Le “murrine” archeologiche

Osservando le produzioni artigianali antiche è inevitabile tracciare un parellelo con le tecniche, spesso molto diverse, utilizzate ai giorni nostri; ancora più inevitabile quando i risultati ottenuti migliaia di anni fa sono così sorprendentemente vicini a prodotti che ancora oggi ammiriamo e acquistiamo, nelle stesse forme e con gli stessi colori. Chi non ha negli occhi il caleidoscopio delle “murrine” veneziane, i ciondoli e le ciotole di vetro millefiori? Gli antenati di questi oggetti, fino a gennaio, si possono ammirare anche nelle vetrine del MAF, alla mostra “Pretiosa vitrea”.

millefiori

Non vengono dalla città lagunare ma dall’Egitto e dal Vicino Oriente, da dove a bordo di navi hanno raggiunto persino le coste etrusche. Si tratta di oggetti realizzati in pasta di vetro, una tecnica di lavorazione che richiede temperature più basse rispetto alla soffiatura, e quindi la prima ad essere sperimentata dagli antichi. Secondo Plinio la fusione della silice, da cui si ricava il vetro, sarebbe stata ottenuta per caso, grazie a un fuoco acceso sulla spiaggia, da mercanti fenici.

doratoI primi unguentari e le prime ciotole in vetro sono realizzate fondendo polvere di vetro o avvolgendo un filamento di vetro morbido posto sopra un nucleo in argilla, che poi veniva eliminato (e ancora visibile all’interno di qualche aryballos). Il vetro a mosaico, o millefiori, veniva realizzato disponendo su un piano rondelle precedentemente preparate dei vari colori, poi riammorbidite e composte in un unico “foglio”, che prima del raffreddamento era adagiato su una forma precostituita.

marmorizzato

Con lo stesso sistema si potevano realizzare anche vetri marmorizzati, ad imitazione dei manufatti realizzati con le pietre dure, o inserire nella lavorazione la foglia d’oro.

cammeo

Una tecnica particolare che si diffonde in età imperiale, e che però presuppone la conoscenza della soffiatura, è quella dei vetri cammeo. Si tratta di vasi “a strati”, di vetro generalmente bianco e blu; lo strato bianco è esterno, ed è quello che viene lavorato fino a che le figure risultano a rilievo sul fondo blu; proprio come accade con i diversi strati delle pietre o conchiglie utilizzate per i cammei. Sulla tecnica permangono ancora incertezze, e si sono ipotizzati procedimenti diversi (che non si escludono a vicenda):

– i vasi potevano essere ottenuti soffiando il vetro blu all’interno di una forma precostituita bianca, in modo che i due strati si attaccassero e componessero un solo vaso;

– la forma soffiata in blu poteva essere tuffata in un crogiolo col vetro bianco, che lo ricoprisse;

– il terzo modo presuppone l’uso di una matrice, con incavate le figure in cui era messa la polvere di vetro bianco, poi scaldata per consolidarla; in questa matrice sarebbe stato pressato il vetro blu. Quest’ultimo procedimento spiegherebbe l’apparente assenza delle tracce di lavorazione che l’intaglio presupporrebbe sulle figure in vetro bianco.

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Pretiosa vitrea: una nuova mostra al MAF

Pretiosa vitrea. L’arte vetraria antica nei musei e nelle collezioni private della Toscana” è il titolo della mostra che sarà visitabile al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dal 17 ottobre 2017 al 29 gennaio 2018.

La mostra, che nel titolo si ispira ad un passo del Satyricon di Petronio, vuole offrire all’attenzione del pubblico una panoramica sul patrimonio vitreo antico conservato nei principali musei archeologici e in alcune importanti collezioni private della Toscana.

Tantissimi i materiali esposti: ben 314 vasi e frammenti in vetro, di cui 12 faraonici, 11 etruschi 73 greci e 218 romani di varia epoca e provenienza. Lungo un percorso che si sviluppa in 13 vetrine, avremo la possibilità di conoscere e apprezzare un patrimonio dell’arte antica ad oggi pressoché ignoto, nonostante l’assoluta eccellenza delle opere in mostra e il fascino delle loro infinite forme, dei colori variegati, del luccichio dei loro riflessi dorati.

Coppa in vetro “millefiori”, I secolo d.C., Firenze, Museo Archeologico Nazionale

In questa “riscoperta” del vetro antico in Toscana, accanto ai reperti conservati nei musei pubblici, un ruolo di primo piano spetta anche a quelli provenienti da raccolte private, come la Collezione del Museo del Vetro e della Bottiglia del Castello Banfi a Montalcino, che, sia per qualità delle opere possedute che per il loro numero, sono da annoverare fra le maggiori nel loro genere a livello internazionale.

L’esposizione prende avvio dall’Egitto faraonico con una selezione di intarsi, collane e unguentari vitrei delle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze – Sezione Egizia, databili dal II millennio a.C. in poi, che consentono di ripercorrere le fasi più antiche della lavorazione di un materiale che non mancò di affascinare ben presto le altre culture del Mediterraneo antico.

Sarà proprio l’Etruria, prima fra le culture dell’Italia antica, a recepire, sin dall’VIII secolo a.C., il fascino di questo materiale nato in Oriente. Fusuerole e fusi in vetro su nucleo friabile, tecnica antichissima, insieme a contenitori per oli profumati, provenienti dalle tombe di Marsiliana, Vetulonia e Tuscania, illustrano la fortuna del vetro nella cultura dei principi etruschi, per i quali divenne prezioso simbolo di appartenenza ad uno status sociale elitario.

Coppa in vetro proveniente dal relitto del Pozzino

La ricchezza dei corredi rinvenuti in Etruria consente di seguire nel dettaglio l’evoluzione delle tecniche di lavorazione del vetro nei secoli successivi. Le importazioni dal Mediterraneo orientale, infatti, sono una presenza costante nei corredi più ricchi del mondo etrusco dal VI sino al III secolo a.C. e grazie ad opere conservate nel Museo Archeologico fiorentino, provenienti dai corredi funerari di alcune località dell’Etruria interna e costiera, la mostra offre una panoramica estremamente variegata delle più preziose produzioni siro-palestinesi dell’epoca, rinvenute anche in numerosi relitti, come quello del Pozzino a Populonia.

Ai nuclei di materiali da Empoli, Luni, Volterra, dalla Siria, da Cipro e dall’Iraq, si aggiungono reperti da contesti come quello delle navi di Pisa, che offrono un colpo d’occhio spettacolare sulle mille varietà dell’arte del vetro nel mondo romano. Vetri soffiati liberamente o a matrice, coppe a reticelli, nastri, millefiori, bicchieri intagliati a favo d’ape e persino un raro esempio di vetro cammeo, come quello da Torrita di Siena, testimonieranno al visitatore – nel modo più eloquente – quella che è stata la stagione più creativa e innovativa dell’arte vetraria del mondo antico.

La crisografia dal Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo (credits: Polo Museale della Toscana)

Il nucleo dei reperti del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, tra i quali molti piccoli e preziosi capolavori appartenevano alle collezioni Mediceo-Lorenesi, costituisce poi lo scheletro di un percorso espositivo incentrato sull’illustrazione dei procedimenti tecnici di realizzazione e sul ruolo di primo piano che il vetro assunse in età romana.

La tarda antichità vide l’affermarsi di tecniche decorative sempre più fastose che affidavano al pregio del materiale utilizzato, come l’oro delle crisografie, o ai procedimenti virtuosistici di esecuzione, come l’incisione, il loro valore pecuniario spesso assai elevato. La crisografia dal Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo è un degno rappresentante della qualità artistica raggiunta in queste produzioni di lusso.

La mostra “Pretiosa vitrea”, prima nel suo genere realizzata in Toscana, si propone come punto di avvio per una più adeguata valorizzazione del patrimonio vetrario antico nel sistema museale della regione.

IMPORTANTE: Dal 1 novembre 2017 fino alla fine della mostra tutti i mercoledì, i sabato, la prima e la terza domenica di ogni mese sono in programma visite guidate gratuite (comprese nel biglietto d’ingresso al museo) alla mostra, a cura di Martina Fusi, Nadia Cipolli e Benedetta Ficcadenti, collaboratrici alla realizzazione della mostra e del catalogo. Le visite si svolgono alle 10.00, alle 11.00 e alle 12.00. Non è necessaria la prenotazione.

“La fragilità del segno”: una mostra dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria al MAF

Dal 23 settembre al 26 novembre 2017 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita al II piano la mostra “La fragilità del segno. Arte rupestre dell’Africa nell’archivio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria”.

La mostra, a cura di Anna Revedin, Luca Bachechi, Andrea De Pascale, Silvia Florindi, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze – Polo Museale della Toscana, intende promuovere la vasta e preziosa documentazione scientifica posseduta dall’Istituto relativa alle missioni in Africa e agli studi di Paolo Graziosi, il principale studioso italiano di arte preistorica e fondatore dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.

incisione rupestre – archivio fotografico Graziosi

L’attuale quadro geo-politico interroga prepotentemente le Istituzioni e le persone su quale possa essere il futuro delle più antiche e significative testimonianze del passato nelle zone colpite e martoriate da guerre e ideologie distruttive e su come preservarne la memoria e risvegliare l’attenzione e l’interesse di un più vasto pubblico su questo inestimabile ma fragile Patrimonio dell’Umanità.

Obiettivo della mostra è quindi far conoscere al pubblico, attraverso i documenti dell’archivio fotografico Graziosi, alcune delle più antiche e straordinarie attestazioni artistiche dell’umanità, situate in luoghi attualmente inaccessibili a causa di conflitti interni e internazionali.
In mostra saranno visibili immagini e filmati realizzati fra gli anni ’30 e gli anni ‘60 nelle missioni di studio di Graziosi sull’arte rupestre africana, e in particolare le riproduzioni delle grandi incisioni preistoriche della Libia, attualmente inaccessibili perché in zone di guerra, creando un contesto di grande impatto emotivo.

Oltre alle sezioni dedicate alle ricerche Graziosi è prevista una sezione dedicata al tema “Heritage in danger” in quanto “I siti rupestri di Tadrart Acacus”, sito Patrimonio Mondiale UNESCO dal 1985, è stato inserito nel luglio 2016 nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo.
Il percorso espositivo si svilupperà secondo il progetto di Vincenzo Capalbo in un percorso immersivo attraverso tre sezioni: una prima sezione introduttiva sul Patrimonio artistico e documentario in pericolo e sulla figura di Paolo Graziosi; una seconda sezione, dedicata alle ricerche di Graziosi (oggi continuate da Luca Bachechi) nell’attuale Etiopia; una terza sezione dedicata ad immagini e filmati sull’arte rupestre e sulle ricerche etnografiche di Graziosi in Libia.

Dall’Archivio Fotografico Graziosi

L’inaugurazione sarà sabato 23 settembre alle ore 11,00. Per l’occasione verrà realizzata da Virgilio Sieni una coreografia sul tema della fragilità. La mostra sarà poi visitabile tutti i giorni secondo l’orario di apertura del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, compresa nel biglietto di ingresso.

Il Catalogo, a cura di A. De Pascale e L. Bachechi, sarà di circa 170 pagine, la metà delle quali dedicate a immagini tratte dall’archivio Graziosi. Conterrà una serie di brevi saggi introduttivi di inquadramento scritti dai maggiori studiosi del settore, ma con taglio divulgativo, adatti ad un pubblico non specialista. IIPP, Firenze, settembre 2017.

La mostra fa parte del progetto IIPP “Archeologia nel deserto” in corso di realizzazione con il contributo del MIUR (L.6/2000) e della Fondazione CRF sull’archivio fotografico di Paolo Graziosi, di proprietà dell’Istituto.

L’Archivio Fotografico IIPP è stato dichiarato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana di interesse storico particolarmente importante ai sensi del DL 42/2004, con decreto n.608/2012. Proviene dal lascito di Paolo Graziosi: comprende 10338 immagini digitalizzate (diapositive, negativi e positivi fotografici) e alcune decine di filmati (16 mm sia in b/n che a colori) riguardanti lo studio della preistoria e della protostoria, e gli avvenimenti ad esso collegati (ricerche, scavi, convegni) svoltisi durante il XX secolo; i documenti più antichi risalgono alla fine degli anni venti del secolo scorso. Si tratta di uno dei fondi di documentazione visiva scientifica più importanti del settore in Italia e di fondamentale importanza per gli studi sulla Preistoria europea e africana.

I pozzi delle meraviglie

Il 9 giugno è stata inaugurata presso il MAF, nel salone del Nicchio, la mostra “Wells of wonders – I pozzi delle meraviglie“, dedicata all’illustrazione dei risultati dello scavo di due pozzi presso Cetamura, nel comune di Gaiole in Chianti.
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La mostra nasce dalla collaborazione tra il Polo Museale della Toscana, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (province di Siena e Grosseto), la Florida State University, concessionaria dello scavo da quasi mezzo secolo, e l’istituto SACI, i cui studenti dal 2010 si sono occupati del restauro dei materiali.
Nella mostra è illustrata la lunga (o meglio, alta!) stratigrafia che lo scavo dei due pozzi dell’insediamento ha riportato alla luce attraverso i materiali recuperati, che vanno dall’epoca etrusca a quella tardo imperiale romana; un concentrato della storia di questo piccolo abitato etrusco scoperto negli anni Sessanta.
Una storia non eclatante, ma specchio fedele della normale vita di tutti i giorni: lo scavo ha restituito vetri, lucerne, ceramica sigillata e ben dieci situle (secchielli) di bronzo, oltre a ossa animali e manufatti in corno e osso.
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Due delle situle di bronzo di età imperiale

Per la maggior parte non si tratta dei reperti integri, preziosi e immediatamente comprensibili che talvolta emergono dagli scavi di necropoli, ma dei frammenti e degli scarti che le normali attività del villaggio hanno accumulato in un ampio lasso di tempo: ci sono, sì, il cucchiaino d’argento e la gemma, caduti nel pozzo certamente per errore, ma anche i cocci di vasi rotti di cui qualcuno si è voluto disfare, che raccontano quali oggetti fossero comunemente in uso nelle diverse epoche.
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In basso a sinistra, la gemma incisa

I reperti dei pozzi lasciano intuire anche che a Cetamura nei decenni finali del I sec. a.C. si stabilì probabilmente un veterano di Augusto, per trascorrervi l’ultima parte della sua vita, oramai tranquilla e lontana dai campi di battaglia; un vasetto pieno di monete d’argento potrebbe infatti essere il compenso di un soldato di Ottaviano che prese parte alla battaglia di Azio e fu poi congedato con la paga in denaro e l’assegnazione di un lotto di terreno in campagna. Tra le monete ci sono anche i denarii d’argento emessi da Antonio per pagare la flotta che combatté dalla sua parte, e che sono da interpretare come parte del bottino di guerra.
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Il vasetto con il suo contenuto di monete d’argento

Uno dei manufatti più pregiati è un bronzetto votivo che riproduce un piccolo toro (immortalato anche sulla locandina), che sembra indicare che ai pozzi fosse riconosciuta anche una funzione sacra.
Entrambi i pozzi sembrano essere stati creati attorno al 300 a.C.; il pozzo 1 è scavato nell’arenaria, mentre il pozzo 2 presenta le pareti rivestite di pietre e argilla, che consentivano una maggiore depurazione dell’acqua, che poteva quindi essere usata anche per scopi alimentari.
Oltre ai reperti metallici e ceramici, nella mostra sono inclusi anche i reperti organici rinvenuti nei pozzi, tra cui pezzi di legno e semi, che consentono di ricostruire l’ambiente naturale dell’epoca. Particolarmente significativi sono i semi degli acini d’uva (vinaccioli) che immediatamente rimandano alla tradizione della coltivazione della vite: un aspetto affascinante per la continuità che il vino costituisce, dall’antichità ad oggi, per il territorio del Chianti.
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Semi raccolti nello scavo. I vinaccioli sono indicati dalla lettera d

La mostra, corredata di video e immagini relativi ai momenti dello scavo e del restauro, strizza l’occhio anche alla tecnologia. Alcuni manufatti, disponibili per una esplorazione tattile, sono infatti stati ricostruiti con la stampa 3D e in polistirolo grazie ad una scansione tridimensionale, come il grande orcio che accoglie i visitatori all’ingresso, rinvenuto in frammenti di cui soltanto uno è esposto nella vetrina.
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PLEASE DO TOUCH! Il grande orcio, ricostruito in polistirolo, invita i visitatori all’azione più temuta nei musei!

Il catalogo della mostra in versione integrale è disponibile in inglese.

Winckelmann, Firenze e gli Etruschi

La mostra in corso al MAF, “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell’archeologia in Toscana” si presenta come l’esordio delle celebrazioni europee per il giubileo Winckelmaniano.
2016-05-30 16.18.07Nel 2017 ricorrerà infatti il trecentesimo anniversario della nascita, mentre nel 2018 il duecentocinquantesimo della morte; oltre alla mostra, sempre nell’ambito delle celebrazioni, a Firenze si terrà anche un convegno dedicato al tema, che avrà luogo nel gennaio 2017.
Tra 1758 e 1759 Winckelmann soggiornò alcuni anni nel capoluogo toscano, per studiare le gemme di produzione etrusca ed approfondire la sua conoscenza dell’antico in Italia, dedicando anche un capitolo della sua opera principale (la Storia delle arti e del disegno presso gli antichi) proprio agli Etruschi.

Lo studio del pittore A. Zoffany

Lo studio del pittore A. Zoffany

La mostra, articolata in tre parti, si approccia al tema da diverse angolazioni. La prima sezione è mirata ad inquadrare l’ambiente culturale fiorentino negli anni del soggiorno dello studioso tedesco, il mondo del collezionismo e degli studi sull’antichità, documentati dall’esposizione di dipinti e volumi dell’epoca come da realia, reperti etruschi già facenti parte delle collezioni medicee o comunque noti all’epoca.

Stele di Larth Ninie, nota dal XVI sec. e collocata nel cortile di Casa Buonarroti

Stele di Larth Ninie, nota dal XVI sec. e collocata nel cortile di Casa Buonarroti

La seconda sezione approfondisce più da vicino la figura di J.J. Winckelmann, entrando nello specifico dei suoi interessi e dei suoi studi fiorentini, in particolare la catalogazione della collezione di gemme del barone von Stosch, di cui sono esposti i calchi.

Le gemme della collezione von Stosch (calchi)

Le gemme della collezione von Stosch (calchi)

Chiude la mostra la sezione dedicata all’eredità culturale lasciata da Winckelmann e, più in generale, allo stile neoclassico che nel periodo della Restaurazione investì anche il Granducato. In una delle ultime vetrine è esposto anche il famoso taccuino di appunti dello studioso risalente al periodo trascorso a Firenze; il cosiddetto “Manoscritto fiorentino” su carta pergamena che comprende anche alcune pagine di schizzi sulle proporzioni del corpo umano.

Il taccuino di appunti di Winckelmann

Il taccuino di appunti di Winckelmann

Una curiosità in questa sezione sono anche le porcellane policrome di manifattura napoletana che riproducono lo stile della ceramica antica a figure rosse, che venivano chiamate appunto “all’etrusca”.

20160530_160606Ad introdurre i visitatori all’ingresso della mostra, con il suo nobile gesto, è il ben noto Arringatore, che, dopo il tour statunitense della mostra Power and Pathos, ha ritrovato proprio nel Salone del Nicchio la sua collocazione all’interno del Museo.

Schedati nel catalogo ma non presenti in mostra sono anche la Chimera e l’Idolino, che hanno mantenuto la loro consueta collocazione nelle sale del museo: un motivo in più, una volta terminata la mostra, per proseguire la visita fino al primo e al secondo piano!

La mostra è aperta, secondo l’orario del museo, da martedì a venerdì dalle 8.30 alle 19.00 (ultimo ingresso 18.15) e da sabato a lunedì dalle 8.30 alle 14 (ultimo ingresso 13.15).

Il “padre dell’archeologia” torna a Firenze

Un personaggio insolito e stravagante, questo bibliotecario tedesco del Settecento che si faceva ritrarre col turbante: nonostante le modeste origini (era figlio di un calzolaio), John Johachim Winckelmann ebbe modo di studiare e formarsi nel campo della storia dell’arte; pubblicò, pochi anni prima di morire, la “Storia delle arti del disegno presso gli antichi” e a lui dobbiamo il merito di aver fatto uscire l’archeologia da quel complesso indistinto di informazioni e nozioni sugli usi e tradizioni degli antichi (l’antiquaria, appunto) che dall’Umanesimo in poi aveva costituito l’unico modo di approcciarsi al passato.

Winckelmann in un ritratto del 1768

Winckelmann in un ritratto del 1768

Per primo Winckelmann esaminò l’arte della Grecia antica con una impostazione storica, tracciando una evoluzione degli stili secondo una parabola: dallo stile antico, al sublime, al bello, allo stile della decadenza. Egli inoltre pensò di mettere in relazione le opere antiche con le notizie delle fonti storiche, che gli permisero di impostare una impalcatura cronologica in cui collocare le opere da attribuire ai diversi artisti.

Il frontespizio della prima edizione dell'opera di Winckelmann

Il frontespizio della prima edizione dell’opera di Winckelmann

Dal 1758 al 1759 Winckelmann visse a Firenze, dove sperava avrebbe perfezionato la sua conoscenza del mondo etrusco e completato la sua opera. L’ambiente intellettuale fiorentino non si dimostrò tuttavia molto aperto nei confronti di questo personaggio eccezionale e non gli fu facile visitare i musei della città, né tantomeno giunse a quelli di Cortona o Volterra; la sua conoscenza dell’arte etrusca, cui è dedicato il terzo capitolo della “Storia delle arti”, pertanto, non fu approfondita. Nell’interpretazione di Winckelmann l’arte degli Etruschi non era comunque al livello di quella greca: non avrebbe raggiunto, infatti, il medesimo livello di “buon gusto” a causa dell’inclinazione innata della nazione alle passioni!

L'Arringatore, opera etrusca nota anche a Winckelmann

L’Arringatore, opera etrusca nota anche a Winckelmann

Winckelmann morì nel 1768, durante un viaggio di ritorno da Vienna a Roma, ucciso a tradimento in un albergo di Trieste. Motivo dell’uccisione furono forse le ricchezze ricevute in dono alla corte imperiale, o forse motivi politici.

Oggi il pregiudizio neoclassico all’ombra del quale Winkelmann operava è ampiamente superato: sappiamo che le statue nell’antichità erano colorate, e non candide come il marmo di cui sono fatte; sappiamo che lo stile si evolve ma non “decade”; distinguiamo le copie dagli originali e siamo in grado di attribuirle ai loro autori. Resta comunque allo studioso il grande merito di aver per primo storicizzato l’arte antica, ponendo le basi per lo sviluppo dell’archeologia come oggi la intendiamo.

L’Europa celebrerà, a partire dal prossimo anno e per tutto il 2018, il trecentenario della nascita di Winkelmann e i trecentocinquanta anni dalla sua morte, con una serie di eventi e mostre a tema. Il MAF aprirà, già dal prossimo 26 maggio, le celebrazioni con una mostra a lui dedicata, di cui presto vi faremo conoscere i dettagli, che resterà allestita fino al 2017.

 

Chiude la mostra “Il mondo che non c’era”

Si è conclusa il 6 marzo la mostra “Il mondo che non c’era” dedicata alle civiltà precolombiane nella collezione della Fondazione Ligabue. Ancora per qualche giorno le operazioni di smontaggio della mostra faranno sì che il percorso di accesso alle collezioni del museo da parte dei visitatori, dopo la biglietteria, obblighi a passare dal Giardino. Se questo da un lato può creare disagio, del quale ci scusiamo, siamo sicuri che apprezzerete però il giardino in fiore, con le sue camelie bianche e rosa e le magnolie al massimo del loro splendore.

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Il Giardino fiorito

La mostra “Il mondo che non c’era” ha fatto registrare nel corso della sua durata, da settembre 2015 al 6 marzo scorso, più di 31 mila visitatori. Un numero molto elevato, sul quale sicuramente ha influito l’interesse per un tema inconsueto per un museo archeologico italiano, ma che sicuramente suscita da sempre una grande curiosità: il cosiddetto Nuovo Mondo e le sue civiltà, così lontane dalla nostra cultura, esercitano su di noi un fascino molto particolare; ecco che la mostra “Il mondo che non c’era” ci ha avvicinato a culture e espressioni artistiche tanto lontane da noi, eppure capaci di suscitare ugualmente la nostra meraviglia e il nostro interesse.

Maschera in onice verde, Messico, cultura Teotihuacan, Collezione Medicea, ora Museo degli Argenti

Maschera in onice verde, Messico, cultura Teotihuacan, Collezione Medicea, ora Museo degli Argenti

Un aspetto della mostra che va sottolineato è stato di aver reso evidente il legame tra il Mondo che non c’era e la città di Firenze: e senza soffermarci sul fatto che fu un fiorentino, Amerigo Vespucci, a fugare ogni dubbio sul fatto che le Indie fossero un nuovo continente e che da lui derivi il nome America, ricordiamo qui che alcuni dei reperti esposti, come la maschera di onice della cultura Teotihuacan, fanno parte della collezione medicea, collezione (oggi divisa tra il Museo degli Argenti e il Museo di Antropologia di Firenze) che si formò a seguito di una spedizione voluta da Ferdinando I de’Medici, convinto della necessità per Firenze di avere anch’essa un emporio in America del Sud (l’abbiamo raccontata qui). La sua idea non ebbe seguito dopo la sua morte, ma grazie ad essa Firenze poté stringere un legame ancora più forte con il Nuovo Mondo.

Maschera d'oro della cultura Lambayeque, Perù, scelta come immagine-simbolo della mostra

Maschera d’oro della cultura Lambayeque, Perù, scelta come immagine-simbolo della mostra

La mostra, che è nata grazie ad un’idea e ad un accordo con la Fondazione Ligabue di Venezia, e che ha esposto per la maggior parte (eccetto gli oggetti “fiorentini” e alcuni provenienti dal Musée du Quay Brainly di Parigi) materiali appartenenti alla collezione della Fondazione Ligabue, che ha condotto e conduce ricerche antropologiche e archeologiche nell’America del Sud, ha dunque avuto il merito di avvicinarci a materiali, culture, civiltà, tanto distanti da noi: il Mondo che non c’era ci è apparso in tutta la sua ricchezza e varietà.

Firenze, Museo Archeologico Nazionale: in mostra “Il mondo che non c’era”

Dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita la mostra “Il mondo che non c’era“, dedicata alle civiltà precolombiane, totalmente sconosciute al mondo occidentale prima del viaggio di Cristoforo Colombo. Un corpus di capolavori mai visti prima d’ora, eredità della Collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali accompagneranno il visitatore in un viaggio di scoperta delle civiltà precolombiane.

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Perchè una mostra di arte precolombiana a Firenze, e proprio al Museo Archeologico? Sebbene, a differenza di altre importanti città europee, la nostra città non sia mai stata capitale di vasti imperi coloniali, l’interesse collezionistico dei Medici, cui ancora oggi si devono i nuclei fondamentali di tutte le principali collezioni museali, ha fatto sì che già a partire dal Cinquecento si raccogliessero qui tanti reperti di interesse etnografico provenienti anche dalle Americhe. A differenza di quanto poteva accadere in altre città, centro naturale di arrivo e smistamento di questi materiali, a Firenze i Medici mandavano appositamente a cercare questi tesori. E proprio tra la collezione glittica del Museo Archeologico è approdata una mascherina di giada riconosciuta come atzeca, mentre al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti appartiene una maschera di onice verde della cultura Teotihuacan: entrambe sono oggi ammirabili nella mostra in mezzo a tantissimi altri oggetti, in totale più di 120.

Maschera in onice verde, cultura Teotihuacàn, Messico, Museo deegli Argenti

Maschera in onice verde, cultura Teotihuacàn, Messico, Museo deegli Argenti

In mostra una serie di opere d’arte espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e delle Ande (Panama, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina): dagli Olmechi ai Maya, agli Aztechi; dalla cultura Chavin, a quelle Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

sculture in terracotta dipinta provenienti dall'Ecuador, cultura Jama-coaque

sculture in terracotta dipinta provenienti dall’Ecuador, cultura Jama-coaque

Promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana-Museo Archeologico Nazionale di Firenze, prodotta con atto di mecenatismo da Ligabue Spa, la mostra presenta pezzi eccezionali e unici appartenuti proprio alle collezioni medicee, così come opere preziose del Musée du Quai Branly di Parigi e di prestigiose collezioni internazionali. Ma il nucleo centrale sarà costituito da una vasta selezione di opere delle antiche culture americane – mai esposte fino ad oggi – appartenenti alla Collezione Ligabue.

A pochi mesi dalla sua scomparsa – avvenuta lo scorso gennaio a 83 anni – questa mostra vuole essere anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue da parte del figlio Inti, che continua l’impegno nella ricerca culturale e scientifica e nella divulgazione, attraverso il Centro Studi fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo: paleontologo veneziano, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. Oltre ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

Vaso a forma di felino, cultura Lambayeque, Perù

Vaso a forma di felino, cultura Lambayeque, Perù

Una parte di questa collezione sarà il cuore della mostra, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Quai Branly e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig) specialista delle arti preispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. Un’esposizione straordinaria che consentirà di scoprire le società, i miti, le divinità, i giochi, le scritture, le capacità tecniche e artistiche di quei popoli.

Sarà eccezionale, tra le altre, la presenza di diverse maschere in pietra di Teotihuacan, la più grande città della Mesoamerica, anzi il primo vero centro urbano del Messico centrale, e di un nucleo preziosissimo di vasi Maya d’epoca classica, preziosissime fonti d’informazione – con le loro decorazioni e iscrizioni – sulla civiltà e sulla scrittura Maya, e ancora le figurine antropomorfe in ceramica cava prodotte dalla cultura Olmeca, che nel tempo hanno ispirato pittori del calibro di Diego Rivera e Frida Kahlo.

Grande urna con coperchio in ceramica policroma, cultura Maya, Messico

Grande urna con coperchio in ceramica policroma, cultura Maya, Messico

La mostra “Il mondo che non c’era” regala al pubblico un’esperienza diversa, solitamente destinata ai musei etnografici. E non c’è dubbio che gli oggetti coinvolti non abbiano avuto un valore etnografico ai tempi della scoperta dell’America e dei Conquistadores spagnoli, che li portarono in Europa, dove furono accolti con lo stupore e la meraviglia che solleva tutto ciò che è nuovo ed esotico. Tuttavia si tratta di testimonianze di culture scomparse: quella Nazca e Moche, in Perù, oppure quella Olmeca in Messico, già prima di Cristo, mentre quelle Maya, Atzeca e Inca proprio con l’arrivo, violento e sanguinoso, degli Spagnoli, che non si fecero scrupoli – e forse neanche se ne resero conto – nel cancellare dalle loro terre intere culture. Solo le ricerche archeologiche che oggi si conducono in Mesoamerica e Sudamerica – tra le quali si inseriscono anche le spedizioni del Centro Studi Ligabue – ci consentono di scoprire qualcosa in più su queste antiche civiltà, altrimenti note solo attraverso gli oggetti importati e le testimonianze scritte dei viaggiatori dell’epoca.

 

Piccoli Grandi Bronzi. Capolavori greci, etruschi e romani in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Inaugura il 20 marzo al Museo Archeologico Nazionale di Firenze la mostra “Piccoli Grandi Bronzi. Capolavori greci, etruschi e romani delle collezioni mediceo-lorenesi”. La mostra, che sarà aperta fino al 21 giugno 2015, e che sarà ospitata nel Salone del Nicchio del Museo, è a cura di Andrea Pessina, Mario Iozzo, Giuseppina Carlotta Cianferoni ed è realizzata in collaborazione e in concomitanza con la mostra Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico a Palazzo Strozzi.

piccoli grandi bronzi La mostra Piccoli Grandi Bronzi proporrà al pubblico parte della straordinaria collezione di statuette bronzee raccolte nel corso di circa tre secoli dalle dinastie medicea e lorenese e oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Attraverso oltre 170 reperti, di dimensioni comprese tra 10 e 60 cm, molti dei quali di straordinaria qualità e non di rado anche di profondo significato storico, il visitatore verrà condotto in un percorso artistico, mitologico e iconografico. L’esposizione metterà anche in luce come le dinastie Medici e Lorena raccolsero queste opere preziosissime, consentendo di ripercorrere la storia del collezionismo e del gusto dal Quattrocento al Settecento.

L’arco cronologico delle statuette si ricollega alla mostra Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico (Firenze, Palazzo Strozzi, 14 marzo – 21 giugno 2015): tutte le opere esposte sono di età ellenistica e romana (incluse alcune etrusche del periodo della romanizzazione dell’Etruria); una parte ripete tipi di età classica testimoniando – proprio come avviene nella mostra di Palazzo Strozzi – il proseguimento della tradizione più antica nelle forme espressive dell’ellenismo, un fenomeno che investì in pieno sia il mondo etrusco e italico che quello romano.

"Incognita negra" è una creazione cinquecentesca che combina una brocca miniaturistica a testa di negretta di età ellenistica con parti moderne.

“Incognita negra” è una creazione cinquecentesca che combina una brocca miniaturistica a testa di negretta di età ellenistica con parti moderne.

L’esposizione prevede tre sezioni principali (il Collezionismo, fino all’acquisizione delle opere nel Museo Archeologico; la Varietà tematica, con spaccati sull’uso, la funzione e i Contesti dei bronzetti) e si articolerà secondo vari temi iconografici, quali “Zeus, ovvero il fulmine, lo scettro e l’aquila”, “Afrodite ed Eros: Amor…ch’è palpito dell’universo intero”, “Mercurio, o l’astuto gioco dell’inganno”, “Dioniso, un dio venuto dall’Oriente”, “Il sonno e la morte”, “Diana: la fatale magia dei boschi”, “Poseidone, il dio dei flutti”, “Apollo, il dono luminoso della sapienza”,“La Vittoria e il Destino di uomini e città”, “Nel segno della speranza: salute e medicina”, “Cavalli e cavalieri, dal campo di battaglia alla dignità regale”. Attraverso questo percorso tematico, che raggruppa i bronzetti secondo un preciso contesto narrativo, saranno illustrate le riproduzioni in miniatura di Divinità ed Eroi (Venere, Bacco con il suo repertorio di Satiri e Menadi che lo accompagnavano e di animali a lui sacri, Mercurio, Diana, Giove, Minerva, Apollo, la misteriosa Ecate o l’emblematico Hypnos, il dio del sonno, la Vittoria e la Fortuna, così come Ercole, le Amazzoni e le Nereidi); Figure umane (sovrani come Alessandro Magno, Arsinoe d’Egitto, Demetrio Poliorcete, che si fecero raffigurare come dei o vi si identificarono); Atleti e cavalieri (che non di rado furono elevati a livello divino); Attori, teatranti e figure grottesche, che di quel mondo divino si beffavano per intrattenere i loro spettatori e le corti che li ospitavano (analogamente a quanto avveniva presso i Medici e i Lorena).

Copia in miniatura di epoca romana (II sec. d.C.) di un originale greco attribuito a Policleto (V sec. a.C.), che con questa figura vinse un celebre concorso per il grande santuario di Artemide, a Efeso

Copia in miniatura di epoca romana (II sec. d.C.) di un originale greco attribuito a Policleto (V sec. a.C.), che con questa figura vinse un celebre concorso per il grande santuario di Artemide, a Efeso

Parallelamente saranno sviluppati alcuni temi per chiarire al visitatore l’uso e la funzione dei bronzetti (che potevano essere votivi, funerari, arredi di ambienti con destinazione specifica come lupanari, larari, triclini o giardini); il loro rapporto con la grande scultura, che riecheggiano o di cui sono copia fedele, benché miniaturizzata, per cui spesso i bronzetti costituiscono un prezioso contributo alla ricostruzione di originali perduti; l’importanza che ebbero nella diffusione di culti religiosi, di specifiche iconografie e di stili e persino come propaganda politica; l’interpretazione che delle figurine davano i Medici e i Lorena e gli artisti che presso la loro corte li restauravano (saranno esposte gemme e statuette antiche integrate e completate in oro da Benvenuto Cellini, la cui casa-laboratorio era proprio accanto all’odierno Museo Archeologico); i criteri di selezione in base ai quali i Signori di Firenze collezionarono le pregevoli statuette, che raccolsero a centinaia, e le particolari valenze socio-culturali e soprattutto politiche e autorappresentative di cui caricarono alcune figure del mito. In divinità come Venere e soprattutto Ercole, infatti, alcuni membri delle due famiglie si identificarono o videro modelli da imitare e da proporre ai loro sudditi, motivazioni che giustificano la scelta delle decine di raffigurazioni proprio di queste due divinità.

Il punto di vista iconografico costituirà il fil rouge dei vari settori della mostra e ad alcune raffigurazioni saranno affiancate raffinate gemme, cammei, avori e rarissime monete (come quella, rarissima – e praticamente unica per il suo perfetto stato di conservazione – che raffigura la statua di Zeus a Olimpia, una delle sette meraviglie del mondo, opera di Fidia) restituiscono in altri materiali, ben più preziosi e cromaticamente più efficaci, l’immagine che gli antichi si creavano dei loro dei antropomorfi.

statuetta in bronzo di età augustea che copia un originale greco di Fidia o Mirone, la Maestà di Giove.

statuetta in bronzo di età augustea che copia un originale greco di Fidia o Mirone, la Maestà di Giove.

Great Small Bronzes. Greek, Etruscan and Roman Masterpieces sets out to offer visitors an overview of the outstanding collection of bronze statuettes put together by the Houses of Medici and Lorraine in the course of some three centuries and now in the Museo Archeologico Nazionale di Firenze. The exhibition will be showcasing 171 works in a fascinating exploration of art, mythology and iconography illustrated by the reproductions in miniature of Gods and Heroes (including Venus, Bacchus, Mercury, Diana, Jupiter, Minerva, Apollo, the mysterious Hecate and the emblematic Hypnos); Human Figures (such rulers as Alexander the Great, Arsinoë of Egypt and Demetrios Poliorketes, who had themselves portrayed as gods or even identified with them); Athletes and Horsemen (who were not uncommonly ranked with the gods); and Actors, Players and Grotesque Figures, who regularly mocked the world of the supernatural to entertain their audiences or the courts whose guests they were.

The statuettes on display are connected, in terms of their chronology, with Palazzo Strozzi’s exhibition on Power and Pathos. Bronze Sculpture of the Hellenistic World (Palazzo Strozzi, Florence, 14 March – 21 June 2015) because all of the exhibits are from the Hellenistic and Roman eras (including a number of Etruscan finds from the time of Etruria’s “Romanisation”). Some of the statuettes mirror the style of the Classical age, testifying here – as indeed they do in the exhibition at Palazzo Strozzi – to the continuation of the older tradition in the expressive mode typical of Hellenism, a phenomenon which spread throughout both the Etruscan and Italic and the Roman worlds.

The exhibition will also be looking at such themes as the use and function of small bronze statuettes (which could be designed for devotional use, for funerary purposes or as decorative items); their relationship with large sculpture (which they either echoed or of which they were faithful if smaller copies, thus making them a valuable source for the reconstruction of lost originals); and the important role that they played in the spread of religious worship, of specific iconographies and styles (whether established or innovative), and even their use for political propaganda.

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: in mostra l’antico popolo dei Falisci

Inaugura domani, 7 novembre 2014 alle ore 17 presso il Salone del Nicchio del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la mostra “Falisci – il popolo delle colline”.

Ma chi furono i Falisci?

Nella carta dell’Italia preromana, ecco dove si collocava la popolazione dei Falisci

Tra le popolazioni dell’Italia antica, alcuni gruppi etnici “minori” che hanno sempre suscitato un particolare interesse tra gli studiosi, per contro, sono rimasti pressoché ignoti al grande pubblico. Tra questi, i Falisci, una popolazione schiacciata tra i tre grandi gruppi etnici dell’Italia centrale, Etruschi, Latini, Sabini, nota dalle fonti antiche per la strenua e suicida resistenza alla romanizzazione, ma che tutto sommato è marginale nel quadro delle popolazioni pre-romane. La ricchissima documentazione disponibile, però, mostra come questo popolo, proprio per la sua posizione “di confine” servì da catalizzatore culturale, da melting pot centro-italico, sia nella storia antica che nelle ricerche moderne. Geograficamente i Falisci si collocavano nel punto di convergenza delle principali direttrici commerciali dell’Italia centrale preromana. Questo conformò la natura commerciale dei luoghi e diede la luce ad una cultura originale, dagli esiti propri, dal gusto “sovraccarico”, che riassumeva e faceva propri gli stimoli provenienti dai popoli vicini in un prodotto “multietnico”.

In età moderna l’interesse degli antiquari, le prime ricerche “sperimentali” della Carta Archeologica d’Italia, l’opera dei funzionari del Ministero, permisero la raccolta di un’impressionante mole di dati, che fecero di questa zona una delle meglio conosciute e pubblicate del mondo. Da qui la “fortuna” dei Falisci, e però la conseguente dispersione di materiali provenienti dalla media valle tiberina che presero il volo verso i principali musei e collezioni europei dell’epoca.

I materiali falisci si ritrovarono in Italia, invece, al centro di una contesa, un vera e propria “guerra dei Musei” che vide contrapposti, alla fine dell’ottocento, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e il Museo Centrale dell’Etruria di Firenze, che volevano accaparrarsi i materiali a colpi di offerte agli antiquari e di interpellanze parlamentari.

Nonostante la fortuna negli studi e nelle ricerche, i Falisci non sono molto noti al pubblico al di fuori del loro territorio nel Centro Italia. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze da oggi colma questa lacuna, esponendo la ricca collezione di materiali che, coinvolti pesantemente nell’alluvione del 1966, attendevano ancora uno studio complessivo. È stato quindi avviato un progetto di risistemazione e di riedizione complessiva dei più di 800 reperti del Museo fiorentino, ricostituendone i contesti, tramite un effettivo riscontro dei dati di acquisizione.

locandina falisci

La mostra sottolinea l’elevato interesse antiquario oltre che archeologico della documentazione dell’Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, e vede la collaborazione dell’Università degli Studi di Siena e del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze. La realizzazione dell’esposizione è stata resa possibile dal supporto finanziario privato del Trust Sostratos.