UN CRATERE ETRUSCO DELLA COLLEZIONE PASSERINI…MOLTO PIU’ DI UN VASO

La spiccata gestualità e la maestà delle figure dipinte su questo vaso etrusco a figure rosse, catturano certamente l’attenzione. Recuperato a Foiano della Chiana, è uno dei più antichi esempi di pittura etrusca a figure rosse e fu prodotto in Etruria intorno al 430-10 a. C., sulla base di modelli greci, attici.

Questo maestoso vaso etrusco a figure rosse, databile intorno al 430-10 a. C., è molto, molto di più di un semplice oggetto da mensa. La famiglia del defunto, nel momento in cui lo ha deposto nella sua tomba a Foiano della Chiana, ha voluto che fosse il simbolo del viaggio del loro caro verso l’aldilà.

Si tratta di un cratere a colonnette, vaso utilizzato per mescolare l’acqua con il vino durante i banchetti e i simposi; gli antichi infatti non consumavano il vino puro, ma diluito e speziato. Il termine “colonnette” si deve alla particolare forma delle sue anse. La decorazione è curata nei minimi dettagli anche sulla bocca, sul labbro e sul collo, dove le foglie di edera, le palmette e gli altri motivi geometrici sono ottenuti diluendo la vernice nera.

Sul lato A sulla destra è raffigurato il defunto con folta barba, avvolto nel suo mantello, mentre assiste ai giochi funebri organizzati in suo onore, come era uso fare nell’antichità, fin dall’epoca della guerra di Troia, narrata da Omero. Un grande bruciaprofumi lo separa dalla scena principale, nella quale due pugili si affrontano, mentre un fanciullo accompagna la gara con un doppio flauto.

Lato A

Sul lato opposto, un grande altare separa due scene diverse, forse in sequenza. Al centro il dio etrusco Turms, dio dei viaggi e del commercio, il greco Hermes ed il romano Mercurio. In questo caso si tratta di Turms Aitas (legato all’Ade, all’oltretomba). Il suo cappello a larghe falde, il corto mantello sulle spalle (clamide) e il caratteristico bastone (caduceo) lo rendono inconfondibile.

Nella scena di sinistra il dio è seduto sul grande altare e sta salutando un altro personaggio barbato, con cappello a falde larghe e torso scoperto, che si trova all’estremità della scena. Sul lato destro invece sembra che Turms si stia alzando dall’altare, per andare incontro ad un uomo barbato, avvolto nel suo mantello, probabilmente ancora il defunto, forse ormai giunto al termine del suo viaggio ultraterreno e vicino alle porte dell’aldilà.

Lato B

Nonostante l’apparente chiarezza delle immagini e l’inconfondibile presenza del dio Turms, è difficile comprendere a pieno il significato delle scene rappresentate. Certamente la speranza che il defunto assista alle cerimonie in suo onore e l’effimera consolazione che sia accolto dal dio alle porte dell’Ade, rendono meno netto il distacco per chi resta. E così, in questo caso come in molti altri, la famiglia ha affidato alle immagini quel disperato bisogno di certezza che tutti noi abbiamo di fronte alla morte e quel voler dare una forma a qualcosa che inevitabilmente sfugge alla nostra natura umana.

Banchetti e ballerini

Sulla copertina del catalogo dedicato alla mostra “Tesori dalle terre d’Etruria“, che espone i pezzi appartenenti alla collezione dei conti Passerini, spiccano due agili figure che sembrano voler balzare fuori dalla pagina stampata. Ma chi sono questi due giovani, lei riccamente abbigliata e lui senza abiti, tutto preso dai suoi passi di danza?

L’immagine si trova al centro di un piattino di ceramica attica, forse un piatto da portata o forse decorativo, da appendere alla parete (grazie ai due fori nella parte posteriore: proprio come si usa fare ancora oggi). Il soggetto è strettamente connesso con l’ambiente del banchetto e del simposio: una giovane flautista provvede alla musica, mentre un danzatore dai tratti somatici africani accompagna le note con movimenti aggraziati. Uno spettacolo a cui erano ben avvezzi gli uomini (le donne banchettanti non erano ammesse in Grecia, a differenza di quanto accadeva in Etruria) che partecipavano a questi raduni.

L’abbigliamento della giovane, con la tunica decorata, il mantello, i gioielli indossati al collo e alle orecchie e il copricapo di foggia orientale, la qualifica come una megalomisthos, una professionista d’alto bordo che, in coppia con il suo esotico compagno, aveva il compito di allietare i banchetti degli uomini con le proprie arti; non una prostituta che offriva le sue prestazioni per poche dracme, tanto condannate dalla società greca.

Dei due giovani conosciamo anche i nomi, sovradipinti con piccoli caratteri rossi tutto intorno al tondo (quello di lei, Hippotia) e verticalmente tra le due figure (quello di lui, Amasis); entrambi sono nomi “parlanti”, allusivi al mestiere e alle origini dei due. Hippotia è letteralmente “colei che cavalca”, con una chiara allusione al concetto di cavalcare nella sfera sessuale; Amasis (faraone filelleno della XXVI dinastia, nel VI sec. a.C.) è invece il nome tipico di tutti gli africani.

Disegno del piatto in cui sono visibili i nomi scritti a minuscoli caratteri

La pittura del piatto, in base ai confronti stilistici, è attribuita al pittore Paseas, le cui opere erano evidentemente molto apprezzate nel territorio di Chiusi (conosciamo ben sette piatti riconducibili a questo ceramografo provenienti dalla zona). Una delle sue caratteristiche è la realizzazione di alcune parti della pittura a “rilievo”: la linea di contorno delle figure, per esempio, dipinta con una vernice più densa, e i riccioli del ballerino, realizzati con dei minuscoli globetti di argilla poi dipinti con la vernice nera. Una tecnica la cui invenzione è da attribuire al grande pittore Exekias, e che Paseas ereditò forse da Psiax tramite il pittore di Andokides, che di Exekias fu allievo diretto.

Dettaglio in cui sono visibili le parti a rilievo

Ricordo della professoressa Bresciani

Ricordiamo oggi la professoressa Edda Bresciani, professore emerito dell’Università di Pisa e membro dell’Ademia dei Lincei ma anche personalità certamente molto significativa per il “Museo Egizio” di Firenze, recentemente scomparsa. Durante la sua lunga carriera ha dedicato studi e articoli a Ippolito Rosellini e alla spedizione franco-toscana in Egitto, durante la quale furono trovati tanti dei reperti oggi conservati al Museo.
Edda Bresciani
 
Maria Cristina Guidotti, per tanti anni curatrice del “Museo Egizio” di Firenze e sua allieva, ricorda gli scavi in Egitto e le tre mostre che la prof. Bresciani ha organizzato con la collaborazione dell’allora Soprintendenza Archeologica della Toscana con il materiale conservato proprio a Firenze.
“Il Nilo sui Lungarni. Ippolito Rosellini egittologo dell’ottocento”, a Pisa, 29 maggio – 30 giugno 1982
“Le vie del vetro. Egitto e Sudan”, a Pisa, 28 maggio – 12 giugno 1988
“L’argilla e il tornio. La produzione fittile dell’Egitto antico in Toscana”, a Pisa, 21 dicembre 1991 – 23 febbraio 1992, e poi a Firenze presso il Museo Archeologico, 20 giugno – 30 settembre 1992.
 
Un’immagine degli scavi di Medinet Madi, l’ultimo scavo della dott.ssa Bresciani, dall’archivio personale della dott.ssa Guidotti
 

Al MAF è conservato ed esposto nelle ultime sale del “Museo Egizio” il sarcofago in pietra di Bakenrenef, acquistato da Rosellini nel 1828, la cui tomba è stata studiata a Saqqara proprio dalla prof. Bresciani. Un ricordo in più che va ad arricchire l’intreccio di storie sussurrate dai reperti a chi li guarda…

Il sarcofago di Bakenrenef (fonte)

Tesori dalle terre d’Etruria: una nuova mostra al MAF… e una sorpresa!

Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona” è il titolo della nuova mostra che accoglie i visitatori nel Salone del Nicchio al MAF; già programmata per la tarda primavera e rimandata a causa dell’emergenza sanitaria, dal 29 ottobre è finalmente visitabile per chiunque entri nel museo.

Per la prima volta sarà esposta al pubblico, interamente riunita nei suoi nuclei principali, la collezione archeologica che fu del conte Napoleone passerini (1862-1951) e della sua famiglia, in gran parte conservata nei magazzini del Museo Archeologico di Firenze, ora completata da 82 pezzi prevalentemente etruschi e greci, consegnati da una generosa donatrice nel 2016 al Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Firenze.

Napoleone Passerini (fonte)

Il conte di nobile di stirpe cortonese, figlio del facoltoso Pietro Passerini da Cortona, oltre ad essere agronomo di chiara fama, fondatore e proprietario dell’Istituto Agrario di Scandicci, e aver selezionato la razza Chianina nelle sue fattorie in Val di Chiana, fu appassionato collezionista e fin dall’adolescenza radunò la straordinaria raccolta,  in parte ereditata dal padre, promuovendo scavi e acquistando capolavori. I primi reperti provengono da una trentina di tombe etrusche con splendidi corredi, rinvenute nei suoi vasti possedimenti di Bettolle e di Sinalunga, e da una grande necropoli di 60 tombe della collina di Foiano della Chiana. Già nel 1877 la sua collezione annoverava almeno 400 vasi, senza contare ossi, avori, ferri, paste vitree, una ingente quantità di oggetti domestici e funerari in bronzo, suppellettili di ogni genere, vasi da dispensa e da commercio, orci da miele e vasi per derrate solide e liquide, molti dei quali con iscrizioni che contribuiscono in modo sostanziale ad accrescere le conoscenze sul lessico della lingua etrusca. Inoltre, il valore della collezione è straordinario perché proviene da un preciso e ben definito contesto territoriale e culturale, quello della Val di Chiana, da sempre cerniera fra i territori di Chiusi, Siena e Arezzo, del quale documenta aspetti di vita e cultura tra  VII e I secolo a.C., in particolare quelli espressione dell’aristocrazia di Chiusi.

La mostra, curata da Mario Iozzo, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e da Maria Rosaria Luberto, archeologa della Scuola Archeologica Italiana di Atene, con il coordinamento generale di Stefano Casciu, direttore regionale dei Musei della Toscana, espone ben 293 reperti, fra i quali spiccano vasi ateniesi di grande qualità, alcuni con iconografie rarissime, e uno dei più antichi e più importanti vasi etruschi dell’intera produzione a figure rosse, un grande vaso per mescolare l’acqua e il vino utilizzato nei simposi dell’aristocrazia etrusca dell’Ager Clusinus, il territorio dell’antica Chiusi. A questo si affiancano 18 ricordi e cimeli di Napoleone Passerini, tra cui persino la sua pipa personale, gentilmente concessi in prestito dai pronipoti. FOTO VASO

Grandi pannelli iconografici presentano i capolavori che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento lasciarono la collezione e raggiunsero il Metropolitan Museum of Art di New York, l’allora Walters Art Gallery di Baltimora, il Museum of Fine Arts di Boston, il Bible Lands Museum di Gerusalemme, la collezione Silver di Los Angeles, inclusi alcuni pregevoli vasi che molto probabilmente transitarono dalla collezione Passerini prima di finire all’estero, fornendo così un quadro completo dell’insieme degli oggetti raccolti dal Passerini. Il catalogo scientifico, edito da Sillabe, è a cura di Mario Iozzo e Maria Rosaria Luberto. Giovedì 29 ottobre per l’inaugurazione la mostra sarà straordinariamente aperta al pubblico gratuitamente dalle 14  alle 22 (ingressi contingentati, a piccoli gruppi; max 80 persone per ora).

Alcune schermate della nuova app

Ad accogliere il pubblico ci sarà anche una sorpresa: la nuova app del Museo Archeologico Nazionale di Firenze (si chiama MAF), già scaricabile gratuitamente dai più diffusi store online! Il nuovo strumento, sviluppato da Maggioli SPA nell’ambito di “Valore Museo”, il programma finanziato dalla Fondazione CR Firenze per la crescita delle competenze professionali e manageriali dei musei e dei giovani laureati al fine di favorire il rafforzamento del sistema museale locale e lo sviluppo di nuove capacità imprenditoriali. L’applicazione facilita e arricchisce la visita di un museo articolato e complesso come il Museo Archeologico Nazionale di Firenze proponendo due percorsi integrati dedicati ai Capolavori e alla Storia dell’edificio. Un viaggio digitale che si sviluppa in parallelo attraversando e raccontando la storia delle sale dello storico Palazzo della Crocetta, già dimora medicea e approfondisce gli straordinari dettagli dei suoi capolavori unici al mondo.

Chi rompe… Riaggiusta, perché i cocci sono suoi!

Oggi, quando parliamo di restauro, pensiamo subito alle opere d’arte o oggetti di significativo valore storico danneggiati dal tempo o da eventi sfortunati che hanno bisogno di essere riportati all’originario splendore. Ma c’è un’altra forma di recupero, che oramai la nostra cultura riserva soltanto agli oggetti depositari di un particolare valore affettivo, e che tuttavia nell’antichità (e fino a poche decine di anni or sono) era imposta dalla necessità quotidiana: è l’arte di riaggiustare gli oggetti semplicemente per prolungarne la destinazione d’uso oltre l’accidentale rottura.

Grande dolio con riparazione antica conservato nel giardino del MAF

Questo “restauro”, più poetico e elevato addirittura a forma d’arte nella cultura giapponese (il kintsugi, che impreziosisce le rotture con l’oro), non è raro nei reperti archeologici: oltre a costituire una preziosa fonte di informazioni sulle abilità tecniche degli antichi, apre per noi inaspettate finestre sulla vita quotidiana dei nostri antenati. Molto comune è, per esempio, trovare vasi già rotti e rimontati in antico, i cui “cocci” sono tenuti insieme con grappe metalliche di piombo o bronzo: il metallo poteva essere colato in apposite scanalature oppure utilizzato sotto forma di sottili lamine tenute insieme da rivetti.

Una ciotola riparata con la tecnica giapponese del Kintsugi. Le fratture, impreziosite con l’oro, diventano una decorazione e raccontano la storia dell’oggetto (Fonte )

Non sempre i mezzi a disposizione consentivano di restituire la completa funzionalità all’oggetto (non è detto che le suture, per esempio, potessero essere completamente impermeabilizzate con la pece in modo da trattenere anche liquidi): i vasi, tuttavia, potevano continuare ad essere usati come contenitori per solidi o semplicemente far bella mostra delle immagini che ne decoravano il corpo.

Un esempio per tutti? Ma il vaso François, naturalmente! Forse non tutti sanno, infatti, che anche il rex vasorum non fu immune da rotture antiche (oltre che moderne…): qualche incauta mano, forse etrusca, ne provocò il netto distacco delle anse, forse nel tentativo di sollevarlo pieno di vino. Osservandolo nella sua vetrina, si vedono ancora bene i buchini in cui passava il metallo che doveva tenere insieme i pezzi.

Le tracce lasciate dalla riparazione sulle anse del vaso François

Un po’ diverso è il caso delle riparazioni effettuate in corso d’opera, per porre rimedio alle imperfezioni che avrebbero compromesso la realizzazione di un’oggetto a regola d’arte. È il caso delle riparazioni con metallo colato effettuate nell’argilla ancora cruda, che si era crepata in fase di essiccazione (come nei dolia rinvenuti a Diano Marina) o ancora dei tasselli inseriti a coprire piccoli buchini o imperfezioni  nelle sculture in bronzo. Al MAF, un esempio formidabile è il torso di Livorno, nel quale si leggono addirittura le tracce di questi interventi in due diversi momenti della storia.

La scultura, infatti, è una copia romana di un originale greco anch’esso di bronzo, effettuata per calco. A confermarcelo sono le impronte dei tasselli originali, che appaiono come piccole toppe in rilievo sulla superficie della scultura, ma che in realtà sono tutt’uno con essa. A queste si aggiungono i tasselli veri, oggi saltati via, che coprivano piccoli fori nella superficie.

A sinistra, impronte di tasselli che eliminavano piccoli difetti sull’originale; a destra, l’alloggiamento di un tassello che copriva un buchino nella copia.

Non solo gli oggetti antichi giunti integri fino a noi ci aiutano dunque a ricostruire la storia passata, ma persino le tracce dei piccoli e apparentemente insignificanti eventi quotidiani che portano addosso, se si sanno ascoltare, sono echi lontani del lavoro nelle officine, della vita nelle cucine di una ricca abitazione o ancora su una nave da trasporto.

La tazzina scheggiata del film Disney “La Bella e la Bestia” (fonte)

Autunno al MAF: programma eventi

Con l’arrivo dell’autunno tornano i consueti appuntamenti al MAF: le Giornate Europee del Patrimonio, la Notte dei Musei, le aperture in orario serale.

Domenica 27 settembre si celebrano le GEP, con apertura straordinaria dalle 9,00 alle 13,00  a tema Reinterpretare il Passato (biglietto 8 euro: tutte le info qui). Sono in programma le seguenti visite guidate gratuite:

Visite guidate al giardino, con le ricostruzioni dei monumenti etruschi e la rivisitazione “etrusca” della struttura del giardino stesso (Michele Recanatini).

Segni e parole del passato sui monumenti del Museo:

Iscrizioni greche e latine “parlanti “ (Mario Iozzo)

Iscrizioni etrusche “parlanti” (Claudia Noferi)

Tavoletta scrittoria in avorio, Marsiliana d’Albegna, Circolo degli Avori, decenni centrali del VII secolo a.C.

***

Nel mese di ottobre, il giovedì, grazie a cinque aperture aperture serali in continuità con quella pomeridiana, il museo accoglierà i visitatori fino alle 22 e sarà possibile prendere parte a brevi visite guidate gratuite dedicate a reperti e sezioni più o meno noti (il costo del biglietto di ingresso invece sarà sempre lo stesso, di 8 euro: tutte le info qui)

Di seguito il calendario:

1 ottobre

Storie di miti, amori e meraviglie: la collezione dei bronzetti greco-romani (M. Iozzo)

I grandi bronzi antichi e i loro restauri (G. Basilissi)

Il cinerario di Montescudaio: banchetto e cerimonie aristocratiche in Etruria (C. Noferi)

Gli arazzi medicei del Monetiere: storia, tecnica, restauro (L. Nucci)

8 ottobre

Una nuova importante acquisizione etrusca: La Testa Lorenzini (M. Iozzo)

Stoffe copte dagli scavi di Antinoe  (L. Nucci)

Grandi sculture etrusche in terracotta (C. Noferi)

Aspetti e problemi del restauro di opere d’arte antica (G. Basilissi)

Il canone della scultura egizia rappresentato nel Museo Archeologico (B. Torrini)

15 ottobre

Storie di miti, meraviglie e tragedie: i racconti del Vaso François (M. Iozzo)

Gli arazzi medicei del Monetiere: storia, tecnica, restauro (L. Nucci)

Forme e colori nelle grandi terrecotte etrusche (G. Basilissi)

Segni e parole del passato sui monumenti del Museo: Iscrizioni etrusche “parlanti” (C. Noferi)

Come riconoscere un falso o un’alterazione di un monumento egizio (B. Torrini)

22ottobre

Segni e parole dal mondo antico: iscrizioni “parlanti” nelle raffigurazioni mitologiche e di vita quotidiana dell’antica Grecia (M. Iozzo)

Grandi sculture etrusche in terracotta (C. Noferi)

Le oreficerie etrusche: tecniche e forme (G. Basilissi)

Stoffe copte dagli scavi di Antinoe (L. Nucci)

Segni geroglifici rari o “scomparsi” testimoniati nel Museo (B. Torrini)

29 ottobre

Breve guida alla nuova mostra “Tesori dalle terre d’Etruria: la collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona” (M. Iozzo)

Principi e principesse d’Etruria (C. Noferi)

I grandi bronzi antichi del Museo e i loro restauri (G. Basilissi)

Gli arazzi medicei del Monetiere: storia, tecnica, restauro (L. Nucci)

Ricomporre i “puzzles” archeologici: la tomba di Bakenrenef  (B. Torrini)

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Infine, sabato 14 Novembre sarà la Notte dei Museidalle ore 19,30 alle 22,30.

Il tema della serata sarà “Le conquiste del restauro“, con visite guidate su Idolino, Minerva, Testa Medici Riccardi, Arazzi medicei del Monetiere.

I gruppi di visitatori interassati a prendere parte ad una visita sono composti al massimo da quattro persone; non è necessaria la prenotazione e le visite si possono ripetere per più cicli durante la stessa serata.

Vi aspettiamo!

Zaino in spalla!

Avete preparato tutto il necessario per la scuola? Grembiuli, quaderni, merenda e soprattutto penne, matite e colori!

Nell’antico Egitto sicuramente non tutti i bambini erano destinati ad andare a scuola. I più fortunati che ricevevano un’istruzione però, vivevano una quotidianità a volte molte diversa da quella di oggi. In alcuni casi studiavano da soli o in piccoli gruppi con una sorta di precettore, non necessariamente si andava in un luogo deputato all’insegnamento, l’equivalente della nostra scuola, ma si rimaneva in casa, le materie di studio erano diverse e diversi erano i metodi di insegnamento e di mantenimento della disciplina.

Una cosa però era necessaria, allora come ora: l’astuccio!

Rilievo degli scribi, dalla tomba di Horemheb, Saqqara, Nuovo Regno (XVIII dinastia, regni di Tutankhamon e di Ay 1333-1319 a.C.).

Vi siete mai chiesti come fosse composta la cartella dei bambini egizi? Come facevano i loro compiti, su cosa scrivevano e con quale strumento?

I bambini diventavano scolari presto, intorno ai 5 anni, e terminavano gli studi di base circa 10 anni dopo, con il conseguimento del titolo di scriba. Dovevano imparare a leggere e scrivere in tre modi diversi: in geroglifico, in ieratico e in demotico, tre sistemi di scrittura completamente diversi che servivano per trascrivere la stessa lingua. Un po’ come i loro compagni moderni che si trovano ad imparare lo stampato maiuscolo, il minuscolo e il corsivo, ma con un’infinità di segni in più! Ovviamente c’era bisogno di molto esercizio e per i primi tentativi degli studenti non potevano certo essere sprecati dei fogli di papiro, che erano costosissimi e quindi riservati a testi molto importanti.

Ostraka (scaglie di pietra e vasi rotti) con iscrizioni in demotico, Nuovo Regno, XIX-XX dinastia.

I bambini dunque scrivevano sugli equivalenti delle nostre “brutte copie”, cioè schegge di pietra oppure pezzi di vasi rotti, con l’ausilio dello stilo, una sorta di bastoncino appuntito o sfrangiato, come un piccolo pennino o pennellino quindi, da scegliere in base allo stile calligrafico del testo da scrivere. Anche l’inchiostro doveva essere preparato sul momento, sciogliendo nell’acqua i pigmenti, altrimenti si sarebbe seccato diventando inutilizzabile. Nella cartella dei bambini era presente anche una tavoletta con due incavi per l’inchiostro e una scanalatura centrale che serviva per appoggiare lo stilo e le boccette per la preparazione dell’inchiostro. Quanta fatica rispetto alle nostre penne! Una cosa però è rimasta la stessa: i colori usati erano il nero, per i testi, e il rosso, per i titoli o per le cose più importanti che meritavano di essere evidenziate col colore.

Set scrittorio e vasetti per la preparazione dell’inchiostro, Nuovo Regno, Epoca Tarda.

Un particolare inaspettato è che tra le competenze che uno scriba doveva acquisire nella sua istruzione di base c’era anche lo scrivere incidendo la pietra. Nel suo kit per la scuola, quindi, non potevano mancare scalpello e mazzetta per scolpire i geroglifici.

La stele funeraria del maggiordomo Khentekhtayaun, esempio di scrittura geroglifica.

Alla fine del primo corso di studi si poteva proseguire con l’apprendimento di altre materie, come le lingue straniere, la medicina, l’astronomia o l’architettura. Per questi studi specialistici era necessario studiare presso le Case della Vita, vere e proprie scuole allestite di solito presso i templi.

Probabile raffigurazione di scolaro che porta una cartella e un cestino. Museo Egizio del Cairo
[L’Egitto dei Faraoni”​, Vol. 6: I Tesori del Museo Egizio del Cairo (testi A. Amenta, foto A. De Luca); Ed. White Star/L’Espresso Editoriale, 2005, pp. 86, 88].

Numerosi papiri ci parlano della vita degli scolari, uno dei più famosi è il papiro Lansing conservato al British Museum. Tra le sue righe troviamo rimbrotti e precetti di uno scriba al suo allievo. Con gli insegnamenti di questo antichissimo maestro vi auguriamo un buon rientro a scuola!

Frammento del papiro Lansing, XX dinastia, conservato al British Museum

Di giorno scrivi con le tue dita, di notte leggi ad alta voce.

Diventa amico del rotolo e della tavolozza, rendono più felici del vino.

Felice è il cuore di chi scrive: è giovane ogni giorno.

Ferie d’agosto o “feriae” d’Augusto?

Come non ricordare il primo imperatore romano nel mese che ne porta ancora orgogliosamente il nome? Nell’antica Roma il mese di Agosto, in cui ricorrevano una serie di importanti feste religiose, era interamente dedicato ad Ottaviano Augusto.

Cammeo con profilo di Augusto conservato al MAF

Nel 18 a.C. l’imperatore istituì le feriae Augusti (termine da cui deriva la parola Ferragosto!), un periodo di riposo che ricopriva tutto il mese, in cui già per tradizione si concentravano tante feste e ricorrenze religiose, legate prevalentemente alla fine dei lavori agricoli e ai raccolti.

La più importante di queste era quella di Diana, il 13, che veniva celebrata nel suo tempio sull’Aventino proprio nel giorno della sua fondazione da parte del re Servio Tullio e nel santuario sul lago di Nemi. In questo giorno (le idi di Diana, appunto) anche gli schiavi erano liberi di festeggiare e riposarsi dal lavoro. La dea, identificata in questo santuario con l’Artemide greca (soprattutto nella forma in cui era venerata ad Efeso), proteggeva le donne e gli aspetti legati alla gestazione. Al MAF, tra i bronzetti romani, sono conservate due immagini di Diana:

entrambi i bronzetti, derivati da tipi di età ellenistica, presentano la dea come cacciatrice, con veste corta e stivaletti, rispettivamente in corsa, nell’atto di tendere l’arco, e stante, mentre estrae una freccia dalla faretra portata sul dorso.

Successivamente, nella cultura cristiana, a queste celebrazioni pagane si è andata sovrapponendo la festa dell’Assunzione in Cielo di Maria, che fu fissata proprio al 15 agosto, che oggi in Italia è a tutti glieffetti un giorno di festa. E quale modo migliore di celebrarlo, allora, che visitando un museo? Noi vi aspettiamo! 😉

 

 

 

A tavola con gli Egizi

Oggi andiamo in cucina, per la precisione in quella degli Egizi! Nella nostra collezione moltissimi sono i reperti che ci raccontano cosa e come si mangiava sulle sponde del Nilo, sia con fonti iconografiche sia con veri resti di cibo. Ciononostante è bene non farsi ingannare: i pasti rappresentati o rimasti non sono quelli che si consumavano tutti i giorni alle tavole degli Egizi, ma veri e propri banchetti celebrati in onore del defunto. Un po’ come se pretendessimo di capire la nostra alimentazione analizzando solo il pranzo di Natale o della domenica insomma!

Anche i papiri ci aiutano a rimettere le cose nella giusta prospettiva, riportando diversi moniti alla moderazione e frugalità in campo alimentare che fanno da contraltare alle solenni abbuffate sulle stele funerarie:

E’ gran lode dell’uomo saggio contenersi nel mangiare,

E’ meglio stentare dalla fame che morire d’indigestione,

Non ti abbuffare di cibo: chi lo fa avrà la vita abbreviata.

Le stele funerarie avevano una funzione di notevole importanza: poiché con la morte cominciava per il defunto una nuova vita, doveva essergli assicurato il necessario sostentamento. Per questo motivo nelle tombe venivano deposti nella tomba anche alimenti e bevande, che però prima o poi sarebbero finiti. Serviva quindi una fonte inesauribile di cibo! Qui entrano in campo  le statuette di servitori addetti a cucina e rifornimenti, e le stele con immagini di banchetto. Una volta letta la formula magica la tavola si sarebbe duplicata nel mondo del defunto all’infinito per tutta l’eternità. Sarebbe un sogno anche per i vivi in verità!

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Stele funeraria di Samontuoser, Medio Regno (2065-1781 a.C.)

E cosa sarebbe comparso sulla tavola?

Innanzitutto il pane e la birra, i due alimenti base della dieta egizia. Nel periodo appena trascorso moltissimi si sono sbizzarriti a creare pani e focacce di tutti i tipi, ma scommettiamo che nessuno è riuscito a eguagliare l’infinità varietà egizia. Non solo venivano usati diversi tipi di cereali (il principale era il farro), ma anche moltissimi modi di cottura: in forno, in forme di terracotta riscaldate poi passate in forno o addirittura su pietre arroventate.  Le forme poi erano davvero moltissime, circolari, conici, a fette, a forma di animali… e ne ritroviamo numerosi esempi sia reali che nelle rappresentazioni.

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Statuetta di serva che prepara il pane, Antico Regno (V dinastia, 2465-2323 a.C.)

La birra veniva prodotta facendo fermentare un pane apposito, fatto di farina d’orzo e non portato a cottura completa, all’interno di un vaso contenente succo di datteri. Dopodichè veniva pressato e il liquido che si otteneva, probabilmente meno alcolico della moderna birra, veniva poi filtrato e aromatizzato con spezie e aromi.

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Disegno di Giuseppe Angelelli, preparazione dei pani, di cui uno a forma di vitello (dalla raccolta di disegni dell’antico Egitto di Ippolito Rosellini, BUP)

A differenza di quanto accade oggi il pesce era meno costoso della carne e veniva consumato anche dai ceti meno abbienti, arrostito, lessato, ma anche seccato e salato oppure messo in salamoia. La carne costituiva, invece, un’eccezione ed era consumata più raramente, soprattutto lessata o come base per pasticci e polpette. I volatili invece erano quasi sempre arrostiti allo spiedo.

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Cattura di uccelli palustri (dalla Raccolta di disegni dell’antico Egitto di Ippolito Rosellini, BUP)

La frutta consumata era quella tipica dell’area mediterranea: fichi, uva, sicomori, datteri, carrube, meloni e cocomeri; a partire dal Nuovo Regno (1552-1070 a.C.) divenne assai apprezzata la melagrana, mentre fra la frutta selvatica era molto nota la giuggiola.

Le verdure comprendevano in gran parte leguminose come ceci, fave, lenticchie e piselli, inoltre erano assai usati aglio, cipolla e porri sia come condimento che come cibo a sé; cetrioli e cavoli fanno spesso la loro comparsa sulle tavole imbandite, insieme alla lattuga cui era attribuito un grande potere afrodisiaco.

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Bassorilievo dalla tomba di Ptahmose, dignitario e sacerdote di Ptah, Menfi, Nuovo Regno (XIX dinastia, regno di Ramesse II, 1279-1212 a.C.)

Per adesso fermiamoci qui, ma si tratta solo di un primo assaggio della cucina egizia. Continuate a seguirci per scoprire altre abitudine culinarie in uso lungo le sponde del Nilo. Buon appetito!

 

 

 

 

Dal MAF a Bologna, i reperti in viaggio nelle terre dei Rasna!

Da circa un mese, e fino al 29 novembre, è nuovamente possibille visitare la mostra allestita presso il Museo Civico Archeologico di Bologna “Viaggio nelle terre dei Rasna“, nella quale sono esposti, assieme a numerosi capolavori etruschi, oltre cento reperti provenienti dal MAF. La cultura dei Rasna, nome con cui gli Etruschi identificavano se stessi, è presentata attraverso un viaggio in tutti i territori che la hanno conosciuta, dal centro Italia fino alle estreme propaggini campane e padane.

Tra i pezzi prestati dal MAF abbiamo scelto di approfondirne alcuni, per invogliarvi ad approfondire direttamente alla mostra.

I primi sono due hydriai, ovvero vasi per contenere acqua, che non sono di produzione etrusca ma che provengono da una ricchissima tomba di Populonia. I due vasi, a figure rosse con sovradipinture in oro e datati al 420-410 a.C., sono stati realizzati ad Atene e sono identificati come opere del pittore di Meidias: su di essi sono dipinte figure legate alla sfera di Afrodite e dei suoi due grandi amori, Faone e Adone. Assieme agli altri elementi del corredo, i due vasi fanno identificare il proprietario della tomba con una donna etrusca di alto rango, forse una sacerdotessa; le hydriai potevano aver costituito un dono di nozze legato al bagno purifucatore della sposa prima della cerimonia, oppure essere i contenitori lustrali usati in alcuni rituali di offerta alle divinità. Certamente realizzate in coppia dallo stesso ceramista, e dipinte dallo stesso pittore, furono esportate verosimilmente insieme. Una curiosità: come speso accade per i vasi greci, anche in questo caso conosciamo il nome del ceramista, Meidias, ma non del pittore (identificato come pittore “di Meidias”): questo perché per i greci all’interno della bottega era più importante chi plasmava il vaso rispetto a chi lo dipingeva.

In seconda battuta esaminiamo un reperto che nell’esposizione permanente del MAF occupa un posto d’onore, e condivide la sala con la Chimera e l’Arringatore. Si tratta della testa bronzea di giovinetto, di provenienza incerta (forse Fiesole?). La testa, di dimensioni al vero, apparteneva a una statua funeraria o forse votiva; i grandi occhi sono privi di iride, che doveva essere inserita, come spesso nella scultura beonzea, realizzata in altro materiale; le sopracciglia sono rese con il consueto motivo a treccia, i capelli corti e a spesse ciocche formano una frangia sulla fronte. Per quanto non si possa affermare di trovarsi di fronte ad un vero e proprio ritratto fisiognomico, i tratti delicati e in parte idealizzati rendono con grande efficacia  l’espressione dolce e distaccata di questo adolescente. La datazione è al 375-350 a.C.

Ultimo, ma non per importanza, un reperto che normalmente non si trova nel percorso espositivo nel MAF: l’urna cineraria proveniente da Città della Pieve, loc. Bottarone. Sul coperchio dell’urna, caratterizzata ancora dalle vivaci tracce della policromia originaria, si trova rappresentata la coppia coniugale: il defunto, nella consueta posizione del banchetto, semisdraiato sulla kline, e la moglie, accomodata accanto a lui ma seduta, che in questo periodo (siamo agli inizi del IV sec. a.C.) sostituisce le figure alate di demoni o lase che nella scultura funeraria chiusina di epoca classica accompagnavano i defunti nel loro ultimo, eterno banchetto. Sul collo della donna sono visibili due fori, che servivano a bloccare la collana che in origine la scultura indossava, e che abbiamo la fortuna di conservare al museo.

Se queste brevi istantanee vi hanno incuriosito… non vi resta che continuare il viaggio alla mostra: i Rasna vi aspettano!