Le mummie animali del MAF

Tra le recenti acquisizioni del Manf, presentate al pubblico in occasione della mostra L’Arte di donare. Nuove acquisizioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, figurano due mummie di canidi che vengono ad arricchire il già consistente gruppo di mummie animali in possesso del museo, costituito da ben 65 esemplari.

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Mummie di canidi esposte alla mostra

Le due mummie, assegnate al Museo nel 2013 dal Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, risultato di una indagine sulla liceità del possesso, sono provenienti da un lascito ereditario e pertanto non è possibile identificarne il luogo d’origine in Egitto né fissarne precisamente la cronologia, sebbene, come vedremo, l’uso di imbalsamare animali, presente solo in Epoca Tarda, possa favorire una datazione a questo periodo.

Ma perché gli Egizi praticavano la mummificazione, e perché mummificavano anche i loro animali?

La mummificazione, venne adottata dagli Egizi quale sistema ordinario di sepoltura al fine di consentire la sopravvivenza dei corpi nell’aldilà. Essi infatti credevano che la conservazione del corpo avrebbe assicurato al Ka – l’anima o l’essenza spirituale del defunto- di utilizzarlo quale veicolo in cui incarnarsi. La mummia quindi, così come la statua, non era un semplice tributo alla memoria, ma la sua funzione precipua era quella di servire da base per un’altra vita, quella del Ka, che in essa si incarnava. Senza alcun supporto fisico infatti, l’anima- sotto aspetto di Ka, Ba (la “manifestazione animata del defunto”) o Ash (il generico principio di immortalità) – non potendosi incarnare, si sarebbe perduta in una eternità di supplizi.

La conservazione del corpo materiale era di primaria importanza, e ciò spinse gli Egizi a sviluppare raffinate tecniche di conservazione dei corpi.

I materiali e le tecniche utilizzate, pur variando nel tempo, rimasero costanti nei principi base che prevedevano l’eviscerazione del cadavere (lavato con vino di palma e asciugato con panni di lino) e la sua essiccazione mediante immersione in un composto di sali (natron), per consentire la disidratazione dei tessuti grassi e con funzione battericida, per una durata tradizionalmente fissata sui 40 giorni. Seguiva una fase di circa 30 giorni in cui, raggiunta la completa disidratazione, il corpo veniva ricoperto di resine e di oli sacri, incensato ed infine avvolto in bende di lino secondo un procedimento altamente complesso. La mummia veniva poi deposta nel sarcofago e collocata nella tomba, ove erano deposti gli oggetti indispensabili alla vita quotidiana e dipinte scene della vita di tutti i giorni, in maniera da garantire una inesauribile fonte di approvvigionamento al defunto nel caso malaugurato in cui le offerte, che i vivi erano tenuti a recare ai morti, fossero state interrotte per un qualunque motivo.

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Mummia di gazzella (fonte)

Non erano però solamente gli umani ad essere sottoposti a questo procedimento: i musei di varie città del mondo sono pieni di mummie delle specie più diverse, compresi bovini, babbuini, arieti, leoni, gatti, cani, iene, pesci, pipistrelli, gufi, gazzelle, capre, coccodrilli, toporagni, coleotteri scarabei, ibis, falchi, serpenti, lucertole e molti tipi di uccelli: è perciò probabile che gli Egizi credessero che anche gli animali, come gli umani, possedevano un Ka, e forse anche un Ba e un Akh. Il procedimento era simile a quello seguito per gli esseri umani: eviscerazione, essiccamento sotto natron, lavaggio, accurata fasciatura e deposizione nel sarcofago. Le indagini archeologiche hanno riportato alla luce interi cimiteri riservati agli animali, come la necropoli di Saqqara, dove sono state identificate, all’interno di una catacomba particolarmente estesa, ben otto milioni di mummie di cani, o quella di Tuna el-Gebel, che ha restituito circa quattro milioni di mummie di ibis. Le mummie animali giunte fino a noi possono essere suddivise in diverse tipologie.  Un gruppo importante è costituito dagli animali domestici, cani, gatti ma anche manguste, scimmie, gazzelle e uccelli. Questi animali venivano spesso mummificati e sepolti con i loro proprietari, o fuori della loro tomba, nel caso in cui la loro morte precedeva quella dell’individuo cui essi appartenevano, in attesa di accompagnarli anche nell’aldilà: l’esempio quasi commovente di un uomo chiamato Hapymin, sepolto nel periodo compreso tra l’epoca tarda e la XXX dinastia con il suo cane raggomitolato ai piedi, può fornire forse la prova migliore del forte sentimento che gli Egizi nutrivano per i loro animali.

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Mummia di coccodrillo (fonte)

Un’altra tipologia è costituita dalle mummie di animali considerati sacri, come ipostasi delle divinità: ad esempio il toro Api a Menfi o l’ariete Banebged a Mendes erano oggetto di venerazione dalle età più antiche, scelti dai sacerdoti secondo precisi criteri (ad esempio una macchia sulla pezzatura) e adorati e accuditi come fossero il dio stesso. Alla loro morte, venivano imbalsamati e solennemente sepolti in una catacomba, mentre il loro principio divino migrava in un altro esemplare dalle caratteristiche simili.

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Mummia di gatto con relativa radiografia (fonte)

La categoria di mummie animali più numerosa, e più frequente nelle collezioni dei musei di tutto il mondo, è quella delle offerte votive: in questo caso, la mummia di uno specifico animale veniva dedicata alla divinità corrispondente (ogni dio aveva un animale specifico che era il suo totem o simbolo, ad esempio il gatto era sacro a Bastet, dea del piacere, dell’amore e della bellezza, gli Ibis a Thot, dio della conoscenza), in modo tale che la preghiera dedicata al dio dal pellegrino, e rappresentata dall’animale imbalsamato, potesse essergli indirizzata e rivolta per l’eternità. Le mummie venivano offerte e conservate nel tempio fino alla festa annuale o semestrale del dio, dopodiché venivano sepolte in apposite, enormi, catacombe.

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Mummia di serpente con sarcofago. Sul coperchio è rappresentato il serpente in rilievo (fonte)

Questi animali venivano allevati in prossimità dei santuari e poi deliberatamente uccisi per essere imbalsamati e venduti ai pellegrini. Con il tempo, si creò un vero e proprio sistema economico ruotante intorno a questi santuari, che accoglievano officine destinate alla produzione, alla imbalsamazione e alla vendita di mummie, e non mancano prove dell’esistenza di edifici destinati alla cova delle uova di coccodrillo (a Medinet Mari) o di uccelli.

Del resto, le mummie erano parte integrante dell’economia di questi santuari: migliaia di animali dovevano essere allevati e accuditi a spese del tempio, su cui ricadevano anche i costi di mantenimento dei sacerdoti addetti al culto, della manodopera specializzata e dei materiali necessari per l’imbalsamazione, provenienti da diverse parti dell’Egitto o dall’estero (ad esempio le resine, incluso l’incenso e la mirra, venivano importate dalla Siria o dall’Etiopia). Fu probabilmente per far fronte alla richiesta sempre crescente che cominciarono ad essere prodotti esemplari di scarsa qualità, tanto più che questa dipendeva anche dalle disponibilità economiche dell’acquirente, e che si misero in atto delle pratiche probabilmente fraudolente: le indagini diagnostiche cui sono state sottoposte alcune mummie hanno infatti rivelato che queste erano dei “falsi”, cioè erano state bendate per dare l’idea di un animale specifico, ma di fatto contenevano i resti di un animale diverso, le ossa di più esemplari o addirittura solamente sabbia, grumi di fango, bende e materiale di vario genere. Bisogna però tenere conto anche della precipua mentalità egizia per la quale la parte (pochi resti ossei o solo le piume) vale il tutto (l’intero animale) nonché il budget del pellegrino, che qualora molto basso, non consentiva l’acquisto di esemplari “autentici”.

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Mummie di pesce con sarcofago (fonte)

L’ultima categoria di mummie animali è costituita dalle mummie cosiddette “alimentari”, ovvero da cibi mummificati come costolette di manzo, anatre e oche, collocate nella tomba affinché il defunto se ne potesse nutrire. La carne e il pollame venivano preparati come se fossero pronti per essere cucinati: la carne veniva scuoiata e spezzettata, il pollame spennato ed eviscerato, e nella maggior parte dei casi, venivano rimosse la testa, le ali e le zampe. Dopo l’essiccazione, il fegato e la varie frattaglie venivano reinserite all’interno del corpo tramite delle cavità opportunamente create. Alcune di queste mummie presentano una colorazione marrone, come se fosse stato dato loro intenzionalmente l’aspetto di una cosa appena arrostita, con l’applicazione di resine calde che ovviamente brunivano le bende.

La pratica della mummificazione di animali è attestata durante l’intero arco della storia egizia, ma è soprattutto durante l’Epoca Tarda e nei Periodi Tolemaico e Romano che si diffonde con enorme successo la pratica delle mummie votive, probabilmente quale reazione alla minaccia straniera che spinse gli Egizi a cercare nuovi modi con cui affermare il proprio senso di identità e ribadire la propria cultura e le proprie tradizioni religiose. Il fenomeno perdurò circa fino al 350 d.C., quando venne interrotto dal trionfo del cristianesimo.

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Un banchetto lungo migliaia di anni

Quando si guarda indietro di centinaia (a volte migliaia!) di anni, spesso sembra difficile immedesimarsi e capire realtà che apparentemente niente hanno a che fare con il nostro tempo; ma basta poco, la forma insolitamente familiare di un oggetto, una analogia inaspettata nelle abitudini e il passato rivive davanti ai nostri occhi. È proprio quello che accade quando ci troviamo ad avere a che fare col cibo degli antichi, che sia scolpito su una stele o dipinto in un affresco, o, in certi e rari casi, straordinariamente  conservato.

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Una delle locandine del Mibact per la campagna di comunicazione di gennaio

Lo spunto per parlare di cibo (e in particolare quello degli Egizi) nel primo post dell’anno ci viene proprio dalla campagna di comunicazione ministeriale, che ha dedicato il mese di gennaio all’ #annodelciboitaliano, invitando gli utenti a cercare e riconoscere nei musei spunti legati al cibo. Quanti possono infatti immaginare che nel nel Museo Egizio di Firenze siano conservati addirittura pani e ceste di datteri, perfettamente essiccati grazie al clima caldo e asciutto del deserto?

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Un cestino di frutti della palma dum (a sinistra) e una forma di pane (a destra)

Gli antichi egizi credevano che il defunto, una volta riuscito a fare il suo ingresso nel regno di Osiride, avrebbe avuto bisogno di tutto ciò di cui disponeva in vita per poter tranquillamente condurre la sua esistenza ultramondana; quindi una casa, gli arredi, i servitori e, soprattutto, il cibo. Il cibo era provvisto dai parenti, che spesso sono rappresentati sulle stele mentre, in processione, recano le offerte alimentari; gli alimenti sono anche rappresentati disposti sulle tavole, in eccezionale abbondanza, davanti ai defunti seduti in trono.

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Due stele con rappresentata la tavola delle offerte: vi si distinguono pani di diverse forme, volatili, arti di bovino, verdure.

Talvolta si mettevano invece nella tomba statuette di servitori intenti nella preparazione di un cibo, un atto che magicamente si sarebbe rinnovato per l’eternità: così le serve che macinano la farina per preparare il pane o intente nella preparazione della birra, che costituiva un elemento fondamentale nella dieta, assai più del vino o di altre bevande.

Donne intente nella preparazione della farina (a sinistra) e nella spremitura dei pani di orzo per la preparazione della birra (a destra)

La birra che si beveva in Egitto era diversa da quella attuale; si otteneva a partire dalla fermentazione di pani di farina d’orzo, frantumati, imbevuti di succo di datteri e lasciati immersi in contenitori di terracotta. Successivamente i pani venivano strizzati e il liquido filtrato (proprio l’operazione a cui si dedica la nostra statuetta), oltre che modificato con l’aggiunta di aromi e spezie.

L’alimentazione degli antichi egizi non doveva poi differire troppo dalla nostra: vi erano la carne, prevalentemente di volatili (anche appositamente allevati), e il pesce pescato nel Nilo, che sostituiva la carne per chi non poteva permettersela (proprio il contrario di ciò che accade oggi!).

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Scena di pesca (a sinistra) e dettaglio di una stele con rappresentazione di un allevamento di anatre (a destra)

Molto abbondante era la varietà di frutta e verdura: fichi, uva, meloni, e poi cavoli, porri e cipolle, lattuga. Così come oggi, erano diffusi anche il latte (sia bovino che ovino) e tutti i suoi derivati. Sulla tavola accompagnava sempre tutto il pane, che era cotto in una grande varietà di forme e dimensioni.

Naturalmente, però, non tutti questi cibi comparivano in contemporanea sulla tavola di ogni giorno; le immagini che noi abbiamo vanno filtrate, perché fanno sempre riferimento a situazioni particolari, rituali e cerimonie, in cui il pasto deve necessariamente essere connotato da ricchezza e abbondanza. Del resto, anche oggi, nella sempre più diffusa abitudine di immortalare i propri pasti, non è forse vero che coinvolgiamo quelli delle occasioni speciali piuttosto che le sbrigative e frugali abitudini giornaliere?

#artemoda al MAF: una sfilata sulla passerella del tempo

Oggetto della campagna di comunicazione del Mibact per questo mese è la moda nell’arte: niente di più lontano dall’archeologia, apparentemente… ma non è così! Le vetrine del Museo Archeologico e del Museo Egizio sono piene di oggetti curiosi relativi alla vita di tutti i giorni che gettano un ponte tra noi e i millenni passati, dimostrando come, in fondo, la vanità e il desiderio di apparire degli antichi non fossero così diversi da quelli dell’epoca moderna, avvicinandoci immediatamente a realtà che sembrano sepolte e dimenticate.

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  • #artemoda sulle sponde del Nilo. Tessuti trasparenti plissettati, sandali infradito, parrucche e gioielli sorprendenti per la loro modernità sono solo alcuni dei tesori che le tombe dell’antico Egitto hanno svelato; non solo grazie alla conservazione delle fibre organiche che ha portato fino a noi gli oggetti reali, ma anche grazie alle conferme e che giungono da rilievi e illustrazioni. Mentre gli uomini di alto rango indossavano una lunga gonna trasparente di lino al di sopra di un perizoma, l’abbigliamento delle donne e delle dee era un lungo abito attillato che terminava sotto il seno, trattenuto da ampie bretelle e impreziosito da gioielli, bracciali, pettorali, cavigliere, anelli e orecchini. Sul capo, che spesso per ragioni igieniche era rasato, si indossavano parrucche di treccine, su cui veniva posizionato un cono di grasso profumato che, sciogliendosi a poco a poco con il calore, donava lucentezza alla chioma. Importantissimo era anche il trucco, soprattutto degli occhi: piccoli astucci dotati di un tappo servivano per conservare ed applicare il kohl, mentre delle tavolette di pietra erano utilizzate per preparare le polveri necessarie al trucco. L’uso del trucco nero attorno agli occhi, così “pesante” come le raffigurazioni ce lo mostrano, aveva anche una funzione pratica oltre che estetica, essendo finalizzato ad evitare il riflesso dei raggi solari e a mantenere pulita una zona così delicata come quella del contorno occhi.  Nel nostro museo è conservato persino uno strumento che serviva per creare le plissettature, pressandovi sopra la stoffa imbevuta di sostanze apprettanti.
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Tutti i reperti sopra illustrati sono conservati al museo egizio di Firenze. Per scaricare l’infografica in formato pdf in alta risoluzione, clicca sull’immagine!

  • #artemoda in Grecia.  Rispetto a quanto accade per l’Egitto, per ricostruire la moda nella Grecia antica disponiamo soltanto delle fonti iconografiche. Nell’abbigliamento femminile i capi fondamentali sono due, il peplo e il chitone. Il primo consiste in un rettangolo di stoffa (in genere lana) piegato a metà e fissato attorno al corpo con fibule e spilloni; il secondo, invece, di stoffa più leggera, era cucito sulle spalle e lungo i fianchi, e poteva essere cinto in vita o con una sorta di bretelle incrociate sul seno. Una delle prime rappresentazioni del peplo si trova proprio sul vaso François. Sopra veniva portato l’himation,  il mantello, girato attorno ai fianchi, tirato su a coprire la testa o ad avvolgere tutto il corpo. Il mantello era la componente fondamentale anche dell’abbigliamento maschile, generalmente drappeggiato a partire dal lato destro del corpo verso quello sinistro, con sotto il chitone, uguale a quello femminile ma corto (soltanto sacerdoti, musicisti e aurighi potevano indossare quello lungo). Grande rilevanza avevano anche gli accessori: cintura, fibule, spilloni, ornamenti per i capelli. In età arcaica anche gli uomini (aristocratici) portano i capelli lunghi, raccolti in trecce e ornati da bende; un accessorio tipico delle acconciature femminili era il sakkos, una cuffia  per raccogliere i capelli. Tra i prodotti di bellezza c’erano gli oli profumati per il corpo, utilizzati sia dagli atleti che dalle donne, che venivano conservati in appositi vasetti di piccole dimensioni e con l’imboccatura stretta (ariballoi e lekytoi).
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Tutti i reperti sopra illustrati sono conservati al museo archeologico di Firenze. Per scaricare l’infografica in formato pdf in alta risoluzione, clicca sull’immagine!

  • #artemoda in Etruria. Come per la Grecia, anche per l’Etruria la ricostruzione della moda parte di necessità dagli accessori e dalle immagini, mancando la documentazione materiale dei tessuti. Nella moda di età orientalizzante ricorre l’uso delle trecce per raccogliere i capelli lunghi, confermato dai numerosi “fermatrecce” di metallo prezioso rinvenuti nelle tombe (sia maschili che femminili). Gli uomini di rango aristocratico dovevano indossare tuniche di lana, decorate a losanghe o quadretti (così come le donne) coperte da un mantello, mentre i guerrieri un corto perizoma con cinturone. Gli accessori in questo periodo sono variegati e preziosi: dai pettini in avorio alle enormi fibule d’oro, da parata, che dovevano trattenere gli indumenti, agli spilloni riccamente decorati. Balsamari importati dalla Grecia con gli oli profumati e pissidi in avorio per contenere gli oggetti da cosmesi completavano il corredo. Il processo di ellenizzazione avviato dalla fine del VII sec. investe poi in profondità anche la moda, e i costumi diventano analoghi a quelli greci contemporanei, con l’adozione di chitone e himation; diverse sono però le calzature, i calcei repandi, i tipici stivaletti con la punta arricciata all’insù. In età classica per gli uomini si aggiunge all’himation la tebenna, un mantello semicircolare drappeggiato su una spalla; in questo periodo i capelli degli uomini sono corti, quelli delle donne raccolti in uno chignon o nel sakkos greco. Le donne come ornamenti indossano prevalentemente grandi orecchini d’oro e diademi preziosi, mentre si riduce l’uso di fibule decorative e vistose a favore di altre più semplici, a molla, in cui prevale l’aspetto funzionale. Le scarpe sono basse e con lacci intrecciati. In età ellenistica tornano in gran voga i gioielli, ispirati all’arte toreutica macedone, così come gli specchi e le ciste bronzee per contenere gli oggetti di bellezza. Esempi completi dell’abbigliamento etrusco di II sec. a.C. (che prelude oramai a quello romano) sono Larthia Seianti e l’Arringatore, che mostrano nel dettaglio le vesti, la capigliatura e gli ornamenti personali del periodo (per approfondire vi rimandiamo ai singoli post dedicati a questi personaggi!).
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Tutti i reperti sopra illustrati sono conservati al museo archeologico di Firenze. Per scaricare l’infografica in formato pdf in alta risoluzione, clicca sull’immagine!

#lartechelegge… in Egitto!

Torna anche quest’anno la campagna Maggio dei Libri, promossa dal Centro per i Libri e la Lettura e sostenuta dal Mibact con l’ashtag #lartechelegge, che contraddistinguerà la campagna social di questo mese. I visitatori dei musei italiani potranno divertirsi alla ricerca di libri, papiri, scritture raffigurati in sculture, vasi e affreschi delle epoche e delle collezioni più disparate, per condividerli poi sui social. Noi intanto cominciamo, se non proprio dall’inizio, almeno da mooolto tempo fa!

La scrittura dell’antico Egitto è uno degli aspetti che più affascina e intriga fin da bambini: chi non ha mai sentito parlare di geroglifici, di cartigli, della stele di Rosetta e della storia della sua decifrazione?

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I geroglifici dipinti nel XIX secolo come decorazione nella  sala III del museo. Vi si possono leggere i nomi di Umberto e Margherita di Savoia.

I geroglifici costituiscono un sistema estremamente complesso di scrittura; ad essi si accompagnavano altri due sistemi, lo ieratico (dal greco hierós, sacro) e il demotico (dal greco démos, popolo), il primo utilizzato dai sacerdoti come sistema semplificato di scrittura e il secondo, da esso derivato, impiegato per le esigenze della vita quotidiana soltanto dal VII sec. a.C. Mentre il geroglifico si serve di disegni stilizzati (a cui può corrispondere un oggetto -pittogrammi-, un concetto -ideogrammi- o semplicemente un suono), gli altri due sistemi impiegano segni più corsivi e più veloci da tracciare.

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Papiro con scrittura geroglifica (a sinistra) e ieratica (a destra)

Proprio per questa sua complessità, la scrittura era appannaggio di pochi eletti: il faraone, certamente, pochi nobili appartenenti alla sua corte e, soprattutto, gli scribi. Il loro percorso di studi iniziava fin da bambini e, perché acquisissero al meglio la capacità di scrivere, richiedeva molti anni: l’alfabeto infatti, che all’inizio contava circa settecento segni, vide aumentarli a dismisura nel corso dei secoli, fino a oltre cinquemila.

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La pianta di papiro coltivata nel giardino del MAF

Ma quali erano i “libri” degli antichi Egizi? I papiri, naturalmente. I fogli di papiro erano ottenuti lavorando la parte interna del fusto della pianta, che cresceva lungo le sponde del Nilo. Le strisce sottili che se ne ricavavano venivano giustapposte in più strati, con le fibre disposte in senso orizzontale o verticale, alternate; gli strati aderivano poi l’uno all’altro grazie alla loro stessa secrezione e venivano infine battuti e pressati; i lunghi rettangoli così ottenuti erano poi conservati arrotolati su se stessi. Si scriveva utilizzando lo stilo, una sottile bacchettina di legno che veniva spesso mordicchiata ad una estremità per renderla più flessibile e precisa; l’inchiostro utilizzato era di due colori: rosso, ottenuto con la polvere di minio o di cinabro, e nero, ottenuto con la fuliggine. A restituirci queste preziose informazioni sono i corredi di scribi che sono giunti fino a noi, che comprendevano le boccettine per la conservazione dell’inchiostro (dei veri e propri calamai) e le tavolette per riporre lo stilo e preparare il colore, come quelle conservate al museo.

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Il corredo dello scriba

I papiri non erano però l’unico supporto per la scrittura: oltre alle stele, incise e sovradipinte, per gli “appunti volanti” venivano utilizzati anche i cocci dei vasi rotti (óstraka in greco) o schegge di pietra avanzate dall’opera degli scultori: un comodo supporto usa e getta di nessun valore, che consentiva di non sprecare i preziosi fogli di papiro. Quelli conservati nel nostro museo riportano appunti, ma anche numeri e conteggi:

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Óstraka (in basso a sinistra i conteggi)

Gli scribi sono spesso rappresentati nelle sculture e nei rilievi egizi, quasi sempre sono seduti a gambe incrociate, la posizione che li contraddistingueva e che consentiva loro di appoggiare sulle gambe la tavoletta necessaria per sostenere il foglio su cui scrivevano.

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Il rilievo degli scribi

C’è però al MAF un rilievo molto famoso di epoca amarniana, noto appunto come rilievo degli scribi, che ci restituisce una scena molto vivida e articolata: su piani diversi sono rappresentati quattro scribi, intenti a fissare nella stessa direzione, con in mano la tavoletta e lo stilo, pronti a trascrivere tutto ciò che stanno ascoltando, come dei moderni giornalisti. La caratteristica di questo rilievo è la grande naturalezza con cui sono rese le figure e il rispetto della profondità della scena in contrapposizione alla consueta piattezza e schematicità, elementi che caratterizzano l’arte egizia soltanto nell’epoca della XVIII dinastia (quella di Tutankhamon), chiamata amarniana dalla città di El Amarna, in quel tempo capitale del regno. Il rilievo, del quale il MAF possiede solo un frammento, si completa con il pezzo oggi conservato al museo di Leiden, nel quale è ritratto il faraone che detta la legge.

#creaturefantastiche… d’Egitto!

La campagna social del Mibact per il mese di marzo è dedicata alle creature fantastiche. Il nostro museo è per sua stessa natura un meraviglioso bestiario di mostri, demoni, creature ibride e magiche che, se certo non spaventano più come un tempo, non cessano comunque di esercitare il loro potente fascino sui visitatori grandi e piccini. 

Le sale in cui forse la fantasia dei curiosi trova maggiore soddisfazione sono quelle del Museo Egizio, che ci restituiscono nei vividi colori originali le immagini delle numerosissime divinità che “popolavano” le sponde del Nilo.

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Le principali divinità egizie (fonte)

Nell’antico Egitto la divinità mantiene sempre una importante componente zoomorfa: ogni dio viene indifferentemente raffigurato in forma umana (se ne ha una), animale o con il corpo umano e la testa animale. È così per Horus, il dio-falco figlio di Osiride, o per Hathor, la dea-vacca che incontriamo sotto forma di animale e in forma umana, ma con le corna di vacca (tra le quali è inserito il disco solare) nel rilievo di Seti I. Hathor era la dea-madre, dea dell’amore e aveva il compito di scortare il faraone nell’Aldilà.

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La dea Hathor in forma umana, a sinistra, e in forma di vacca, a destra

La scultura in granito rosa che rappresenta la dea proviene dall’Iseo del campo Marzio a Roma, dove fu portata come bottino; accucciato tra le zampe dell’animale è il faraone Horemheb (1319-1291 a.C.), identificato da una iscrizione, intento a bere il latte dalle sue mammelle. Il latte aveva per gli antichi Egizi un importante significato rituale, legato alla purificazione e alla resurrezione.

Toth,  invece, il dio inventore della scrittura, ha addirittura due forme animali, di babbuino e di ibis. Toth lo troviamo nei frammenti di papiro che ci restituiscono una parte ben nota del libro dei morti, quella relativa all’ingresso del defunto nell’Aldilà e alla cerimonia della pesatura del cuore. Il libro dei morti era un testo sacro nell’antico Egitto in cui erano raccolte preghiere e il racconto di tutti i passaggi che l’anima doveva affrontare per arrivare nel Regno dei Morti, compreso quello della pesatura: il cuore del defunto (che rimaneva nel corpo mummificato, a differenza degli altri organi che venivano rimossi) veniva messo sul piatto di una bilancia, mentre sull’altro era posta la piuma attributo della dea Maat, divinità dell’ordine, della verità e della giustizia.

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Scena della pesatura del cuore: da sinistra Thot, con testa di Ibis, è il giudice e scrive; Ammit, di cui si vede solo la testa di coccodrillo, è pronta a divorare il cuore impuro; Anubi, con testa di sciacallo, ha il ruolo di accompagnare il defunto; sulla bilancia è di nuovo rappresentato Toth, questa volta in forma di babbuino; alla scena è presente anche Horus, con testa di falco.

Solo se la bilancia fosse rimasta in equilibrio il cuore sarebbe stato puro e avrebbe permesso di accedere alla vita eterna; in caso contrario il cuore sarebbe stato divorato da Ammit, un mostro femmina chiamato anche “la divoratrice“, che si trova sempre rappresentato in questa scena: una creatura con testa di coccodrillo, parte anteriore del corpo di leone e parte posteriore di ippopotamo.

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Un’altra creatura fantastica, la cui benevola presenza aleggia nelle ultime sale del Museo Egizio, è Bes: un nano grottesco dalle fattezze mostruose, con gli occhi sporgenti e la lingua fuori tra i riccioli di una folta barba.

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Bes è un demone protettore della casa e che sovrintende alla nascita dei bambini: il suo aspetto minaccioso e le sue smorfie hanno la funzione di allontanare gli spiriti maligni. La scultura conservata al museo, datata al periodo tolemaico, in origine era probabilmente il capitello di una colonna.

E voi, quali altre #creaturefantastiche avete trovato?

#Lartetisomiglia: alla scoperta dei volti del MAF – 1 – il Ritratto del Fayyum

Capita talvolta, aggirandosi tra le opere esposte in un museo, di cogliere qualche sguardo particolarmente intenso, diretto, che sembra uscire dalle tele o dalla pietra per venire ad incontrare proprio i nostri occhi. Sguardi che escono dal tempo e ci ricordano che i volti fissi e ingessati che ammiriamo sono stati persone, hanno pensato e agito proprio come noi. A questo fa pensare l’ashtag scelto dal Mibact per inaugurare il 2017 sui social, #lartetisomiglia, una campagna di comunicazione valida su instagram per tutto il mese di gennaio. Uno slogan che vuole avvicinare il pubblico alle opere e che invita a guardarle con occhi nuovi e partecipi. Il nostro contributo come blog sarà un approfondimento su alcuni ritratti particolarmente espressivi conservati nel nostro museo, due vividi volti di donna che hanno attraversato i secoli per giungere intatti fino a noi.

Il ritratto del Fayyum del MAF, IV sec. d.C.

Il ritratto del Fayyum del MAF, IV sec. d.C. (foto Archivio Fotografico Museo Archeologico Nazionale di Firenze)

Il primo appartiene a una nobildonna ritratta su una tavoletta di legno, proveniente dall’Egitto di epoca romana. Si tratta di uno dei ritratti provenienti dall’oasi del Fayyum, che ha restituito moltissime di queste tavole; a partire dal I sec. d.C. si diffuse infatti l’usanza di apporle sopra le bende, in corrispondenza del volto delle mummie, in sostituzione delle più stilizzate maschere tridimensionali; i ritratti erano eseguiti subito dopo la morte, e ritraggono quindi i soggetti in diverse età (e, data la netta prevalenza di giovani, si deduce un’età media della popolazione piuttosto bassa). Questi ritratti sono così fedeli alla realtà che in alcuni casi è stato possibile persino ricostruire i rapporti genealogici di intere famiglie basandosi sulle somiglianze, anche quando non è accertata la provenienza da una medesima tomba. L’abbondanza di dettagli permette di capire che queste persone vestivano e vivevano secondo la moda diffusa a Roma nei primi secoli dell’impero e consente, tramite il raffronto con i realia, una datazione molto precisa. I ritratti del Fayyum si datano fra il I è il IV sec. d.C.; alcuni sono di qualità molto elevata. I pittori operavano probabilmente con dei tipi base già pronti, cui apportavano le modifiche necessarie per rendere reale la somiglianza con i defunti.

Le persone ritratte, considerate come “Egizi” dai Romani, erano in realtà discendenti dei coloni greci di epoca tolemaica, e probabilmente consideravano se stessi greci, come indica la ricorrente presenza della barba negli uomini, una moda ellenica che nella Roma imperiale si afferma soltanto a partire dall’imperatore Adriano, nel II sec. d.C.
Il ritratto di Firenze è stato uno dei primi dell’Oasi a giungere in Europa, portato assieme agli altri reperti recuperati nella spedizione franco-toscana del 1829-30. È realizzato a tempera, ovvero con colori ottenuti da pigmenti naturali uniti a colla di origine animale e sciolti in acqua; i pennelli utilizzati erano molto fini e permettevano di dipingere il chiaroscuro con linee sottili ravvicinate e contorni nitidi.

Il ritratto prima del riallestimento 2015: la tavoletta è "incorniciata" da bende di lino, così come doveva apparire nella sua collocazione originaria sulla mummia, al di sopra del volto della defunta (foto Archivio Fotografico ???)

Il ritratto prima del riallestimento 2015: la tavoletta è “incorniciata” da bende di lino, così come doveva apparire nella sua collocazione originaria sulla mummia, in corrispondenza del volto della defunta (foto Archivio Fotografico Museo Archeologico Nazionale Firenze)

La donna è acconciata come una matrona romana dell’epoca, con i capelli, crespi, raccolti in una piccola crocchia alla sommità della testa; indossa orecchini di perle e una collana d’oro impreziosita da pietre blu scuro. L’abbigliamento consiste in un mantello chiaro e una tunica rosata su cui sono visibili i clavii, delle strisce scure usate come decorazione.

Prossimamente la seconda parte, dedicata all’altra “matrona del MAF”… continuate a seguirci!

“Giochi e gare al museo”: la F@Mu 2016 al MAF

Il giorno 9 ottobre 2016 si svolgerà, al MAF come su tutto il territorio nazionale, la giornata Nazionale delle Famiglie al Museo. La manifestazione, promossa dall’Associazione Famiglie al Museo e patrocinata dal Mibact e numerose istituzioni italiane, è dedicata ai piccoli fruitori dei musei accompagnati dagli adulti e vede nel 2016 la sua quarta edizione.

locandinafamu2016-def-850x1195Il MAF, che sin dal primo anno ha preso parte all’iniziativa con laboratori didattici e giochi studiati appositamente per i piccoli visitatori, quest’anno è risultato vincitore del concorso indetto dall’associazione Famiglie al Museo per la scelta del tema dell’edizione 2016, con la proposta “Giochi e gare al museo – il museo palestra della mente”: per questo spetterà al Museo fiorentino ospitare la cerimonia di apertura della manifestazione, nel corso della quale sarà insignito della targa di riconoscimento.

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Per l’occasione è stata allestita la mostra “Giochi e gare… dall’antichità al Museo”, organizzata dal MAF grazie a fondi ministeriali, con il contributo di Unicoop Firenze, dell’Associazione Famiglie al Museo e dell’associazione Friends of Florence.

La seconda domenica di ottobre, dalle ore 9.30, sarà dato il via alla Giornata delle Famiglie al Museo. Tutti i bambini che entreranno con i loro accompagnatori (ingresso gratuito per ciascun bambino e per due suoi accompagnatori) saranno dotati di un acticvity book con giochi e quiz da completare durante il percorso di visita: ad accompagnare i piccoli visitatori sarà, idealmente, un bambino dell’antica Grecia con la passione per lo sport e la pittura, Kleitias… Sì, proprio quello che “da grande” dipingerà il vaso François!

Una pagina dell'activity book

Una pagina dell’activity book

k_disegna_col_blogNel museo saranno predisposte tre postazioni disegno, una per piano, per fermarsi a disegnare e ritagliare le ghirlande di cartoncino distribuite ai bambini. Su prenotazione, invece, si terranno due laboratori a tema, ripetuti tre volte ciascuno nel corso della mattinata (alle ore 9.30, 11.00, 12.30): “A scuola di disegno con Kleitias” (laboratorio di pittura a figure nere su ceramica) e “Un giorno alle gare di Olimpia” (gioco dell’oca gigante con quiz sullo sport nell’antichità).

Sempre dalle 9.30, ogni ora, si ripeteranno le visite guidate alla mostra “Giochi e gare… dall’antichità al museo”.

La mostra, collocata all’interno del percorso espositivo – al secondo piano del Museo -, è stata appositamente studiata con scopi didattici e pensata per essere fruita, sia con l’accompagnamento di un adulto che in autonomia, dai piccoli visitatori del Museo Archeologico. Si presenta, infatti, come un’esperienza interattiva attraverso la quale i bambini possono apprendere, grazie all’osservazione degli oggetti esposti, lo svolgimento dei giochi sportivi nel mondo greco in occasione delle Olimpiadi antiche, con l’aiuto di ricostruzioni visive e sonore, i paesaggi sonori realizzati in collaborazione con Francesco Landucci.

Uno dei pezzi esposti, con la corsa dei carri

Uno dei pezzi esposti, con la corsa dei carri

A conclusione del percorso, i bambini potranno infatti anche maneggiare alcune ricostruzioni degli attrezzi antichi per il salto e incoronarsi con una corona d’olivo, come i veri vincitori dei giochi antichi, scattandosi una foto nella postazione dedicata!

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Per informazioni e prenotazioni: 055 23575 oppure scarica il volantino cliccando sull’immagine!

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Gli antichi Romani dicevano “Mens sana in corpore sano!” È latino e significa che per ognuno di noi è importante prendersi cura del proprio corpo (mangiando cibi sani e nutrienti e facendo attività fisica, per esempio) e della propria MENTE… Ma come ci si prende cura della MENTE????? Andando a scuola ma anche cercando di essere sempre bambini curiosi pronti a scoprire il mondo che ci circonda! Per allenare il corpo… si può andare in palestra, naturalmente. Per allenare la MENTE… Beh! Possiamo andare tutti al Museo!!!!

30 giugno 1816: inizia l’avventura archeologica di Belzoni

Esattamente duecento anni fa iniziava in questo giorno l’avventura archeologica di un appassionato viaggiatore, esperto di idraulica e studioso di arte antica: Giovan Battista Belzoni, ex monaco, commerciante di oggetti sacri, fenomeno da baraccone nei teatri inglesi e massone.

Belzoni ritratto nel frontespizio della sua opera (foto http://digital.library.mcgill.ca/writing_company/fullrecord.php?ID=10575)

Belzoni ritratto nel frontespizio della sua opera (foto http://digital.library.mcgill.ca/writing_company/fullrecord.php?ID=10575)

In Egitto era arrivato la prima volta in cerca di fortuna vendendo le sue competenze idrauliche per un nuovo programma agricolo; al Cairo conobbe la maestosità dell’arte egizia e ne rimase profondamente affascinato. Riuscì ad aggiudicarsi il lavoro di spostamento del grande busto di Ramesse II da Luxor alle acque del Nilo, dove avrebbe potuto essere imbarcato alla volta dell’Inghilterra con destinazione il British Museum. L’impresa di spostamento si concluse in soli quindici giorni, al termine dei quali Belzoni si avventurò più a sud in esplorazione delle rovine archeologiche, e compì scavi a Karnak e nella Valle dei Re.

Tornato al Cairo al termine del 1816 preparò subito un secondo viaggio per l’anno successivo. Il 18 ottobre 1817 scoprì la tomba di Seti I (1289-1279 a.C.), il padre di Ramesse II, decorata da splendidi rilievi policromi: di essi Belzoni fece realizzare tutti i calchi grafici con l’intenzione di realizzare in Inghilterra una ricostruzione della tomba. Quando però la tomba fu visitata nuovamente da una spedizione archeologica, quella guidata da Champollion e Rosellini, si decise per la brutale asportazione dei rilievi, parte dei quali sono oggi conservati al Louvre e al MAF.

Il pilastro della tomba d Seti I: la parte a sinistra è esposta al Museo Egizio di Firenze, quella a destra è invece al Louvre

Il pilastro della tomba d Seti I: la parte a sinistra è esposta al Museo Egizio di Firenze, quella a destra è invece al Louvre

Nel rilievo è raffigurata Hathor, dea madre e dell’amore, in atto di accogliere il defunto Seti; la dea, con gli attributi che la caratterizzano, il disco solare e le corna bovine, stringe la mano del faraone e gli porge una collana. Nella rappresentazione si possono notare i dettagli dell’abbigliamento del tempo, con i monili e gli abiti tessuti di stoffe leggere e trasparenti, così come le ampie parrucche che indossavano sia gli uomini che le donne.

Nel 1818 ripartì per un terzo viaggio in Egitto, accompagnato dal medico e disegnatore Alessandro Ricci, lo stesso che dieci anni dopo si accoderà al seguito di Rosellini e Champollion. Continuò poi a esplorare l’Africa e vi trovò la morte nel 1823, dopo essere stato accolto trionfalmente in Europa per le sue scoperte.

Infine, una curiosità. Per quanto forse non troppo nota, la figura di Belzoni è più legata di quanto si possa pensare all’archeologia così come l’immaginario comune ce la rappresenta: fu proprio l’avventuriero padovano, infatti, ad ispirare il regista e produttore G. Lucas per uno dei suoi più celebri personaggi…

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20/05/1829: a Tebe viene scoperta la tomba di Tjesraperet

Il sarcofago interno di Tjesraperet

Il sarcofago interno di Tjesraperet

Tjesraperet, chi era costei?

Siamo in Egitto, a Tebe, il 20 maggio 1829, durante la Spedizione archeologica franco-toscana in Egitto, che vide affiancati un’équipe di studiosi italiani, al seguito dell’egittologo pisano Ippolito Rosellini, e un’équipe di francesi, con a capo Jean-François Champollion, l’egittologo passato alla storia per aver decifrato per primo i geroglifici.

Dopo pranzo Abu-Sakkarah venne ad avvertirci che gli scavatori avevano trovato una tomba intatta” scrive Rosellini nel suo Giornale, e continua, raccontando la sua discesa nella tomba: “La bocca dello scavo era ancora chiusa; scesi nel pozzo mentre l’aprivano (…) Non poteva scendersi che incomodissimamente puntando cioè spalle e braccia alle pareti, mentre, secondo il solito, cadevano sempre giù sassi e terra (…). La polvere, il caldo, e l’orrore del luogo, toglievano il respiro.

La tomba appena scoperta è quella di Tjesraperet, nutrice della figlia del faraone Taharqa, XXV dinastia. Il ritrovamento è eccezionale, perché la tomba è intatta, inviolata, e restituisce un corredo unico per la qualità e la tipologia dei manufatti. Fin da subito Rosellini fa eseguire un disegno dei principali oggetti del corredo, che appartengono al mondo femminile della cosmesi e della cura della persona: uno specchio all’interno della sua custodia e un vasetto da kohl col suo bastoncino.

Il vasetto per il kohl col suo bastoncino, corredo di Tjesraperet

Il vasetto per il kohl col suo bastoncino, corredo di Tjesraperet

A Firenze sono esposti il sarcofago esterno e quello interno della nutrice, in legno dipinto, una parte di un secondo coperchio di sarcofago, lo specchio nella sua custodia, e il vasetto per il kohl col suo bastoncino. Nel racconto che Rosellini fa della scoperta, però, l’elenco degli oggetti rinvenuti è molto più ampio. Una parte di essi infatti si trova a Parigi, al Louvre. Com’è possibile?

Come vi abbiamo raccontato in un altro post, la spedizione archeologica in Egitto che ha portato alla formazione della collezione del nostro Museo Egizio, fu condotta in comune da Ippolito Rosellini per il Granducato di Toscana e da Jean-François Champollion per la Francia negli anni 1828-1829. I due egittologi si spartirono, alla fine della missione, reperti e interi corredi in modo che ciascuno riportasse in patria materiale archeologico di pari valore e importanza, senza tenere troppo conto di preservare i contesti: una pratica, questa, che ha complicato non poco i tentativi degli studiosi successivi di ricostruire i corredi delle tombe che i due egittologi scavarono insieme. Il momento della suddivisione degli oggetti è ben illustrato dal dipinto che accoglie i visitatori all’ingresso del nostro museo egizio: in esso, Rosellini e Champollion stanno osservando un mucchio di materiali egizi posti davanti a loro. E non è un caso che tra gli oggetti rappresentati ci sia proprio lo specchio di Tjesraperet.

Lo specchio del corredo della nutrice della figlia del faraone Taharqa

Lo specchio del corredo della nutrice della figlia del faraone Taharqa

Lo specchio ha il disco in bronzo dorato, un’elegante immanicatura in legno sagomato decorata con due chiodi di legno e lamina dorata; è ancora custodito all’interno di un astuccio in legno della sua stessa forma, imbottito con un pezzo di tessuto, a protezione del disco di bronzo.

Il sarcofago di Tjesraperet, in legno dipinto, è mummiforme, riprende cioè la forma della mummia; la testa ha la parrucca, decorata con la spoglia di avvoltoio e l’immagine della dea Neftis. Sul petto, sotto l’ampio pettorale è rappresentata la dea Nut, con le braccia/ali spiegate a proteggere la defunta. La parte delle gambe è coperta da fitte iscrizioni intervallate dalle figure di 12 divinità protettrici; al centro è dipinta la mummia di Tjesraperet, stesa sul letto funerario, sulla quale volteggia l’anima Ba, a forma di uccello con testa umana, mentre al di sotto del letto si trovano i 4 vasi canopi. Il sarcofago è posto all’interno di un sarcofago più grande, in legno, a cassa rettangolare con il coperchio a volta e quattro pilastri agli angoli, anch’esso fittamente decorato.

Il sarcofago esterno della nutrice Tjesraperet

Il sarcofago esterno della nutrice Tjesraperet

Chi era esattamente Tjesraperet? La nutrice della figlia del faraone Taharqa apparteneva ad una classe sociale elevata, legata all’ambiente di corte. Definita “Signora della Casa” (il titolo con cui erano indicate tutte le donne, per il loro ruolo di responsabilità nella conduzione della vita domestica e nella gestione della casa), era sepolta insieme a Djedthtotefankh, probabilmente il marito, che apparteneva invece al clero tebano del quale al Museo di Firenze è esposta la stele funeraria, mentre è andato perduto il sarcofago esterno.

27 novembre 1829: si conclude la Missione archeologica franco-toscana in Egitto

Ippolito Rosellini non era uomo da farsi dire di no. Era pisano, innanzitutto, per cui testardo e tenace. Ed era un appassionato. Egittologo, aveva seguito con attenzione e ammirazione l’interpretazione del geroglifico, la scrittura egizia, da parte del giovane egittologo francese Jean-François Champollion.

Il ritratto di Ippolito Roseliini presso lo scalone all'ingresso del Museo Egizio di Firenze

Il ritratto di Ippolito Roseliini presso lo scalone all’ingresso del Museo Egizio di Firenze

I due si erano conosciuti, intorno al 1826, ed era nata un’amicizia fatta di collaborazione e di proficuo scambio di esperienze e di informazioni. Insieme visitano alcune collezioni egizie sparse per la penisola italiana e intanto prende corpo nel giovane studioso pisano, l’idea di una spedizione archeologica in Egitto.

Il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo accoglie con favore la proposta di Rosellini di finanziare una spedizione franco-toscana lungo il Nilo; Champollion per parte sua voleva visitare l’Egitto per sperimentare di persona la validità della sua interpretazione dei geroglifici, mentre Rosellini… beh, quale egittologo non sognerebbe di recarsi in Egitto?

La spedizione viene così progettata fin dal 1827: prevede che Rosellini sia messo a capo di una commissione toscana che affiancherà quella francese diretta da Champollion, con lo scopo di far eseguire i disegni dei monumenti egiziani sconosciuti o non ancora documentati e di eseguire degli scavi al fine di “arricchire i Musei dello Stato”.

La spedizione prende il via solo nell’anno successivo. Parte da Tolone nel luglio 1828 e sbarca ad Alessandria d’Egitto il 18 agosto 1828; dura 15 mesi, durante i quali i due egittologi con il loro gruppo di disegnatori, botanici, architetti, inservienti risale il Nilo toccando quelle che già all’epoca erano le principali tappe dell’archeologia egizia: Giza, Saqqara, Menfi, Tebe, Philae, la Nubia. In quei 15 mesi fu prodotta una messe infinita di documenti, tra note, copie di testi geroglifici, disegni, cui vanno a sommarsi ben 76 casse di oggetti antichi. Quanto a questi, l’accordo fra i due direttori della spedizione prevedeva che ciascuno avrebbe dovuto raccogliere materiale archeologico di pari valore e importanza: così avvenne che ad ogni ritrovamento veniva deciso a quale delle due missioni assegnare un oggetto o un corredo, cercando di mantenere equilibrio ed eguaglianza nelle assegnazioni. Questo comportò, ahimè, delle spartizioni che oggi possiamo tranquillamente definire obbrobriose; non solo i corredi furono smembrati, suddivisi tra il Louvre di Parigi e il futuro Museo Egizio di Firenze, ma anche i monumenti furono sezionati: il più eclatante di tutti è la tomba di Seti I nella Valle dei Re:

Il pilastro della tomba d Seti I: la parte a sinistra è esposta al Museo Egizio di Firenze, quella a destra è invece al Louvre

Il pilastro della tomba d Seti I: la parte a sinistra è esposta al Museo Egizio di Firenze, quella a destra è invece al Louvre

In totale Ippolito Rosellini riportò quasi 2000 reperti dall’Egitto. Tra i reperti più interessanti si annoverano il sarcofago in pietra del vizir Bakenrenef (oggi nella sala IX), il doppio sarcofago in legno della nutrice della figlia del faraone Taharqa completo del corredo (oggi nella sala VIII), il carro in legno, che fu rinvenuto smontato in una tomba della necropoli di Tebe e che oggi, finalmente, è stato attribuito a Kenamun, fratello del faraone Amenofi II Amenofi II (1424-1398 a.C.) (oggi nella sala III); e ancora il bassorilievo dipinto tagliato dalla tomba di Seti I, quello rappresentante la dea Maat (oggi entrambi nella sala V) e il bassorilievo degli scribi, proveniente dalla tomba del faraone Horembeb a Saqqara (oggi nella sala VII).

Il rilievo con la dea Maat simbolo del MEF

Il rilievo con la dea Maat simbolo del MEF

La spedizione, durata un anno e mezzo circa, fece ritorno nell’autunno del 1829. In particolare, la missione italiana sbarcò a Livorno il 27 novembre nel 1829. Rosellini già nel 1830 allestì una mostra presso l’Accademia di Arti e Mestieri di S.Caterina (in via Cavour) nella quale mostrava al pubblico i reperti recuperati in Egitto. È in questo momento e in questo luogo che può dirsi costituito il primo nucleo del futuro Museo Egizio di Firenze.

Documento ufficiale della spedizione franco-toscana in Egitto rimane, all’ingresso del Museo Egizio di Firenze, il grande dipinto, opera di Giuseppe Angelelli: in esso, sullo sfondo di una grandiosa, imponente, ma al tempo stesso romantica Luxor, si sistemano i protagonisti di questa avventura in terra d’Egitto: in piedi, col mantello bianco e la barba rossa, è Ippolito Rosellini; accanto a lui, seduto con la scimitarra, è Jean-François Champollion; tra gli altri personaggi è degno di menzione il povero Alessandro Ricci, medico e disegnatore di Siena, che è ritratto di spalle col calcagno scoperto, in quanto era stato punto da uno scorpione. Proprio in conseguenza di questa ferita morì dopo il rientro in patria. Davanti ai due protagonisti del dipinto sono raggruppati alcuni reperti egizi. Tra di essi spicca uno specchio nella sua custodia, facilmente riconoscibile in quello del corredo della nutrice della figlia del faraone Taharqa (esposto tutt’oggi nella sala VIII).

La spedizione franco-toscana in Egitto, Giuseppe Angelelli, Firenze Museo Egizio

La spedizione franco-toscana in Egitto, Giuseppe Angelelli, Firenze Museo Egizio

È grazie a Ippolito Rosellini, alla sua tenace determinazione e alla sua volontà se la missione franco-toscana in Egitto fu organizzata. Il 27 novembre 1829 segna la conclusione della spedizione in Egitto, e l’inizio del futuro Museo Egizio di Firenze.