il vino) con testa di toro del nostro museo. Al MAF è possibile ammirare l’evoluzione dai buccheri lucenti e sottili di VII sec. a.C., decorati generalmente a incisione, a quelli più tardi, più pesanti e satinati, decorati a rilievo.

Dove sono esposti? al pianoterra del museo, nel percorso della mostra “Signori di Maremma”, dove si trovano affiancati nei corredi della tomba dei Flabelli di Populonia e della Tomba del Duce di Vetulonia proprio al vasellame in bronzo: si può così verificare la volontà del bucchero di imitare i vasi metallici; al secondo piano, nelle prime sale, dove si segue invece cronologicamente l’evoluzione del bucchero dalle prime produzioni di Cerveteri fino alle produzioni chiusine in bucchero pesante.

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Askos con Perseo e testa di Gorgone

La ceramica argentata designa una classe di vasi fittili prodotti in età ellenistica, tra la fine del IV e il III secolo a.C., in area falisca (viterbese), volterrana e soprattutto volsiniese, (area di Orvieto e Bolsena), decorati a rilievo e rivestiti da una pellicola bianco-grigia, creata per imitare l’effetto di una superficie argentata. Le analisi chimiche hanno individuato la presenza di stagno, che doveva essere applicato in foglia alla ceramica.

Con la medesima tecnica si fabbricavano anche le appliques decorative per mobili, in particolare per i cassoni lignei delle inumazioni, analoghe a quelle realizzate in metallo vero.

I vasi, sia forme chiuse come anfore con le anse a volute o le brocche a forma di otre, che forme aperte come le patere, decorate a rilievo sul fondo, presentano sempre una ricca decorazione che prevede scene e personaggi tratti dal mito: amazzonomachie, cioè scene di combattimento tra i Greci e le Amazzoni, episodi legati ad Eracle, Teseo, Perseo, Achille, i Dioscuri. Erano prodotti per una committenza aristocratica e la loro presenza nei corredi funerari rimanda alla pratica del banchetto, da sempre prerogativa dei Signori etruschi. Sono i Signori di Orvieto, che si fanno seppellire in tombe dislocate nella campagna di cui hanno il controllo: siamo in un momento immediatamente precedente alla romanizzazione. L’arrivo di Roma, infatti, con la fondazione della colonia di Volsinii (Bolsena) in luogo dell’antico centro etrusco cambierà per sempre gli equilibri nell’area.

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Anfora con superficie dorata

I vasi in ceramica argentata decorati a rilievo esposti al MAF sono di produzione volsiniese. Si tratta di una pisside decorata con una scena di amazzonomachia, un askos, ovvero una brocchetta con l’ansa a forma umana nella quale si è riconosciuto Perseo che calpesta la testa della Gorgone (nel mito l’eroe Perseo taglia la testa alla Gorgone riuscendo a non farsi pietrificare dal suo sguardo), una patera con la testa di Eracle, o di una divinità barbuta, a rilievo tra tralci di vite, e un’anfora addirittura dorata probabilmente di produzione falisca.

Dove sono esposti? al secondo piano del MAF, nella sala V, in una vetrina quasi completamente dedicata. La superficie argentata (e dorata nel caso dell’anfora) non sempre è così evidente, in quanto non è molto ben conservata.

 

 

F@Mu 2017: “La cultura abbatte i muri!”

All’inizio del mese di ottobre torna quello che oramai da cinque anni è un appuntamento fisso per il MAF: la Giornata Nazionale delle Famiglie al Museo. La giornata è prevista per l’8 ottobre, ma al MAF sarà anticipata, per ragioni dovute all’orario del museo, al sabato 7 ottobre.

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Il tema scelto quest’anno come filo conduttore di tutte le attività che si terranno in tutti i musei sul territorio nazionale è “La cultura abbatte i muri“: in un momento in cui parlare di integrazione, accoglienza, condivisione è quanto mai attuale, il museo diventa luogo ideale in cui fare esperienza di questi valori e trasmetterli ai più piccini. Per un museo archeologico, poi, la scoperta delle proprie origini e dei popoli antichi mostra quanto gli interscambi e le influenze culturali siano profondamente radicati nella nostra storia.

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Matì e Dadà, i personaggi simbolo di F@Mu, nel logo dell’edizione 2017

La metafora del muro da abbattere sarà presa alla lettera al MAF: i piccoli visitatori, giocando insieme e collaborando, abbatteranno i muri che li separano dalla scoperta delle opere del museo.

Al MAF sono previsti due laboratori, adatti per bambini dai 5 ai 10 anni: “La cultura abbatte i muri – memory gigante” e “La cultura abbatte i muri – scopri il personaggio nascosto“. Nel primo i bambini giocheranno a squadre per scoprire le tessere di un memory archeologico che si nasconde dietro le grandi pietre di un muro; nel secondo, un gioco a quiz, il muro sarà da demolire, mattone per mattone, a suon di risposte esatte.

Per garantire la partecipazione è obbligatoria la prenotazione, compilando online il modulo alla pagina MODULI (e scegliendo come attività la giornata F@Mu). Le prenotazioni saranno possibili soltanto a partire dal 2 ottobre. Una volta completata l’iscrizione vi sarà inviata una mail di conferma. Per informazioni (ma non prenotazioni) è sempre attivo il numero del Museo, 05523575.

Vi aspettiamo allora, e ricordate: al MAF la F@Mu si terrà eccezionalmente SABATO 7 OTTOBRE!!!!

Incontri al Museo 2017/2018: ecco il programma

Con l’autunno tornano gli Incontri al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Ormai da alcuni anni le conferenze gratuite del giovedì pomeriggio sono diventate un appuntamento fisso che richiama un pubblico sempre più folto ed eterogeneo di appassionati.

Ecco qui di seguito il programma delle conferenze, che si svolgeranno da ottobre a giugno, sempre di giovedì alle 17.00:

  • 5 ottobre 2017: Rosario Pintaudi, Gloria Rosati, Maria Cristina Guidotti (Unversità degli Studi di Firenze e MAF): Antinoe. Dagli scavi dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli”
  • 19 ottobre 2017: Fr. Manolo Puppini (Priore della Basilica di Santa Maria Novella, Firenze): L’Arca di San Domenico in Bologna nel Rinascimento. Un esempio di riproposizione dell’arte antica riletta in chiave cristiana
  • 9 novembre 2017: Maria Gatto (Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate, Arezzo): Nuove scoperte sulla Chimera di Arezzo
  • 30 novembre 2017: Mario Iozzo (MAF): Iscrizioni nascoste sui vasi greci
  • 14 dicembre 2017: Marjatta Nielsen (Università degli Studi di Copenhagen): Tombe etrusche tra Firenze e Copenhagen. Riunificando contesti dispersi nell’Ottocento
  • 11 gennaio 2018: Anna Patera (Opificio delle Pietre Dure): Dall’opus sectile antico al commesso in pietre dure. Tradizione e perizia tecnica di un’arte raffinata
  • 1 febbraio 2018: Lucia Lepore (Università degli Studi di Firenze): Dei, demoni ed eroi della musica nella cultura figurativa dei Greci d’Occidente
  • 15 febbraio 2018: Sebastiano Soldi (MAF): Iconografia e archeologia del banchetto nel Vicino Oriente antico
  • 1 marzo 2018: Nicola Salvioli (Università degli Studi di Torino, Centro di Conservazione e Restauro di Venaria Reale): L’archeologia distrutta dall’iconoclastia: il caso di Lamassu di Nimrud
  • 22 marzo 2018: Stella Patitucci (Università degli Studi di Cassino): Monumenti cristiani della Turchia
  • 19 aprile 2018: Giovanni Uggeri (Università degli Studi La Sapienza di Roma): Camarina: problemi storici e archeologici
  • 17 maggio 2018: Chantal Gabrielli (Università degli Studi di Firenze): Le origini romane del nostro territorio: Florentia e Faesulae
  • 14 giugno 2018: Riccardo Gennaioli (Storico dell’Arte): “Un tesoro di gemme preziose incise dai più illustri maestri”. La collezione granducale di cammei e intagli del Museo Archeologico di Firenze

Per scaricare il file pdf con il programma delle conferenze clicca qui

In caso di variazioni al programma, queste verranno comunicate volta per volta sulla pagina facebook del Museo: seguiteci, per restare aggiornati

“La fragilità del segno”: una mostra dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria al MAF

Dal 23 settembre al 26 novembre 2017 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita al II piano la mostra “La fragilità del segno. Arte rupestre dell’Africa nell’archivio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria”.

La mostra, a cura di Anna Revedin, Luca Bachechi, Andrea De Pascale, Silvia Florindi, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze – Polo Museale della Toscana, intende promuovere la vasta e preziosa documentazione scientifica posseduta dall’Istituto relativa alle missioni in Africa e agli studi di Paolo Graziosi, il principale studioso italiano di arte preistorica e fondatore dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.

incisione rupestre – archivio fotografico Graziosi

L’attuale quadro geo-politico interroga prepotentemente le Istituzioni e le persone su quale possa essere il futuro delle più antiche e significative testimonianze del passato nelle zone colpite e martoriate da guerre e ideologie distruttive e su come preservarne la memoria e risvegliare l’attenzione e l’interesse di un più vasto pubblico su questo inestimabile ma fragile Patrimonio dell’Umanità.

Obiettivo della mostra è quindi far conoscere al pubblico, attraverso i documenti dell’archivio fotografico Graziosi, alcune delle più antiche e straordinarie attestazioni artistiche dell’umanità, situate in luoghi attualmente inaccessibili a causa di conflitti interni e internazionali.
In mostra saranno visibili immagini e filmati realizzati fra gli anni ’30 e gli anni ‘60 nelle missioni di studio di Graziosi sull’arte rupestre africana, e in particolare le riproduzioni delle grandi incisioni preistoriche della Libia, attualmente inaccessibili perché in zone di guerra, creando un contesto di grande impatto emotivo.

Oltre alle sezioni dedicate alle ricerche Graziosi è prevista una sezione dedicata al tema “Heritage in danger” in quanto “I siti rupestri di Tadrart Acacus”, sito Patrimonio Mondiale UNESCO dal 1985, è stato inserito nel luglio 2016 nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo.
Il percorso espositivo si svilupperà secondo il progetto di Vincenzo Capalbo in un percorso immersivo attraverso tre sezioni: una prima sezione introduttiva sul Patrimonio artistico e documentario in pericolo e sulla figura di Paolo Graziosi; una seconda sezione, dedicata alle ricerche di Graziosi (oggi continuate da Luca Bachechi) nell’attuale Etiopia; una terza sezione dedicata ad immagini e filmati sull’arte rupestre e sulle ricerche etnografiche di Graziosi in Libia.

Dall’Archivio Fotografico Graziosi

L’inaugurazione sarà sabato 23 settembre alle ore 11,00. Per l’occasione verrà realizzata da Virgilio Sieni una coreografia sul tema della fragilità. La mostra sarà poi visitabile tutti i giorni secondo l’orario di apertura del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, compresa nel biglietto di ingresso.

Il Catalogo, a cura di A. De Pascale e L. Bachechi, sarà di circa 170 pagine, la metà delle quali dedicate a immagini tratte dall’archivio Graziosi. Conterrà una serie di brevi saggi introduttivi di inquadramento scritti dai maggiori studiosi del settore, ma con taglio divulgativo, adatti ad un pubblico non specialista. IIPP, Firenze, settembre 2017.

La mostra fa parte del progetto IIPP “Archeologia nel deserto” in corso di realizzazione con il contributo del MIUR (L.6/2000) e della Fondazione CRF sull’archivio fotografico di Paolo Graziosi, di proprietà dell’Istituto.

L’Archivio Fotografico IIPP è stato dichiarato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana di interesse storico particolarmente importante ai sensi del DL 42/2004, con decreto n.608/2012. Proviene dal lascito di Paolo Graziosi: comprende 10338 immagini digitalizzate (diapositive, negativi e positivi fotografici) e alcune decine di filmati (16 mm sia in b/n che a colori) riguardanti lo studio della preistoria e della protostoria, e gli avvenimenti ad esso collegati (ricerche, scavi, convegni) svoltisi durante il XX secolo; i documenti più antichi risalgono alla fine degli anni venti del secolo scorso. Si tratta di uno dei fondi di documentazione visiva scientifica più importanti del settore in Italia e di fondamentale importanza per gli studi sulla Preistoria europea e africana.

La Mater Matuta torna al MAF

Nel mese di luglio è stata riallestita in una sala al primo piano del MAF la “Mater Matuta“, una scultura cinerario proveniente da Chianciano Terme, nel territorio di Chiusi. Si tratta di una figura femminile seduta in trono, con in grembo un bambino, il che è stato sufficiente a valerle, al momento della scoperta, l’identificazione con la dea italica protettrice dell’aurora, della fecondità e della nascita.

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La Mater Matuta

La scultura rappresenta un bellissimo esempio della produzione chiusina di statue cinerario di V sec. a.C., al pari del gruppo, sempre da Chianciano, che le è esposto accanto; si tratta di sculture a tutto tondo in cui la testa (e negli esemplari più recenti tutta la parte superiore del corpo) è mobile e nasconde una piccola cavità, destinata ad accogliere le ceneri del defunto.
Chiusi vanta una lunga tradizione nella produzione di cinerari già dall’epoca orientalizzante e poi arcaica, quando alla semplice urna sono date sembianze umane tramite la conformazione plastica del coperchio a forma di testa e, talvolta, l’aggiunta di braccia sulle anse e di un piccolo trono su cui l’urna viene collocata. Sono i cosiddetti canopi chiusini (niente a che vedere con quelli egizi, che contenevano gli organi interni estratti dai corpi per la mummificazione!), che costituiscono un modo per restituire al defunto quell’integrità fisica di cui il rituale della cremazione lo aveva completamente privato.

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I canopi chiusini esposti al secondo piano del MAF

La “Mater Matuta” presenta capelli raccolti e trattenuti da una benda, indossa una veste pesantemente panneggiata e siede su un trono i cui braccioli sono delle raffinatissime sfingi. Anche i piedi, che nella scultura emergono appena dalle pieghe dell’abito, sono mobili come la testa; in grembo regge un bambino avvolto in fasce. Sculture simili sono ben note in contesti italici (le cosiddette “madri” di Capua) e romano; a Roma il tempio di Mater Matuta sorgeva, già in età arcaica, al margine del Foro Boario, vicino al porto fluviale del Tevere, in una zona cruciale per i traffici e il commercio. La divinità era assimilata alla greca Ino-Leucotea, nutrice di Dioniso bambino.

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Il cinerario di Chianciano

Accanto alla Mater Matuta è collocata l’altro cinerario da Chianciano: qui il defunto, di sesso maschile, è rappresentato semisdraiato nella posizione del banchettante, e accanto a lui sulla kline siede un demone femminile alato che sorregge il rotolo su cui è scritto il fato dell’uomo.