“Mesci mescolando una misura d’acqua e due di vino”…*

“Beviamo: perché aspettiamo le lucerne? Un dito è il giorno;
ragazzo mio, tira giù grandi coppe decorate:
il vino, infatti, il figlio di Semele e Zeus, oblio dei mali,
donò agli uomini. Mesci mescolando una misura d’acqua e due di vino,
colme fino all’orlo, e l’una l’altra coppa scacci”
[Alc. fr.346 v]

 

Così Alceo, poeta lirico greco vissuto tra VII e VI sec. a.C., invita a dimenticare le ansie della giornata abbandonandosi al dolce oblio del vino, senza attendere che cali la sera per dare il via al simposio. Infatti proprio per questo Dioniso, figlio di Semele e Zeus, avrebbe donato agli uomini il segreto della vite e del vino, per distrarli dagli affanni e dai dolori della vita.

Alcune kýlikes (coppe) attiche a figure rosse.  Nel tondo scene di simposio.

Ma gli antichi, allora, erano tutti ubriaconi 😀 ?

No! Le fonti, unitamente ai rinvenimenti archeologici, consentono di delineare un quadro molto preciso di come nel mondo greco ed etrusco venisse inteso il consumo di vino. Il simposio, momento che seguiva il banchetto e dedicato alla condivisione del bere (syn-píno, bevo insieme) si connota come un momento di profonda religiosità oltre che di svago e piacere: un vero e proprio rituale. Durante il simposio si prega e si invoca il dio, che, assieme al prezioso liquido, ha insegnato agli uomini anche come farne buon uso. Abbandonarsi al bere smodato, infatti, porta l’uomo alla perdita del controllo e lo fa regredire a una stato naturale privo di freni inibitori, al pari delle Menadi invasate o dei Sileni (in parte umani e in parte ferini) che compongono il corteggio del dio, perdendo così quella identità sociale tanto importante nella pólis greca.

Dioniso con un sileno nel tondo di una coppa attica a figure rosse

Per questo motivo il vino si consuma mischiato ad acqua; più acqua che vino nelle proporzioni usuali di tre a uno (miscuglio che Ateneo derideva come “vino delle ranocchie”!), mentre più di rado (è il caso di Alceo) il vino era usato in proporzioni maggiori. Per mescolare si utilizzavano i crateri o i dínoi, vasi panciuti e con l’imboccatura larga da cui era comunque facile attingere il liquido. Il vino puro era ritenuto un eccesso da barbari.

I vasi “panciuti” per il consumo del vino: il cratere (al centro) e i dínoi (ai lati)

L’acqua che si aggiungeva poteva essere sia calda che fredda, a seconda delle stagioni; in estate, infatti, il vino veniva sovente mescolato direttamente a neve o ghiaccio, o raffreddato grazie all’ingegnoso sistema degli psyktéres, dei vasi dalla conformazione adatta per galleggiare all’interno di un cratere: potevano contenere neve o ghiaccio essi stessi, raffreddando così contenuto del cratere, oppure, al contrario, essere posti colmi di vino, all’interno di un vaso contenente neve o ghiaccio.

Un esempio di psyktér, che andava inserito all’interno di un cratere (fonte)

Oltre che con l’acqua, però, occorre dire che il vino veniva “truccato” anche con altri ingredienti: per mitigarne il sapore aspro, infatti, si aggiungevano spezie, miele, resina e vi si grattugiava dentro persino il formaggio (nei servizi da simposio greci ed etruschi, infatti, è spesso presente anche la grattugia!).

 

Grattugia in bronzo da un corredo funerario etrusco. Anche i Greci avevano strumenti analoghi nei serviti da banchetto!

Il consumo vero e proprio, all’interno del simposio, avveniva secondo regole precise: all’inizio si eleggeva un simposiarca, che decideva la proporzione tra acqua e vino (e quindi il tono della serata), il numero di coppe che sarebbe toccato a ciascun commensale e le norme che avrebbero regolato la festa, con le eventuali “penitenze” (di carattere burlesco o derisorio) per chi non le avesse rispettate. Talvolta si ingaggiavano professionisti che allietassero gli ospiti, come musicisti, acrobati o danzatori, oppure gli stessi commensali si cimentavano in giochi di abilità come il kóttabos, che consisteva nel rovesciare, lanciando l’ultima goccia di vino dalla coppa, piccoli recipienti collocati in equilibrio instabile su una particolare asta (il rhábdos kottabiké). Nato come forma di libagione, il kóttabos assunse spesso un carattere amatorio, poiché chi colpiva il bersaglio lo faceva pronunciando il nome della persona di cui sperava procurarsi il favore. La coppa andava presa per l’ansa con l’indice ed appoggiata con la base al polso; il lancio avveniva quindi con gesti assai delicati e calibrati, sempre più difficili man mano che la serata, tra canti e declamazioni, volgeva al termine nell’ubriachezza generale.

Partecipanti al simposio intenti nel gioco del kóttabos (fonte)

Sebbene l’ubriachezza e le sue nefaste conseguenze fossero normale amministrazione al termine dei simposi, non mancavano i moniti per i bevitori: spesso il tondo interno delle coppe è infatti decorato dal Gorgonéion, la testa di Medusa, il cui sguardo pronto a pietrificare fissava dritto negli occhi il bevitore non appena la coppa si svuotava del suo prezioso contenuto. All’esterno, invece, sono comuni le scene di banchetto, mentre un particolare tipo di coppa inventata dal ceramografo Exekías nella seconda metà del VI secolo a.C. presenta, oltre a una scena figurata, anche due grandi occhi apotropaici da cui prende il nome: la coppa “a occhioni”. Queste coppe, sollevate da chi beveva fino a coprire il viso, si trasformavano in una sorta di maschera (gli occhioni in corrispondenza degli occhi e il piede che diventa un buffo naso), proteggendo il bevitore dagli sguardi maligni altrui e facendo al contempo sorridere gli altri commensali.

Le coppe “a occhioni”. Al centro, il Gorgonéion che si può trovare dipinto all’interno delle coppe.

Ponte tra umano e divino, conforto alla vita e al tempo stesso pozione capace di risvegliare l’istinto bestiale dell’uomo, il vino è protagonista di uno dei più importanti momenti della vita sociale e politica dell’antichità, e ancora oggi sono proprio gli splendidi contenitori creati per assolvere le molteplici funzioni del suo consumo che ce ne raccontano la storia e i miti ad essa collegati.

* Delle aperture straordinarie del MAF del mese di agosto, quella di martedì 7 sarà dedicata proprio al vino, con visite guidate incentrate su questo tema.

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Eracle, il più umano degli eroi

Quest’anno le “Notti dell’Archeologia”, a cui il MAF aderisce con le tre aperture straordinarie serali del mese di luglio sono intitolate a “Eroi e miti dell’antichità“, a cui di volta in volta sono dedicate diverse visite guidate. Anche qui vogliamo suggerirvi un percorso, sulle orme di quello che forse nel mondo antico è stato l’eroe per antonomasia, il più caro di tutti ai cuori degli uomini, con le sue fragilità e la sua grandissima forza: Eracle.

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Eracle nella versione Disney! (fonte)

Figlio della mortale Alcmena e di Zeus, che una notte si sostituì nel letto al marito di lei Anfitrione, fin da giovane Eracle dimostrò una forza e un coraggio straordinari, che gli valsero il compimento delle celebri dodici fatiche. Le imprese furono assegnate all’eroe da Euristeo per espiare l’uccisione della moglie da lui compiuta in un momento di follia, provocatagli dalla gelosissima Era, sempre avversa al palese frutto di uno dei tanti tradimenti del regale consorte. Tutta la vita di Eracle è parimenti costellata da azioni nobili e da deleterie intemperanze, dovute all’avversità della regina degli dei come al suo carattere così furioso e incontrollabile. Egli può contare solo su se stesso e sulla divina Atena, sua guida costante, che incarna accanto a lui l’astuzia che aiuta la forza, la saggezza che tempera l’ira: proprio per questo egli diventa prestissimo un modello da imitare per i mortali, il paradigma dell’uomo che, attraverso la successione di errori e prove, giunge ad una agognata ricompensa al termine della propria vita. I mostri che sconfigge sono il riflesso dei lati negativi del suo stesso carattere, e il premio per tanta costanza sono la giovinezza eterna e la riconciliazione con Era, che alla fine lo accoglie sull’Olimpo.

Eracle è sempre rappresentato ammantato con la pelle del Leone Nemeo (la leonté), da lui sconfitto nella prima delle “fatiche”, e armato di clava (fatta con un ramo di olivo, la pianta sacra ad Atena), di arco e frecce o di spada. Al MAF Eracle compare in numerose raffigurazioni, che ci guidano attraverso la storie della sua intricata mitologia.

 

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In senso orario: Eracle e Pholos, Eracle e il cinghiale di Erimanto, Eracle e la cerva Cerinite, Eracle col tripode delfico.

Su un’anfora del Pittore di Würzburg, datata 520-510 a.C., Eracle è ritratto insieme a Phólos: sulla sua strada verso l’Erimànto (in Acaia, Peloponneso), infatti, Eracle raggiunge l’antro di Phólos, un centauro che, pur non essendo saggio quanto Chirone, è comunque meno selvaggio dei suoi compagni e per questo conosce le regole dell’ospitalità. Al centauro Eracle chiede un po’ di vino e l’ospite è inizialmente incerto se scoperchiare il píthos dove conserva il nettare prelibato: ha infatti paura di risvegliare i ben noti istinti bestiali degli altri centauri. Phólos cede alle insistenze di Eracle ma i suoi timori si avverano: i centauri accorrono all’odore del vino e, nella lotta che ne consegue, Chirone, giunto a calmare gli animi, viene involontariamente ucciso da Eracle con una freccia.

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I Cercopi appesi a testa in giù

Su un’anfora a figure nere proveniente da Chiusi datata al 510-500, Apollo ed Eracle si contendono un animale che alcuni identificano con la cerva cerinite, la cerva con le corna d’oro sacra ad Artemide che Eracle riuscì a catturare e portare, con il permesso della dea, ad Euristeo. Sull’altro lato della stessa anfora è il buffo episodio di Eracle e i Cercopi, che si inserisce in una serie di episodi nei quali il forzuto eroe è protagonista di eventi quasi farseschi: i malefici Cercopi sottraggono le armi al figlio di Zeus e ne vengono prontamente puniti; mentre sono appesi a testa in giù, si ricordano della madre che li aveva messi in guardia dallo straniero “dalle natiche pelose” e scoppiano in risate che alla fine inducono lo stesso Eracle a lasciarli liberi. È propro il sentimento di forte immedesimazione con un eroe che passa la vita a rimediare ai propri errori e che fa sì che di Eracle si dimentichi quasi l’ascendenza divina, rendendolo protagonista di situazioni irriverenti e buffonesche.

Su altri due vasi esposti al secondo piano del MAF è possibile riconoscere alcune delle fatiche di Eracle: sul cratere a colonnette di Mison (datato al 490-480 a.C.) troviamo l’eroe con il tripode delfico, oggetto di una contesa con Apollo. Vistosi rifiutare l’oracolo dalla Pizia, infatti, Eracle avrebbe provato a portare via dal santuario il tripode, lottando con il dio e restandone sconfitto. Su un’anfora a figure nere datata al 510-500 a.C. è invece il compimento della cattura del cinghiale di Erimanto, così feroce e pericoloso che Euristeo, quando Eracle glielo consegnò, si nascose in un píthos, un grosso vaso, per il terrore.

Eracle è una divinità greca che viene poi accolta e trova la sua collocazione anche nel mondo etrusco e romano. Gli Etruschi lo chiamano Hercle; il suo nome (“herc”) si trova sul  Fegato di Piacenza (II-I sec. a.C.) e le sue prime raffigurazioni lo vedono con arco e faretra o con la clava. Al MAF è rappresentato in diversi bronzetti, databili dall’età arcaica a quella ellenistica, sempre con la leonté e la clava sollevata in atto di colpire il bersaglio.

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Talvolta, Hercle viene raffigurato in situazioni per noi sconosciute, del tutto etrusche, che non trovano corrispettivo nel mondo greco, come nell’incisione su uno specchio da Volterra in cui l’eroe, adulto, è allattato da una dea che l’iscrizione identifica come Uni.

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Specchio etrusco con Hercle e Uni

La preponderanza­­­ delle immagini che mostrano l’eroe sulla via dell’immortalità e vicino agli dèi, rivelano chiaramente che in Etruria, come in Grecia, già nel VI sec. a.C. egli era considerato un semi-dio, per il fatto stesso di aver dovuto lottare per conquistare la propria immortalità, e che era probabilmente sentito più vicino agli uomini di altre divinità. Insomma, Hercle deve essere stato considerato dagli Etruschi un apportatore di prosperità e forza vitale: un Ercole molto vicino a quello romano.

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Bronzetti romani di Ercole. In basso, l’Ercole seduto di tipo lisippeo

Tra i numerosi bronzetti di epoca romana conservati al MAF, citiamo in ultimo l’ercole seduto (epitrapézios); anche se pesantemente restaurata, la scultura ripropone un tipo derivato da un’opera di Lisippo, che mostrava l’eroe seduto, con la clava a riposo e nell’atto di sollevare una coppa di vino. Si tratta di Ercole che, giunto al termine delle sue avventure terrene e spossato, riflette sul senso delle imprese compiute. A questo punto lo attende soltanto l’ascensione all’Olimpo con le altre divinità.

L’estate del MAF: aperture serali straordinarie

Per tutta l’estate, a partire da questa sera, il MAF prolungherà l’orario di apertura ogni martedì, restando aperto dalle 19,00 alle 22,00. Per ogni sera è in programma una visita guidata a tema, che sarà ripetuta più volte durante la serata e coinvolgerà vari settori del Museo puntando l’attenzione di volta in volta su elementi diversi delle collezioni, dai capolavori ai reperti meno noti e più curiosi. Durante le aperture serali sarà possibile anche la visita al giardino monumentale, con la ricostruzione delle tombe etrusche.

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Clicca sull’immagine per scaricare il pdf del programma!

Nel mese di luglio le aperture saranno parte delle Notti dell’Archeologia, la manifestazione estiva che ogni anno coinvolge i musei della Toscana con eventi speciali accomunati da un unico tema. Quest’anno l’attenzione è puntata su “Eroi e miti dell’antichità“, e il MAF ha scelto di dedicare le tre serate di luglio alla scoperta degli eroi, delle eroine e dei mostri che dagli eroi sono stati combattuti e sconfitti.

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Sul volgere della stagione, all’inizio di settembre, protagonista sarà invece la festa della Rificolona, una tradizione per la città di Firenze e soprattutto per il quartiere della Santissima Annunziata in cui il Museo sorge: sarà dunque per noi l’occasione di scoprire come gli Antichi rischiaravano il loro cammino e le loro case!

Vi aspettiamo dunque, a partire da questa sera, per scoprire ogni settimana un MAF diverso! Il biglietto di ingresso è, come al solito, di 4 euro; l’ultimo ingresso è alle 21,15.

Così diversi…così uguali!

Spesso il mondo antico ci appare come qualcosa di lontanissimo dalla nostra vita quotidiana e facciamo fatica a vedere negli oggetti esposti in un museo qualcosa che realmente qualcuno ha usato e maneggiato. Certamente molto è cambiato, ma ci sono utensili insospettabili che nella loro prima realizzazione hanno centrato talmente bene l’obiettivo per il quale erano stati creati che sono rimasti pressochè identici fino ai giorni nostri! Non ci credete? Eppure è proprio tra gli oggetti che usiamo tutti i giorni che è più facile trovare assonanze con i reperti antichi. Cosa c’è di più abituale per noi del grattugiare un po’ di formaggio su un piatto di pasta o del versare la minestra fumante nelle scodelle per cena?

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Grattugia etrusca dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (650-600 a.C.) che conserva ancora parte dell’immanicatura in legno

In effetti l’azione che gli Etruschi svolgevano era identica a quella che facciamo noi ogni giorno: afferravano per il manico la grattugia e ci strofinavano sopra il formaggio (o anche radici di spezie); ugualmente con il simpulum, che oggi chiameremmo ramaiolo, attingevano del liquido da un recipiente per versarlo in un altro. La differenza è che questi due utensili servivano per arricchire e poi servire non del cibo, ma il vino! Erano infatti due elementi essenziali del servizio da simposio.

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Simpulum dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (675-650 a.C.)

Sempre per restare in ambito culinario abbiamo addirittura due strumenti in uno: un imbuto e allo stesso tempo un colino. Si tratta dell’infundibulum, oggetto dalla raffinata fattura che grazie alla cerniera permetteva di sollevare il colino se il liquido da travasare non doveva essere filtrato.

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Infundibulum dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (580-560 a.C.)

Ancora in cucina abbiamo un oggetto pensato appositamente per i più piccoli, potrebbe essere considerato l’antenato del nostro biberon.

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Poppatoio a forma di animale e poppatoio a vernice nera (età ellenistica)

 

Si chiama guttus, letteralmente un vaso che fa uscire il liquido una goccia alla volta. Talvolta era realizzato a forma di animale per risultare ancora più accattivante per il bambino, con la stessa attenzione che mettiamo oggi nel decorare gli oggetti dedicati ai piccolissimi, e poteva avere anche la funzione di un sonaglino. Spesso infatti all’interno conteneva dei piccoli pallini di argilla che non potevano uscire dallo stretto condotto dal quale il bambino beveva, ma che risuonavano quando il vaso veniva scosso, ma solo dopo che il latte era finito! Un biberon-giocattolo che rispondeva sia a criteri di sicurezza  che di estetica per il destinatario insomma.

Usciamo finalmente dalla cucina e mettiamoci comodi: questi vi ricordano qualcosa?

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Particolare del sarcofago di Larthia Seianti (Chiusi, II sec. a.C.)

Qui entrano in gioco fattori quali il gusto e la moda del tempo, ma sicuramente forma e dimensione rivelano che non molto è cambiato dal II sec. a.C. nel quale visse Larthia Seianti, almeno per quanto riguarda i cuscini!

Terminiamo questa breve carrellata con un’altra azione quotidiana, la chiusura delle finestre. Accanto ai moderni impianti a serrande avvolgibili resistono ancora nelle nostre case le persiane in legno o in altri materiali.

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Persiane egizie di epoca tarda (provenienza sconosciuta) e persiane del MAF

Nelle case degli Egizi non servivano solo ad oscurare, ma fungevano anche da chiusura della finestra, che non aveva lastre di vetro.

Questi sono solo alcuni dei moltissimi possibili esempi, tutti visibili nelle sale del museo, a ricordarci che gli antichi non erano poi così diversi da noi!

#artdesign al tempo dei romani: l’arredo delle domus

Il mese di maggio è dedicato dal Mibact al design, inteso come ricerca di oggetti che costituiscano una sintesi tra funzionalità, tecnica ed estetica ancora prima dell’avvento della produzione industriale; se, apparentemente, un museo archeologico è quanto di più lontano si possa immaginare dal design, in realtà si resta stupiti da quanti degli oggetti conservati al MAF rispondano esattamente a queste caratteristiche! Un esempio lampante è quanto rimane degli arredi delle ricche domus di epoca romana, di cui restano elementi legati all’illuminazione e parti di mobilio.

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L’interno di una domus immaginato da L. Alma Tadema (foto)

I vari ambienti delle case romane prendevano luce prevalentemente dalla porta, che si poteva affacciare sull’atrio (il cortile interno che si apriva subito dopo l’ingresso, caratterizzato da un’apertura nel tetto) o sul peristilio (il giardino colonnato che si trovava sul retro). Di buio, l’illuminazione era demandata all’utilizzo di lucerne, di forma e materiale diverso a seconda degli ambienti che dovevano rischiarare. Se nelle stanze di servizio si utilizzavano semplici lampade di terracotta, in quelle di rappresentanza le lucerne erano di bronzo, come altre parti dell’arredo, e rispondevano all’esigenza del proprietario di mostrare l’agiatezza della propria posizione.

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Gli arredi in bronzo e marmo di una ricca domus dipinti da L. Alma Tadema (foto)

Nella sezione dei bronzi romani, recentemente riallestita al secondo piano del MAF, nell’ultima sala sono conservate alcune lucerne di epoca imperiale, da quelle più antiche, a una sola luce e di forma allungata, a quelle di epoca tarda a soggetto cristiano, bilicni, cioè con due beccucci da cui fuoriusciva lo stoppino. Alcune sono dotate di catenelle e anelli che servivano per la sospensione, consentendo di appenderle a ganci o portalampade come quello configurato ad alberello conservato nella stessa sala; l’albero, forse un fico, è straordinariamente curato nei dettagli, come il piccolo serpente che fa capolino dal tronco. Si tratta di un manufatto proveniente probabilmente dalle regioni orientali dell’Impero, che risale agli inizi del I sec. d.C.

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Lucerne in bronzo e portalucerne ad alberello

L’oggetto che però risponde meglio all’idea di design come lo intendiamo oggi, è certamente il c.d. Idolino di Pesaro, copia romana in bronzo (circa 30 a.C.) di una scultura greca di epoca classica. La statua, che rappresenta un giovane stante, non aveva solamente lo scopo di abbellire l’ambiente nel quale era collocata, ma svolgeva anche la funzione di reggilampade; arricchita forse da un tralcio vegetale a cui le lucerne potevano essere appese, poteva sorreggere dei lumi anche con le mani, con una soluzione che tanto spesso si trova applicata alle sculture che popolavano gli ambienti e i giardini delle abitazioni dei ricchi cittadini romani.

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l’Idolino di Pesaro

A differenza delle lampade, i mobili giunti fino a noi sono ben pochi, e al MAF ne sono conservati soltanto pochi resti. Si tratta di parti del rivestimento bronzeo delle zampe di mobili di origine etrusca (ma non troppo dissimili dovevano essere quelli di produzione romana),  configurati a zampa leonina con scene mitiche realizzate a rilievo. Letti, tavoli e sedie in legno erano spesso abbelliti da parti in materiale più pregiato, come il metallo o l’avorio.

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Zampe di mobili in bronzo di produzione etrusca (V sec. a.C.)

Risalente all’età tardo imperiale è invece la spalliera di trono* ageminata, che doveva rivestire la parte posteriore di una sedia di rappresentanza destinata al padrone di casa, il dominus, del quale erano illustrate le principali attività (la caccia) e le splendide proprietà (la villa con il parco circostante).

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La spalliera di trono

Ancora una volta la modernità del passato balza agli occhi e stupisce, e i reperti antichi svelano le affinità tra il nostro quotidiano e la vita dei secoli passati. Chissà quali sono gli oggetti di “design” che più colpiscono i nostri visitatori… Per tutto il mese di maggio potete condividerli sui social con l’hashtag #artdesign!

*Nel post a cui si rimanda la spalliera, con gli altri bronzi tardo antichi, si trovava nel corridoio del secondo piano. Attualmente tutti questi reperti sono riuniti nelle sale dei bronzi e bronzetti romani.

 

Le mummie animali del MAF

Tra le recenti acquisizioni del Manf, presentate al pubblico in occasione della mostra L’Arte di donare. Nuove acquisizioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, figurano due mummie di canidi che vengono ad arricchire il già consistente gruppo di mummie animali in possesso del museo, costituito da ben 65 esemplari.

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Mummie di canidi esposte alla mostra

Le due mummie, assegnate al Museo nel 2013 dal Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, risultato di una indagine sulla liceità del possesso, sono provenienti da un lascito ereditario e pertanto non è possibile identificarne il luogo d’origine in Egitto né fissarne precisamente la cronologia, sebbene, come vedremo, l’uso di imbalsamare animali, presente solo in Epoca Tarda, possa favorire una datazione a questo periodo.

Ma perché gli Egizi praticavano la mummificazione, e perché mummificavano anche i loro animali?

La mummificazione, venne adottata dagli Egizi quale sistema ordinario di sepoltura al fine di consentire la sopravvivenza dei corpi nell’aldilà. Essi infatti credevano che la conservazione del corpo avrebbe assicurato al Ka – l’anima o l’essenza spirituale del defunto- di utilizzarlo quale veicolo in cui incarnarsi. La mummia quindi, così come la statua, non era un semplice tributo alla memoria, ma la sua funzione precipua era quella di servire da base per un’altra vita, quella del Ka, che in essa si incarnava. Senza alcun supporto fisico infatti, l’anima- sotto aspetto di Ka, Ba (la “manifestazione animata del defunto”) o Ash (il generico principio di immortalità) – non potendosi incarnare, si sarebbe perduta in una eternità di supplizi.

La conservazione del corpo materiale era di primaria importanza, e ciò spinse gli Egizi a sviluppare raffinate tecniche di conservazione dei corpi.

I materiali e le tecniche utilizzate, pur variando nel tempo, rimasero costanti nei principi base che prevedevano l’eviscerazione del cadavere (lavato con vino di palma e asciugato con panni di lino) e la sua essiccazione mediante immersione in un composto di sali (natron), per consentire la disidratazione dei tessuti grassi e con funzione battericida, per una durata tradizionalmente fissata sui 40 giorni. Seguiva una fase di circa 30 giorni in cui, raggiunta la completa disidratazione, il corpo veniva ricoperto di resine e di oli sacri, incensato ed infine avvolto in bende di lino secondo un procedimento altamente complesso. La mummia veniva poi deposta nel sarcofago e collocata nella tomba, ove erano deposti gli oggetti indispensabili alla vita quotidiana e dipinte scene della vita di tutti i giorni, in maniera da garantire una inesauribile fonte di approvvigionamento al defunto nel caso malaugurato in cui le offerte, che i vivi erano tenuti a recare ai morti, fossero state interrotte per un qualunque motivo.

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Mummia di gazzella (fonte)

Non erano però solamente gli umani ad essere sottoposti a questo procedimento: i musei di varie città del mondo sono pieni di mummie delle specie più diverse, compresi bovini, babbuini, arieti, leoni, gatti, cani, iene, pesci, pipistrelli, gufi, gazzelle, capre, coccodrilli, toporagni, coleotteri scarabei, ibis, falchi, serpenti, lucertole e molti tipi di uccelli: è perciò probabile che gli Egizi credessero che anche gli animali, come gli umani, possedevano un Ka, e forse anche un Ba e un Akh. Il procedimento era simile a quello seguito per gli esseri umani: eviscerazione, essiccamento sotto natron, lavaggio, accurata fasciatura e deposizione nel sarcofago. Le indagini archeologiche hanno riportato alla luce interi cimiteri riservati agli animali, come la necropoli di Saqqara, dove sono state identificate, all’interno di una catacomba particolarmente estesa, ben otto milioni di mummie di cani, o quella di Tuna el-Gebel, che ha restituito circa quattro milioni di mummie di ibis. Le mummie animali giunte fino a noi possono essere suddivise in diverse tipologie.  Un gruppo importante è costituito dagli animali domestici, cani, gatti ma anche manguste, scimmie, gazzelle e uccelli. Questi animali venivano spesso mummificati e sepolti con i loro proprietari, o fuori della loro tomba, nel caso in cui la loro morte precedeva quella dell’individuo cui essi appartenevano, in attesa di accompagnarli anche nell’aldilà: l’esempio quasi commovente di un uomo chiamato Hapymin, sepolto nel periodo compreso tra l’epoca tarda e la XXX dinastia con il suo cane raggomitolato ai piedi, può fornire forse la prova migliore del forte sentimento che gli Egizi nutrivano per i loro animali.

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Mummia di coccodrillo (fonte)

Un’altra tipologia è costituita dalle mummie di animali considerati sacri, come ipostasi delle divinità: ad esempio il toro Api a Menfi o l’ariete Banebged a Mendes erano oggetto di venerazione dalle età più antiche, scelti dai sacerdoti secondo precisi criteri (ad esempio una macchia sulla pezzatura) e adorati e accuditi come fossero il dio stesso. Alla loro morte, venivano imbalsamati e solennemente sepolti in una catacomba, mentre il loro principio divino migrava in un altro esemplare dalle caratteristiche simili.

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Mummia di gatto con relativa radiografia (fonte)

La categoria di mummie animali più numerosa, e più frequente nelle collezioni dei musei di tutto il mondo, è quella delle offerte votive: in questo caso, la mummia di uno specifico animale veniva dedicata alla divinità corrispondente (ogni dio aveva un animale specifico che era il suo totem o simbolo, ad esempio il gatto era sacro a Bastet, dea del piacere, dell’amore e della bellezza, gli Ibis a Thot, dio della conoscenza), in modo tale che la preghiera dedicata al dio dal pellegrino, e rappresentata dall’animale imbalsamato, potesse essergli indirizzata e rivolta per l’eternità. Le mummie venivano offerte e conservate nel tempio fino alla festa annuale o semestrale del dio, dopodiché venivano sepolte in apposite, enormi, catacombe.

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Mummia di serpente con sarcofago. Sul coperchio è rappresentato il serpente in rilievo (fonte)

Questi animali venivano allevati in prossimità dei santuari e poi deliberatamente uccisi per essere imbalsamati e venduti ai pellegrini. Con il tempo, si creò un vero e proprio sistema economico ruotante intorno a questi santuari, che accoglievano officine destinate alla produzione, alla imbalsamazione e alla vendita di mummie, e non mancano prove dell’esistenza di edifici destinati alla cova delle uova di coccodrillo (a Medinet Mari) o di uccelli.

Del resto, le mummie erano parte integrante dell’economia di questi santuari: migliaia di animali dovevano essere allevati e accuditi a spese del tempio, su cui ricadevano anche i costi di mantenimento dei sacerdoti addetti al culto, della manodopera specializzata e dei materiali necessari per l’imbalsamazione, provenienti da diverse parti dell’Egitto o dall’estero (ad esempio le resine, incluso l’incenso e la mirra, venivano importate dalla Siria o dall’Etiopia). Fu probabilmente per far fronte alla richiesta sempre crescente che cominciarono ad essere prodotti esemplari di scarsa qualità, tanto più che questa dipendeva anche dalle disponibilità economiche dell’acquirente, e che si misero in atto delle pratiche probabilmente fraudolente: le indagini diagnostiche cui sono state sottoposte alcune mummie hanno infatti rivelato che queste erano dei “falsi”, cioè erano state bendate per dare l’idea di un animale specifico, ma di fatto contenevano i resti di un animale diverso, le ossa di più esemplari o addirittura solamente sabbia, grumi di fango, bende e materiale di vario genere. Bisogna però tenere conto anche della precipua mentalità egizia per la quale la parte (pochi resti ossei o solo le piume) vale il tutto (l’intero animale) nonché il budget del pellegrino, che qualora molto basso, non consentiva l’acquisto di esemplari “autentici”.

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Mummie di pesce con sarcofago (fonte)

L’ultima categoria di mummie animali è costituita dalle mummie cosiddette “alimentari”, ovvero da cibi mummificati come costolette di manzo, anatre e oche, collocate nella tomba affinché il defunto se ne potesse nutrire. La carne e il pollame venivano preparati come se fossero pronti per essere cucinati: la carne veniva scuoiata e spezzettata, il pollame spennato ed eviscerato, e nella maggior parte dei casi, venivano rimosse la testa, le ali e le zampe. Dopo l’essiccazione, il fegato e la varie frattaglie venivano reinserite all’interno del corpo tramite delle cavità opportunamente create. Alcune di queste mummie presentano una colorazione marrone, come se fosse stato dato loro intenzionalmente l’aspetto di una cosa appena arrostita, con l’applicazione di resine calde che ovviamente brunivano le bende.

La pratica della mummificazione di animali è attestata durante l’intero arco della storia egizia, ma è soprattutto durante l’Epoca Tarda e nei Periodi Tolemaico e Romano che si diffonde con enorme successo la pratica delle mummie votive, probabilmente quale reazione alla minaccia straniera che spinse gli Egizi a cercare nuovi modi con cui affermare il proprio senso di identità e ribadire la propria cultura e le proprie tradizioni religiose. Il fenomeno perdurò circa fino al 350 d.C., quando venne interrotto dal trionfo del cristianesimo.

Reperti “vecchi”, sale nuove!

Da ieri, venerdì 6 aprile, al secondo piano del MAF sono visitabili le nuove sale dedicate al Vaso François, al Sarcofago delle Amazzoni e ai Bronzetti greco-romani, recentemente riallestite grazie alla generosa donazione di Laura e Jack Winchester, liberalmente offerta al Museo Archeologico attraverso la Fondazione non profit Friends of Florence (allestimento stato curato dall’architetto Chiara Fornari e realizzato dalla ditta Machina s.r.l.).

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L’apparato didattico a corredo della sala

Il celebre Vaso François, capolavoro dell’arte vascolare greca, collocato in una nuova  nuova vetrina, è il fulcro di una nuova sala tutta nera, sulle cui pareti spiccano le riproduzioni (retroilluminate e in grande scala) del fregio principale con il matrimonio di Peleo e Teti. L’esposizione è corredata da un apparato didattico bilingue (in italiano e in inglese) e da due postazioni informatiche nelle quali i visitatori potranno agevolmente scorrere le immagini, approfondire i miti, le saghe e le storie degli antichi dei ed eroi della Grecia classica e della Guerra di Troia, scoprendo così quale fu il fascino che il Rex Vasorum (il Re dei Vasi) esercitò sugli aristocratici etruschi della potente città di Chiusi, che tra il 565 e il 550 a.C. lo acquistarono e lo posero in una grande tomba a sette camere.

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Le riproduzioni del fregio principale retroilluminate

Per la prima volta, inoltre, sono esposti accanto al grande cratere di Ergotimos e Kleitias due vasi figurati (della bottega del pittore Lydos) che solo recenti ricerche d’archivio hanno individuato come possibili elementi del corredo funerario di cui il Vaso François faceva parte. Uno di essi raffigura il Giudizio di Paride sulla bellezza delle tre dee Era, Atena e Afrodite, mito all’origine della Guerra di Troia, che quindi andrebbe a completare il ciclo mitologico della saga, integrandolo così con la parte iniziale della storia.

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I vasi prodotti nella bottega del Pittore di Lydos e il cratere nella nuova vetrina

In occasione dell’inaugurazione è stata presentata anche la guida del Vaso François, curata dal direttore Mario Iozzo, dettagliata e ampiamente illustrata (pubblicata dalla casa editrice Polistampa), destinata al pubblico anche non specialistico, disponibile sia in italiano che in inglese grazie alla traduzione di Andrew J. Clark.

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La guida edita da Polistampa

Il rinnovamento dell’apparato espositivo riguarda anche il Sarcofago delle Amazzoni, esempio unico al mondo di sepolcro di marmo dipinto (350 a.C.), destinato a una aristocratica dama di Tarquinia, nonna di un alto magistrato che l’ha onorata commissionando la splendida sepoltura. Ora protetto da un moderno dispositivo ad allarme sonoro, è stato anch’esso dotato di un nuovo apparato didascalico e didattico in doppia lingua, chiaro e comprensibile a tutti, che illustra le scene figurate e traduce le iscrizioni incise sulla sua superficie, spiegando anche il motivo per cui sono doppie. Anche in questo caso, due postazioni informatiche offrono ai visitatori la possibilità di scorrere le immagini e di avere approfondimenti (sia in italiano che in inglese) sulle raffigurazioni, la scoperta, lo stile, le pitture e i loro colori, le scene e i miti raffigurati.

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Il Sarcofago delle Amazzoni e l’apparato didattico della sala

Ai capolavori già esposti nella Sezione delle Collezioni, infine, si aggiunge negli splendidi ambienti realizzati all’epoca di Pietro Leopoldo di Toscana un’altra importante sezione, quella allestita da G. Carlotta Cianferoni e dedicata ai Bronzetti greco-romani. Tre ambienti e undici vetrine che accolgono 180 pregiatissime statuette di bronzo, sia originali greci che copie di età romana, un tempo parti della grande collezione mediceo-lorenese e in parte restaurate e integrate da artigiani e artisti della loro corte (tra i quali Benvenuto Cellini).

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L’ultima delle sale dedicate ai bronzetti

Ad esse si accompagnano ritratti di tragediografi, poeti e filosofi greci e parti di grandi statue in bronzo, nonché, a completamento dell’esposizione, statue in marmo e oreficerie che permettono un confronto tra quanto raffigurato su alcune opere in bronzo e gli oggetti reali.

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Gli ori in mostra

Vi aspettiamo!