Informazioni su Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

F@Mu 2017: “La cultura abbatte i muri!”

All’inizio del mese di ottobre torna quello che oramai da cinque anni è un appuntamento fisso per il MAF: la Giornata Nazionale delle Famiglie al Museo. La giornata è prevista per l’8 ottobre, ma al MAF sarà anticipata, per ragioni dovute all’orario del museo, al sabato 7 ottobre.

GENOVA

Il tema scelto quest’anno come filo conduttore di tutte le attività che si terranno in tutti i musei sul territorio nazionale è “La cultura abbatte i muri“: in un momento in cui parlare di integrazione, accoglienza, condivisione è quanto mai attuale, il museo diventa luogo ideale in cui fare esperienza di questi valori e trasmetterli ai più piccini. Per un museo archeologico, poi, la scoperta delle proprie origini e dei popoli antichi mostra quanto gli interscambi e le influenze culturali siano profondamente radicati nella nostra storia.

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Matì e Dadà, i personaggi simbolo di F@Mu, nel logo dell’edizione 2017

La metafora del muro da abbattere sarà presa alla lettera al MAF: i piccoli visitatori, giocando insieme e collaborando, abbatteranno i muri che li separano dalla scoperta delle opere del museo.

Al MAF sono previsti due laboratori, adatti per bambini dai 5 ai 10 anni: “La cultura abbatte i muri – memory gigante” e “La cultura abbatte i muri – scopri il personaggio nascosto“. Nel primo i bambini giocheranno a squadre per scoprire le tessere di un memory archeologico che si nasconde dietro le grandi pietre di un muro; nel secondo, un gioco a quiz, il muro sarà da demolire, mattone per mattone, a suon di risposte esatte.

Per garantire la partecipazione è obbligatoria la prenotazione, compilando online il modulo alla pagina MODULI (e scegliendo come attività la giornata F@Mu). Le prenotazioni saranno possibili soltanto a partire dal 2 ottobre. Una volta completata l’iscrizione vi sarà inviata una mail di conferma. Per informazioni (ma non prenotazioni) è sempre attivo il numero del Museo, 05523575.

Vi aspettiamo allora, e ricordate: al MAF la F@Mu si terrà eccezionalmente SABATO 7 OTTOBRE!!!!

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Incontri al Museo 2017/2018: ecco il programma

Con l’autunno tornano gli Incontri al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Ormai da alcuni anni le conferenze gratuite del giovedì pomeriggio sono diventate un appuntamento fisso che richiama un pubblico sempre più folto ed eterogeneo di appassionati.

Ecco qui di seguito il programma delle conferenze, che si svolgeranno da ottobre a giugno, sempre di giovedì alle 17.00:

  • 5 ottobre 2017: Rosario Pintaudi, Gloria Rosati, Maria Cristina Guidotti (Unversità degli Studi di Firenze e MAF): Antinoe. Dagli scavi dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli”
  • 19 ottobre 2017: Fr. Manolo Puppini (Priore della Basilica di Santa Maria Novella, Firenze): L’Arca di San Domenico in Bologna nel Rinascimento. Un esempio di riproposizione dell’arte antica riletta in chiave cristiana
  • 9 novembre 2017: Maria Gatto (Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate, Arezzo): Nuove scoperte sulla Chimera di Arezzo
  • 30 novembre 2017: Mario Iozzo (MAF): Iscrizioni nascoste sui vasi greci
  • 14 dicembre 2017: Marjatta Nielsen (Università degli Studi di Copenhagen): Tombe etrusche tra Firenze e Copenhagen. Riunificando contesti dispersi nell’Ottocento
  • 11 gennaio 2018: Anna Patera (Opificio delle Pietre Dure): Dall’opus sectile antico al commesso in pietre dure. Tradizione e perizia tecnica di un’arte raffinata
  • 1 febbraio 2018: Lucia Lepore (Università degli Studi di Firenze): Dei, demoni ed eroi della musica nella cultura figurativa dei Greci d’Occidente
  • 15 febbraio 2018: Sebastiano Soldi (MAF): Iconografia e archeologia del banchetto nel Vicino Oriente antico
  • 1 marzo 2018: Nicola Salvioli (Università degli Studi di Torino, Centro di Conservazione e Restauro di Venaria Reale): L’archeologia distrutta dall’iconoclastia: il caso di Lamassu di Nimrud
  • 22 marzo 2018: Stella Patitucci (Università degli Studi di Cassino): Monumenti cristiani della Turchia
  • 19 aprile 2018: Giovanni Uggeri (Università degli Studi La Sapienza di Roma): Camarina: problemi storici e archeologici
  • 17 maggio 2018: Chantal Gabrielli (Università degli Studi di Firenze): Le origini romane del nostro territorio: Florentia e Faesulae
  • 14 giugno 2018: Riccardo Gennaioli (Storico dell’Arte): “Un tesoro di gemme preziose incise dai più illustri maestri”. La collezione granducale di cammei e intagli del Museo Archeologico di Firenze

Per scaricare il file pdf con il programma delle conferenze clicca qui

In caso di variazioni al programma, queste verranno comunicate volta per volta sulla pagina facebook del Museo: seguiteci, per restare aggiornati

“La fragilità del segno”: una mostra dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria al MAF

Dal 23 settembre al 26 novembre 2017 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita al II piano la mostra “La fragilità del segno. Arte rupestre dell’Africa nell’archivio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria”.

La mostra, a cura di Anna Revedin, Luca Bachechi, Andrea De Pascale, Silvia Florindi, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze – Polo Museale della Toscana, intende promuovere la vasta e preziosa documentazione scientifica posseduta dall’Istituto relativa alle missioni in Africa e agli studi di Paolo Graziosi, il principale studioso italiano di arte preistorica e fondatore dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.

incisione rupestre – archivio fotografico Graziosi

L’attuale quadro geo-politico interroga prepotentemente le Istituzioni e le persone su quale possa essere il futuro delle più antiche e significative testimonianze del passato nelle zone colpite e martoriate da guerre e ideologie distruttive e su come preservarne la memoria e risvegliare l’attenzione e l’interesse di un più vasto pubblico su questo inestimabile ma fragile Patrimonio dell’Umanità.

Obiettivo della mostra è quindi far conoscere al pubblico, attraverso i documenti dell’archivio fotografico Graziosi, alcune delle più antiche e straordinarie attestazioni artistiche dell’umanità, situate in luoghi attualmente inaccessibili a causa di conflitti interni e internazionali.
In mostra saranno visibili immagini e filmati realizzati fra gli anni ’30 e gli anni ‘60 nelle missioni di studio di Graziosi sull’arte rupestre africana, e in particolare le riproduzioni delle grandi incisioni preistoriche della Libia, attualmente inaccessibili perché in zone di guerra, creando un contesto di grande impatto emotivo.

Oltre alle sezioni dedicate alle ricerche Graziosi è prevista una sezione dedicata al tema “Heritage in danger” in quanto “I siti rupestri di Tadrart Acacus”, sito Patrimonio Mondiale UNESCO dal 1985, è stato inserito nel luglio 2016 nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo.
Il percorso espositivo si svilupperà secondo il progetto di Vincenzo Capalbo in un percorso immersivo attraverso tre sezioni: una prima sezione introduttiva sul Patrimonio artistico e documentario in pericolo e sulla figura di Paolo Graziosi; una seconda sezione, dedicata alle ricerche di Graziosi (oggi continuate da Luca Bachechi) nell’attuale Etiopia; una terza sezione dedicata ad immagini e filmati sull’arte rupestre e sulle ricerche etnografiche di Graziosi in Libia.

Dall’Archivio Fotografico Graziosi

L’inaugurazione sarà sabato 23 settembre alle ore 11,00. Per l’occasione verrà realizzata da Virgilio Sieni una coreografia sul tema della fragilità. La mostra sarà poi visitabile tutti i giorni secondo l’orario di apertura del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, compresa nel biglietto di ingresso.

Il Catalogo, a cura di A. De Pascale e L. Bachechi, sarà di circa 170 pagine, la metà delle quali dedicate a immagini tratte dall’archivio Graziosi. Conterrà una serie di brevi saggi introduttivi di inquadramento scritti dai maggiori studiosi del settore, ma con taglio divulgativo, adatti ad un pubblico non specialista. IIPP, Firenze, settembre 2017.

La mostra fa parte del progetto IIPP “Archeologia nel deserto” in corso di realizzazione con il contributo del MIUR (L.6/2000) e della Fondazione CRF sull’archivio fotografico di Paolo Graziosi, di proprietà dell’Istituto.

L’Archivio Fotografico IIPP è stato dichiarato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana di interesse storico particolarmente importante ai sensi del DL 42/2004, con decreto n.608/2012. Proviene dal lascito di Paolo Graziosi: comprende 10338 immagini digitalizzate (diapositive, negativi e positivi fotografici) e alcune decine di filmati (16 mm sia in b/n che a colori) riguardanti lo studio della preistoria e della protostoria, e gli avvenimenti ad esso collegati (ricerche, scavi, convegni) svoltisi durante il XX secolo; i documenti più antichi risalgono alla fine degli anni venti del secolo scorso. Si tratta di uno dei fondi di documentazione visiva scientifica più importanti del settore in Italia e di fondamentale importanza per gli studi sulla Preistoria europea e africana.

La Mater Matuta torna al MAF

Nel mese di luglio è stata riallestita in una sala al primo piano del MAF la “Mater Matuta“, una scultura cinerario proveniente da Chianciano Terme, nel territorio di Chiusi. Si tratta di una figura femminile seduta in trono, con in grembo un bambino, il che è stato sufficiente a valerle, al momento della scoperta, l’identificazione con la dea italica protettrice dell’aurora, della fecondità e della nascita.

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La Mater Matuta

La scultura rappresenta un bellissimo esempio della produzione chiusina di statue cinerario di V sec. a.C., al pari del gruppo, sempre da Chianciano, che le è esposto accanto; si tratta di sculture a tutto tondo in cui la testa (e negli esemplari più recenti tutta la parte superiore del corpo) è mobile e nasconde una piccola cavità, destinata ad accogliere le ceneri del defunto.
Chiusi vanta una lunga tradizione nella produzione di cinerari già dall’epoca orientalizzante e poi arcaica, quando alla semplice urna sono date sembianze umane tramite la conformazione plastica del coperchio a forma di testa e, talvolta, l’aggiunta di braccia sulle anse e di un piccolo trono su cui l’urna viene collocata. Sono i cosiddetti canopi chiusini (niente a che vedere con quelli egizi, che contenevano gli organi interni estratti dai corpi per la mummificazione!), che costituiscono un modo per restituire al defunto quell’integrità fisica di cui il rituale della cremazione lo aveva completamente privato.

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I canopi chiusini esposti al secondo piano del MAF

La “Mater Matuta” presenta capelli raccolti e trattenuti da una benda, indossa una veste pesantemente panneggiata e siede su un trono i cui braccioli sono delle raffinatissime sfingi. Anche i piedi, che nella scultura emergono appena dalle pieghe dell’abito, sono mobili come la testa; in grembo regge un bambino avvolto in fasce. Sculture simili sono ben note in contesti italici (le cosiddette “madri” di Capua) e romano; a Roma il tempio di Mater Matuta sorgeva, già in età arcaica, al margine del Foro Boario, vicino al porto fluviale del Tevere, in una zona cruciale per i traffici e il commercio. La divinità era assimilata alla greca Ino-Leucotea, nutrice di Dioniso bambino.

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Il cinerario di Chianciano

Accanto alla Mater Matuta è collocata l’altro cinerario da Chianciano: qui il defunto, di sesso maschile, è rappresentato semisdraiato nella posizione del banchettante, e accanto a lui sulla kline siede un demone femminile alato che sorregge il rotolo su cui è scritto il fato dell’uomo.

“Le Stelle del MAF”: aperture straordinarie serali il mercoledì

Dal 26 luglio fino al 27 settembre il mercoledì sera il Museo Archeologico Nazionale di Firenze amplia l’orario di apertura fino alle ore 22 (ultimo ingresso ore 21.15). Con la sola interruzione di mercoledì 16 agosto, tutti i mercoledì fino a fine settembre sarà possibile visitare il museo fino alle 22 con biglietto ridotto di 2 € e con la possibilità di prendere parte alle visite guidate tematiche che di volta in volta sveleranno aspetti sempre diversi del museo, delle sue opere, delle sue collezioni e della sua storia. “Le Stelle del MAF” vogliono diventare un appuntamento fisso dell’estate fiorentina, dedicato a quanti vogliono approfondire la conoscenza del museo e, attraverso di essa, anche la conoscenza di Firenze.

La Sala VIII della sezione egizia del Museo

Nel calendario che segue sono indicate le date e i temi intorno ai quali ruoteranno le visite guidate:

26 luglio: Il viaggio

2 agosto: Angeli e demoni… nell’antichità

9 agosto: Giardino in poesia

23 agosto: Chi bella vuole apparire… Segreti di bellezza femminile nell’antichità

30 agosto: Di manti e di veli. La moda e i tessuti

6 settembre: … In corpore sano. Lo sport e la caccia

13 settembre: Chi bello vuole apparire… la bellezza maschile nell’antichità

20 settembre: Viaggio nell’antichità… a luci rosse

27 settembre: Animali fantastici e dove trovarli… al MAF!

 

A queste serate va aggiunta, il 7 settembre, l’apertura speciale per la Rificolona. In quella serata il titolo della visita guidata sarà “La principessa nascosta. L’affascinante storia del Palazzo della Crocetta e dei suoi committenti“: la storia di Maria Maddalena de’ Medici, che abitò dal 1620 il Palazzo e per la quale fu costruito il Corridoio Mediceo che collega il Palazzo della Crocetta con la chiesa della SS. Annunziata.

Sui nostri canali facebook (Museo archeologico nazionale di Firenze) e twitter (@MAF_Firenze) vi informeremo puntualmente sulle serate e su eventuali variazioni.

Vi aspettiamo tutti i mercoledì sera al museo!

 

 

#arteinviaggio in un oggetto: il viaggio reale, il viaggio mitico e il viaggio ultramondano

L’oggetto in questione è uno dei più importanti e preziosi reperti etruschi esposti al MAF: di piccole dimensioni e di lettura non facile, la pisside della Pania è uno scrigno (nel senso vero e figurato del termine!) che racchiude una grande quantità di messaggi e informazioni sulla società che lo ha prodotto, commerciato ed esibito, oltre a costituire un esempio lampante della metafora del viaggio.

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La pisside della Pania

La pisside, proveniente dalla tomba della Pania di Chiusi e datata negli ultimi decenni del VII sec. a.C., altro non è che un contenitore per oggetti piccoli e preziosi, pregiatissimo esso stesso per il materiale dal quale è ricavato: una “fetta” di una zanna di elefante, internamente cava, lavorata a bassorilievo su più registri. I beni di lusso realizzati con materiali esotici provenienti dal bacino orientale del Mediterraneo sono molto frequenti nei corredi principeschi etruschi del periodo detto, non a caso, Orientalizzante, e corrispondente al VII secolo a.C. In quest’epoca mercanti etruschi, levantini e greci intessono una fitta rete di importazioni e esportazioni via mare, fermandosi in punti chiave situati lungo le coste (detti emporia). Le merci, dunque, viaggiano, coprendo distanze che ancora oggi ci stupiscono: dall’Africa arrivano per esempio le uova di struzzo, che gli Etruschi erano in grado di lavorare a incisione per creare lussuosi oggetti, l’avorio e gli scarabei egizi; dalla Grecia arriva il vasellame decorato prodotto a Corinto; dall’Etruria si esportano prevalentemente materie prime, come i metalli estratti in Toscana. Gli oggetti provenienti da lontano diventano motivo di vanto e prestigio per le élites aristocratiche che dominano le città stato etrusche, e le accompagnano come corredo anche dopo la morte. Ma con le merci viaggiano anche gli artigiani, che esportano così il loro sapere e le loro tecniche trasmettendole poi in terre lontane.

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Lo sviluppo dei fregi della pisside. Nei due registri inferiori i cosidetti “bestiari” orientalizzanti, teorie di animali reali o fantastici

Andando poi ad analizzare la decorazione dei fregi della pisside, troviamo diverse rappresentazioni di viaggio: il viaggio del guerriero, che parte sul carro accompagnato dagli opliti, e il viaggio di Ulisse. Perché proprio questi due soggetti? Nell’immaginario funebre etrusco l’idea della morte come viaggio è ricorrente: un viaggio verso l’Aldilà, una partenza che tronca definitivamente con la vita terrena per affrontare una serie di pericoli misteriosi e sconosciuti. All’epoca della pisside l’iconografia ci dice che la metafora preferita è quella del viaggio “via terra”: il guerriero parte sul carro, come per andare in guerra, accompagnato da una schiera di armati, che formano un corteo immediatamente identificabile come momento di un rituale funebre grazie alla presenza delle piangenti, le figure femminili con lunghe trecce che portano le mani al petto in segno di dolore. Più avanti il viaggio sarà invece identificato sempre più come il viaggio via mare, intese come un salto verso l’ignoto senza confini.

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Partenza del guerriero, a sinistra, e piangenti, a destra

Sul fregio più alto della pisside, infine, si trovano due episodi del viaggio di Ulisse: la nave che oltrepassa Scilla, il mostro affrontato dall’eroe nello stretto di Sicilia e qui immaginato come un serpente marino a più teste, e, adiacente, la fuga dell’eroe e dei compagni dell’antro di Polifemo, avvinghiati sotto la pancia dei montoni. La rappresentazione degli episodi su un manufatto etrusco la dice lunga sulla diffusione di questo mito che a noi è giunto attraverso le fonti greche; nell’antichità, con le persone e le cose, si spostavano anche le idee, le conoscenze, i miti. Greci ed Etruschi potevano contare su un patrimonio comune di riferimenti culturali, e anzi gli Etruschi sembrano non perdere occasione per rimarcare la loro dimestichezza con esso, circondarsi di oggetti che dimostrassero il loro legame con il mondo greco (basti pensare, anche se corre quasi un secolo a separarlo dalla pisside, al vaso François!). Ulisse, eroe della plane e della metis (il vagare e l’astuzia) è in questo momento uno dei paradigmi eroici su cui i principi Etruschi vogliono plasmare la loro autorappresentazione.

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La nave di Ulisse che affronta Scilla, a sinistra, e fuga dall’antro di Polifemo, a destra

#arteinviaggio al MAF: viaggiare via terra nell’antichità

#arteinviaggio è il tema scelto dal MiBACT per il mese di luglio.

Eccoci allora pronti per intraprendere un lungo viaggio attraverso l’archeologia, per scoprire alcuni aspetti del viaggio nell’antichità prendendo come spunto, sempre, i reperti esposti nel nostro museo.

Non resta che partire.

Il nostro viaggio inizia a Florentia, la Firenze di età romana, della quale sono conservate alcune vestigia, elementi architettonici ed urbanistici provenienti dagli scavi di fine ‘800, nel Cortile dei Fiorentini del nostro museo.

Un angolo del Cortile dei Fiorentini con la ricostruzione della strada basolata

Quando a fine ‘800 si rese necessario trasformare Firenze in una città “moderna” molti lavori pubblici furono svolti nel centro storico cambiando per sempre l’aspetto di alcuni quartieri. L’area del ghetto, per esempio, fu sgomberata per far posto ad un nuovo spazio, l’attuale piazza della Repubblica (all’epoca piazza Vittorio Emanuele II); i lavori di costruzione dei nuovi edifici che vi affacciano, e i lavori stessi di sbancamento, portarono in luce le strutture più antiche di età romana: fu possibile così localizzare il foro, piazza principale della città, il capitolium, tempio più importante che insisteva sulla piazza, e tratti di basolato stradale appartenenti al cardine massimo e al decumano massimo, ovvero alle due vie cittadine principali, l’una con orientamento N/S, l’altra E/O. Non si poteva salvare tutto, molto fu reinterrato, ma alcune porzioni di vestigia antiche furono prelevate e in seguito sistemate al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, nel suo Cortile dei Fiorentini. Proprio un tratto di basolato stradale, pertinente al cardine massimo, è ancora collocato qui, insieme al monumentale stipite in muratura della Porta di accesso (o uscita) verso Nord della città, la cosiddetta Porta contra Aquilonem, che si apriva nelle mura cittadine, e la struttura della canaletta di una fogna che scorreva al di sotto del tratto stradale.

La porzione di fogna di Florentia nel Cortile dei Fiorentini

Le fogne erano un elemento fondamentale nell’urbanistica romana, tanto da far dire a Plinio il Vecchio e a molti altri autori antichi che esse fossero tra le più importanti loro opere edilizie. In effetti gli ingegneri romani dedicavano molta cura al reticolo fognario delle città, e davano vita a percorsi sotterranei davvero monumentali. Vitruvio, architetto di età augustea, illustra nella sua opera De Architectura le regole tecniche per la costruzione delle fogne. Esse correvano sotto le strade cittadine, seguendone il tracciato ed anzi erano costruite contemporaneamente ad esse. Le canalette erano in pietra (o in laterizio), con la copertura solitamente a doppio spiovente, ed erano piuttosto alte, sia per l’ingente portata d’acqua che per favorire la manutenzione (affidata, durante l’impero, ai criminali, secondo quanto racconta sempre Plinio). La porzione di canaletta fognaria del Cortile dei Fiorentini è a doppio spiovente, alta 1,20 m, e la sua struttura in muratura, sia pareti è in opus incertum, ovvero non ha un rivestimento in pietra a corsi ordinati e regolari. In molti casi, però, i condotti fognari avevano pareti rifinite con paramenti curati, in opus certum o mixtum, o di altra tipologia.

Dettaglio del tratto di basolato stradale

Le strade romane erano l’altro fiore all’occhiello dell’ingegneria romana. Erano costituite da più livelli di preparazione che servivano a rendere omogeneo, compatto, stabile e drenato il tracciato. Per questo sul terreno spianato e scavato veniva posta una massicciata di pietre piuttosto grandi, chiamata statumen, sulla quale era calato uno strato di sabbia mista a ghiaia, ruderatio, cui si sovrapponeva un nucleus di ghiaia compressa, oppure di sabbia e pietrisco. Su questa vera e propria struttura, infine, veniva collocato il rivestimento, il pavimentum, che era costituito, nelle strade consolari e nelle vie cittadine, da basoli di pietra piuttosto grandi e resistenti all’usura, disposti accuratamente in modo da incastrarsi gli uni con gli altri e posti a schiena d’asino, in modo da fornire alla strada una curvatura tale da consentire il deflusso delle acque lungo i margini laterali con canalette di scolo presso i marciapiedi (crepidines). Non tutte le strade erano basolate: il rivestimento era infatti piuttosto costoso per via dell’approvvigionamento stesso della pietra e della sua manutenzione. Le viabilità minori erano dette vie glareatae, ovvero avevano il rivestimento in scaglie di pietra compresse al posto dei basoli; vi erano poi, le vie terrenae, semplici tracciati in terra battuta.

Il tratto stradale conservato nel Cortile dei Fiorentini è basolato. I basoli sono grossi lastroni di pietra, di forma irregolare. Si individua, lungo un allineamento, uno dei due solchi predisposti per il passaggio dei carri. Sul lato della carreggiata si conserva anche la crepidine, il margine del marciapiede in lastre di pietra.

Lo stipite decorato della Porta contra Aquilonem

Il cardine massimo di Florentia attraverso la Porta contra Aquilonem usciva dalle mura cittadine in direzione Nord. Della porta il Cortile dei Fiorentini ospita uno degli stipiti in blocchi di pietra, su uno dei quali è scolpita a rilievo una figura beneaugurante, dai genitali molto molto pronunciati. Come a dire: “Buon viaggio”.

Fuori dalle città, lungo le vie consolari, a segnalare la distanza da Roma e il restauro di tratti stradali da parte di imperatori erano posti i cippi miliarii. Su di essi è incisa la titolatura imperiale, ovvero il nome per esteso dell’imperatore costruttore o restauratore del tratto stradale, comprensivo di tutti i titoli, quali il numero di anni di consolato e di potestà tribunizia ricoperti, utili, per noi, a datare all’anno preciso il posizionamento del cippo (e il rifacimento della strada). Al MAF ne sono esposti tre, due nel Cortile dei Fiorentini, il terzo nel Giardino. Quello in giardino, perfettamente leggibile, fu posto dall’Imperatore Traiano a ricordo di un suo restauro della via Traiana Nova, lungo il tratto tra Bolsena e Chiusi, come recita l’iscrizione: “viam novam Traianam a Volsinis ad fines clusinorum fecit XIII“.

Il cippo miliario

Abbiamo accennato più sopra ai solchi per il passaggio dei carri. In effetti il mezzo di trasporto su terra di età romana è il carro condotto da cavalli o muli. In epoca romana ne esistono alcune tipologie, di cui troviamo documentazione e rappresentazione anche in museo, su alcune urne cinerarie etrusche di età ellenistica (III-II secolo a.C.). Da esse apprendiamo com’era realizzato il carpentum, il carro destinato inizialmente al trasporto privato. Era dotato di due ruote ed era tirato da due cavalli o muli. Era coperto, in modo da offrire riparo ai viaggiatori. Il carpentum, inventato in Etruria, in età imperiale diviene il trasporto privilegiato per le donne della famiglia imperiale. In epoca etrusca, la sua rappresentazione sulle urne cinerarie ha una doppia valenza: rappresentato su un’urna femminile, simboleggia sia il viaggio/cambiamento di status della donna che si sposa e che dunque si sposta dalla casa propria a quella del marito, sia l’estremo viaggio nell’aldilà.

Urna cineraria etrusca con il carpentum

In museo sono esposte tre urne cinerarie con la rappresentazione del viaggio sul carro: una si trova nella sala X del I piano del museo, le altre due si trovano invece all’interno della Tomba Inghirami di Volterra, ricostruita nel giardino del museo. La scena raffigurata è sempre la stessa: i due coniugi a bordo del carro coperto, condotto da due muli con un inserviente, si allontanano da alcune figure (la famiglia) e vengono accolti da un personaggio a cavallo. La scena di viaggio sul carro è piuttosto comune nel mondo etrusco. L’urnetta cineraria, anch’essa proveniente da Volterra, del I piano del Museo, datata al II-I secolo a.C., consente di cogliere, per la precisione del rilievo e il buonissimo stato di conservazione, i dettagli costruttivi del carro e della sua copertura.

#artemoda al MAF: una sfilata sulla passerella del tempo

Oggetto della campagna di comunicazione del Mibact per questo mese è la moda nell’arte: niente di più lontano dall’archeologia, apparentemente… ma non è così! Le vetrine del Museo Archeologico e del Museo Egizio sono piene di oggetti curiosi relativi alla vita di tutti i giorni che gettano un ponte tra noi e i millenni passati, dimostrando come, in fondo, la vanità e il desiderio di apparire degli antichi non fossero così diversi da quelli dell’epoca moderna, avvicinandoci immediatamente a realtà che sembrano sepolte e dimenticate.

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  • #artemoda sulle sponde del Nilo. Tessuti trasparenti plissettati, sandali infradito, parrucche e gioielli sorprendenti per la loro modernità sono solo alcuni dei tesori che le tombe dell’antico Egitto hanno svelato; non solo grazie alla conservazione delle fibre organiche che ha portato fino a noi gli oggetti reali, ma anche grazie alle conferme e che giungono da rilievi e illustrazioni. Mentre gli uomini di alto rango indossavano una lunga gonna trasparente di lino al di sopra di un perizoma, l’abbigliamento delle donne e delle dee era un lungo abito attillato che terminava sotto il seno, trattenuto da ampie bretelle e impreziosito da gioielli, bracciali, pettorali, cavigliere, anelli e orecchini. Sul capo, che spesso per ragioni igieniche era rasato, si indossavano parrucche di treccine, su cui veniva posizionato un cono di grasso profumato che, sciogliendosi a poco a poco con il calore, donava lucentezza alla chioma. Importantissimo era anche il trucco, soprattutto degli occhi: piccoli astucci dotati di un tappo servivano per conservare ed applicare il kohl, mentre delle tavolette di pietra erano utilizzate per preparare le polveri necessarie al trucco. L’uso del trucco nero attorno agli occhi, così “pesante” come le raffigurazioni ce lo mostrano, aveva anche una funzione pratica oltre che estetica, essendo finalizzato ad evitare il riflesso dei raggi solari e a mantenere pulita una zona così delicata come quella del contorno occhi.  Nel nostro museo è conservato persino uno strumento che serviva per creare le plissettature, pressandovi sopra la stoffa imbevuta di sostanze apprettanti.
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Tutti i reperti sopra illustrati sono conservati al museo egizio di Firenze. Per scaricare l’infografica in formato pdf in alta risoluzione, clicca sull’immagine!

  • #artemoda in Grecia.  Rispetto a quanto accade per l’Egitto, per ricostruire la moda nella Grecia antica disponiamo soltanto delle fonti iconografiche. Nell’abbigliamento femminile i capi fondamentali sono due, il peplo e il chitone. Il primo consiste in un rettangolo di stoffa (in genere lana) piegato a metà e fissato attorno al corpo con fibule e spilloni; il secondo, invece, di stoffa più leggera, era cucito sulle spalle e lungo i fianchi, e poteva essere cinto in vita o con una sorta di bretelle incrociate sul seno. Una delle prime rappresentazioni del peplo si trova proprio sul vaso François. Sopra veniva portato l’himation,  il mantello, girato attorno ai fianchi, tirato su a coprire la testa o ad avvolgere tutto il corpo. Il mantello era la componente fondamentale anche dell’abbigliamento maschile, generalmente drappeggiato a partire dal lato destro del corpo verso quello sinistro, con sotto il chitone, uguale a quello femminile ma corto (soltanto sacerdoti, musicisti e aurighi potevano indossare quello lungo). Grande rilevanza avevano anche gli accessori: cintura, fibule, spilloni, ornamenti per i capelli. In età arcaica anche gli uomini (aristocratici) portano i capelli lunghi, raccolti in trecce e ornati da bende; un accessorio tipico delle acconciature femminili era il sakkos, una cuffia  per raccogliere i capelli. Tra i prodotti di bellezza c’erano gli oli profumati per il corpo, utilizzati sia dagli atleti che dalle donne, che venivano conservati in appositi vasetti di piccole dimensioni e con l’imboccatura stretta (ariballoi e lekytoi).
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Tutti i reperti sopra illustrati sono conservati al museo archeologico di Firenze. Per scaricare l’infografica in formato pdf in alta risoluzione, clicca sull’immagine!

  • #artemoda in Etruria. Come per la Grecia, anche per l’Etruria la ricostruzione della moda parte di necessità dagli accessori e dalle immagini, mancando la documentazione materiale dei tessuti. Nella moda di età orientalizzante ricorre l’uso delle trecce per raccogliere i capelli lunghi, confermato dai numerosi “fermatrecce” di metallo prezioso rinvenuti nelle tombe (sia maschili che femminili). Gli uomini di rango aristocratico dovevano indossare tuniche di lana, decorate a losanghe o quadretti (così come le donne) coperte da un mantello, mentre i guerrieri un corto perizoma con cinturone. Gli accessori in questo periodo sono variegati e preziosi: dai pettini in avorio alle enormi fibule d’oro, da parata, che dovevano trattenere gli indumenti, agli spilloni riccamente decorati. Balsamari importati dalla Grecia con gli oli profumati e pissidi in avorio per contenere gli oggetti da cosmesi completavano il corredo. Il processo di ellenizzazione avviato dalla fine del VII sec. investe poi in profondità anche la moda, e i costumi diventano analoghi a quelli greci contemporanei, con l’adozione di chitone e himation; diverse sono però le calzature, i calcei repandi, i tipici stivaletti con la punta arricciata all’insù. In età classica per gli uomini si aggiunge all’himation la tebenna, un mantello semicircolare drappeggiato su una spalla; in questo periodo i capelli degli uomini sono corti, quelli delle donne raccolti in uno chignon o nel sakkos greco. Le donne come ornamenti indossano prevalentemente grandi orecchini d’oro e diademi preziosi, mentre si riduce l’uso di fibule decorative e vistose a favore di altre più semplici, a molla, in cui prevale l’aspetto funzionale. Le scarpe sono basse e con lacci intrecciati. In età ellenistica tornano in gran voga i gioielli, ispirati all’arte toreutica macedone, così come gli specchi e le ciste bronzee per contenere gli oggetti di bellezza. Esempi completi dell’abbigliamento etrusco di II sec. a.C. (che prelude oramai a quello romano) sono Larthia Seianti e l’Arringatore, che mostrano nel dettaglio le vesti, la capigliatura e gli ornamenti personali del periodo (per approfondire vi rimandiamo ai singoli post dedicati a questi personaggi!).
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Tutti i reperti sopra illustrati sono conservati al museo archeologico di Firenze. Per scaricare l’infografica in formato pdf in alta risoluzione, clicca sull’immagine!

I pozzi delle meraviglie

Il 9 giugno è stata inaugurata presso il MAF, nel salone del Nicchio, la mostra “Wells of wonders – I pozzi delle meraviglie“, dedicata all’illustrazione dei risultati dello scavo di due pozzi presso Cetamura, nel comune di Gaiole in Chianti.
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La mostra nasce dalla collaborazione tra il Polo Museale della Toscana, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (province di Siena e Grosseto), la Florida State University, concessionaria dello scavo da quasi mezzo secolo, e l’istituto SACI, i cui studenti dal 2010 si sono occupati del restauro dei materiali.
Nella mostra è illustrata la lunga (o meglio, alta!) stratigrafia che lo scavo dei due pozzi dell’insediamento ha riportato alla luce attraverso i materiali recuperati, che vanno dall’epoca etrusca a quella tardo imperiale romana; un concentrato della storia di questo piccolo abitato etrusco scoperto negli anni Sessanta.
Una storia non eclatante, ma specchio fedele della normale vita di tutti i giorni: lo scavo ha restituito vetri, lucerne, ceramica sigillata e ben dieci situle (secchielli) di bronzo, oltre a ossa animali e manufatti in corno e osso.
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Due delle situle di bronzo di età imperiale

Per la maggior parte non si tratta dei reperti integri, preziosi e immediatamente comprensibili che talvolta emergono dagli scavi di necropoli, ma dei frammenti e degli scarti che le normali attività del villaggio hanno accumulato in un ampio lasso di tempo: ci sono, sì, il cucchiaino d’argento e la gemma, caduti nel pozzo certamente per errore, ma anche i cocci di vasi rotti di cui qualcuno si è voluto disfare, che raccontano quali oggetti fossero comunemente in uso nelle diverse epoche.
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In basso a sinistra, la gemma incisa

I reperti dei pozzi lasciano intuire anche che a Cetamura nei decenni finali del I sec. a.C. si stabilì probabilmente un veterano di Augusto, per trascorrervi l’ultima parte della sua vita, oramai tranquilla e lontana dai campi di battaglia; un vasetto pieno di monete d’argento potrebbe infatti essere il compenso di un soldato di Ottaviano che prese parte alla battaglia di Azio e fu poi congedato con la paga in denaro e l’assegnazione di un lotto di terreno in campagna. Tra le monete ci sono anche i denarii d’argento emessi da Antonio per pagare la flotta che combatté dalla sua parte, e che sono da interpretare come parte del bottino di guerra.
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Il vasetto con il suo contenuto di monete d’argento

Uno dei manufatti più pregiati è un bronzetto votivo che riproduce un piccolo toro (immortalato anche sulla locandina), che sembra indicare che ai pozzi fosse riconosciuta anche una funzione sacra.
Entrambi i pozzi sembrano essere stati creati attorno al 300 a.C.; il pozzo 1 è scavato nell’arenaria, mentre il pozzo 2 presenta le pareti rivestite di pietre e argilla, che consentivano una maggiore depurazione dell’acqua, che poteva quindi essere usata anche per scopi alimentari.
Oltre ai reperti metallici e ceramici, nella mostra sono inclusi anche i reperti organici rinvenuti nei pozzi, tra cui pezzi di legno e semi, che consentono di ricostruire l’ambiente naturale dell’epoca. Particolarmente significativi sono i semi degli acini d’uva (vinaccioli) che immediatamente rimandano alla tradizione della coltivazione della vite: un aspetto affascinante per la continuità che il vino costituisce, dall’antichità ad oggi, per il territorio del Chianti.
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Semi raccolti nello scavo. I vinaccioli sono indicati dalla lettera d

La mostra, corredata di video e immagini relativi ai momenti dello scavo e del restauro, strizza l’occhio anche alla tecnologia. Alcuni manufatti, disponibili per una esplorazione tattile, sono infatti stati ricostruiti con la stampa 3D e in polistirolo grazie ad una scansione tridimensionale, come il grande orcio che accoglie i visitatori all’ingresso, rinvenuto in frammenti di cui soltanto uno è esposto nella vetrina.
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PLEASE DO TOUCH! Il grande orcio, ricostruito in polistirolo, invita i visitatori all’azione più temuta nei musei!

Il catalogo della mostra in versione integrale è disponibile in inglese.

La Minerva di Arezzo torna (temporaneamente) ad Arezzo

La Minerva di Arezzo torna temporaneamente nella sua città d’origine. L’occasione è la mostra, organizzata dalla Fraternita dei Laici in collaborazione con il Comune di Arezzo, “Minervae Signum. Tesori di Arezzo“.

Primo piano della Minerva di Arezzo, con il gorgoneion ben evidente sull’egida

La Minerva di Arezzo è, insieme alla Chimera di Arezzo, uno dei Grandi Bronzi del MAF. Scoperta ad Arezzo nel 1541, fu subito acquisita nella collezione di Cosimo I de’ Medici che la volle nello Studiolo di Calliope in Palazzo Vecchio. La dea, di cui abbiamo già descritto l’aspetto e l’abbigliamento in questo post, è in bronzo cavo, realizzata nella tecnica della cera persa*, a grandezza minore del vero, e rappresentata nel suo ruolo di dea della sapienza e della guerra: con l’elmo sollevato sulla testa, l’egida col gorgoneion sul petto, il lungo chitone che le arriva fino ai piedi. In età romana adornava una stanza di una ricca domus di Arretium, come hanno potuto appurare scavi archeologici condotti sul luogo del ritrovamento, la chiesa di San Lorenzo.

La statua non fu rinvenuta integra. Nel XVIII secolo fu oggetto di un importante restauro a cura dello scultore Francesco Carradori. Un ulteriore restauro si è reso necessario invece pochi decenni fa, a cura del Centro di Restauro della Soprintendenza. E ha portato alla luce una storia incredibile, ovvero proprio la storia del restauro realizzato dal Carradori.

Restaurare un’opera d’arte, antica o moderna che sia, non è semplicemente un’azione di ripristino o di miglioramento delle condizioni dell’oggetto, ma è una vera e propria operazione di studio, volta a scoprire i materiali e le tecniche utilizzate, perché ogni segno e ogni traccia possono rivelare indicazioni utili per capire come procedere con il restauro vero e proprio.

La Minerva restaurata dal Carradori si reggeva in piedi grazie ad un palo di legno inserito all’interno della statua. Aveva alcune integrazioni, come il braccio destro e parte della veste. Fu proprio la necessità di sostituire il palo di legno, ormai consunto dopo tre secoli, a dare l’avvio al restauro.

Dettaglio del supporto di ferro cui il Carradori ancorò il braccio della Minerva

I restauratori scoprirono così che il Carradori non solo aveva integrato il braccio destro, ma ne aveva proprio inventato la posizione (portato in avanti verso il basso con la mano aperta): non esistono infatti confronti iconografici con altre raffigurazioni antiche della dea per giustificare questa posa; si trattò invece di una scelta deliberata dello scultore, il quale ritoccò anche la testa della Minerva, ponendola in una posizione che non era la sua originale: questi dettagli si sono potuti notare osservando precisamente i punti di giunzione delle varie parti del bronzo.

Si pose a questo punto per i restauratori un problema di metodo. La Minerva era ormai conosciuta in tutto il mondo, riportata su manuali e libri di arte, nell’immagine che le aveva dato il Carradori, col braccio sistemato arbitrariamente. Ma questa non era la statua “originaria” di età antica. Cosa fare? Lasciare la Minerva così come l’aveva sistemata il Carradori oppure riportarla allo stato originale?

Si decise, infine, di riportare la Minerva di Arezzo all’aspetto che aveva prima dell’intervento settecentesco. Si è tolto dunque il braccio, si è collocata la testa nella posizione “giusta”, così come indicavano i punti di giunzione del bronzo; si è sostituito il palo di legno con uno di acciaio, incorruttibile, e si è proceduto ad integrare le parti mancanti del panneggio della veste della dea non inventandone le pieghe come fece il Carradori ma, dopo aver fatto le opportune prove sperimentali, realizzando delle integrazioni in alluminio da applicare con calamite, in modo che questo restauro integrativo sia assolutamente reversibile.

Prima di tutto, però, si è realizzato un calco della Minerva del Carradori: non si poteva cancellare per sempre la traccia di un restauro storicizzato come era appunto quello settecentesco. La Minerva del Carradori è così esposta, al MAF, al ballatoio del I piano, in una sezione dedicata proprio al restauro. Qui le proponiamo accanto, in modo da poter apprezzare le differenze.

La Minerva di Arezzo e il calco tratto dalla Minerva prima del restauro

*tecnica della fusione a cera persa: onde evitare di realizzare statue di grandi dimensioni in bronzo pieno, troppo pesante e troppo costoso, i Greci studiarono una tecnica che consentiva di realizzare statue in bronzo cave all’interno. Si realizzava intanto un’anima di argilla, che veniva modellata nella foggia desiderata, si faceva poi una colatura di cera sulla superficie, dopodiché si copriva con un altro grosso strato di argilla. A questo punto veniva colato il bronzo fuso nello spazio occupato dalla cera la quale colava via (ecco perché cera persa). Spesso venivano realizzate separatamente le varie parti della statua e poi giuntate insieme alla fine.