Le mummie animali del MAF

Tra le recenti acquisizioni del Manf, presentate al pubblico in occasione della mostra L’Arte di donare. Nuove acquisizioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, figurano due mummie di canidi che vengono ad arricchire il già consistente gruppo di mummie animali in possesso del museo, costituito da ben 65 esemplari.

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Mummie di canidi esposte alla mostra

Le due mummie, assegnate al Museo nel 2013 dal Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, risultato di una indagine sulla liceità del possesso, sono provenienti da un lascito ereditario e pertanto non è possibile identificarne il luogo d’origine in Egitto né fissarne precisamente la cronologia, sebbene, come vedremo, l’uso di imbalsamare animali, presente solo in Epoca Tarda, possa favorire una datazione a questo periodo.

Ma perché gli Egizi praticavano la mummificazione, e perché mummificavano anche i loro animali?

La mummificazione, venne adottata dagli Egizi quale sistema ordinario di sepoltura al fine di consentire la sopravvivenza dei corpi nell’aldilà. Essi infatti credevano che la conservazione del corpo avrebbe assicurato al Ka – l’anima o l’essenza spirituale del defunto- di utilizzarlo quale veicolo in cui incarnarsi. La mummia quindi, così come la statua, non era un semplice tributo alla memoria, ma la sua funzione precipua era quella di servire da base per un’altra vita, quella del Ka, che in essa si incarnava. Senza alcun supporto fisico infatti, l’anima- sotto aspetto di Ka, Ba (la “manifestazione animata del defunto”) o Ash (il generico principio di immortalità) – non potendosi incarnare, si sarebbe perduta in una eternità di supplizi.

La conservazione del corpo materiale era di primaria importanza, e ciò spinse gli Egizi a sviluppare raffinate tecniche di conservazione dei corpi.

I materiali e le tecniche utilizzate, pur variando nel tempo, rimasero costanti nei principi base che prevedevano l’eviscerazione del cadavere (lavato con vino di palma e asciugato con panni di lino) e la sua essiccazione mediante immersione in un composto di sali (natron), per consentire la disidratazione dei tessuti grassi e con funzione battericida, per una durata tradizionalmente fissata sui 40 giorni. Seguiva una fase di circa 30 giorni in cui, raggiunta la completa disidratazione, il corpo veniva ricoperto di resine e di oli sacri, incensato ed infine avvolto in bende di lino secondo un procedimento altamente complesso. La mummia veniva poi deposta nel sarcofago e collocata nella tomba, ove erano deposti gli oggetti indispensabili alla vita quotidiana e dipinte scene della vita di tutti i giorni, in maniera da garantire una inesauribile fonte di approvvigionamento al defunto nel caso malaugurato in cui le offerte, che i vivi erano tenuti a recare ai morti, fossero state interrotte per un qualunque motivo.

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Mummia di gazzella (fonte)

Non erano però solamente gli umani ad essere sottoposti a questo procedimento: i musei di varie città del mondo sono pieni di mummie delle specie più diverse, compresi bovini, babbuini, arieti, leoni, gatti, cani, iene, pesci, pipistrelli, gufi, gazzelle, capre, coccodrilli, toporagni, coleotteri scarabei, ibis, falchi, serpenti, lucertole e molti tipi di uccelli: è perciò probabile che gli Egizi credessero che anche gli animali, come gli umani, possedevano un Ka, e forse anche un Ba e un Akh. Il procedimento era simile a quello seguito per gli esseri umani: eviscerazione, essiccamento sotto natron, lavaggio, accurata fasciatura e deposizione nel sarcofago. Le indagini archeologiche hanno riportato alla luce interi cimiteri riservati agli animali, come la necropoli di Saqqara, dove sono state identificate, all’interno di una catacomba particolarmente estesa, ben otto milioni di mummie di cani, o quella di Tuna el-Gebel, che ha restituito circa quattro milioni di mummie di ibis. Le mummie animali giunte fino a noi possono essere suddivise in diverse tipologie.  Un gruppo importante è costituito dagli animali domestici, cani, gatti ma anche manguste, scimmie, gazzelle e uccelli. Questi animali venivano spesso mummificati e sepolti con i loro proprietari, o fuori della loro tomba, nel caso in cui la loro morte precedeva quella dell’individuo cui essi appartenevano, in attesa di accompagnarli anche nell’aldilà: l’esempio quasi commovente di un uomo chiamato Hapymin, sepolto nel periodo compreso tra l’epoca tarda e la XXX dinastia con il suo cane raggomitolato ai piedi, può fornire forse la prova migliore del forte sentimento che gli Egizi nutrivano per i loro animali.

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Mummia di coccodrillo (fonte)

Un’altra tipologia è costituita dalle mummie di animali considerati sacri, come ipostasi delle divinità: ad esempio il toro Api a Menfi o l’ariete Banebged a Mendes erano oggetto di venerazione dalle età più antiche, scelti dai sacerdoti secondo precisi criteri (ad esempio una macchia sulla pezzatura) e adorati e accuditi come fossero il dio stesso. Alla loro morte, venivano imbalsamati e solennemente sepolti in una catacomba, mentre il loro principio divino migrava in un altro esemplare dalle caratteristiche simili.

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Mummia di gatto con relativa radiografia (fonte)

La categoria di mummie animali più numerosa, e più frequente nelle collezioni dei musei di tutto il mondo, è quella delle offerte votive: in questo caso, la mummia di uno specifico animale veniva dedicata alla divinità corrispondente (ogni dio aveva un animale specifico che era il suo totem o simbolo, ad esempio il gatto era sacro a Bastet, dea del piacere, dell’amore e della bellezza, gli Ibis a Thot, dio della conoscenza), in modo tale che la preghiera dedicata al dio dal pellegrino, e rappresentata dall’animale imbalsamato, potesse essergli indirizzata e rivolta per l’eternità. Le mummie venivano offerte e conservate nel tempio fino alla festa annuale o semestrale del dio, dopodiché venivano sepolte in apposite, enormi, catacombe.

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Mummia di serpente con sarcofago. Sul coperchio è rappresentato il serpente in rilievo (fonte)

Questi animali venivano allevati in prossimità dei santuari e poi deliberatamente uccisi per essere imbalsamati e venduti ai pellegrini. Con il tempo, si creò un vero e proprio sistema economico ruotante intorno a questi santuari, che accoglievano officine destinate alla produzione, alla imbalsamazione e alla vendita di mummie, e non mancano prove dell’esistenza di edifici destinati alla cova delle uova di coccodrillo (a Medinet Mari) o di uccelli.

Del resto, le mummie erano parte integrante dell’economia di questi santuari: migliaia di animali dovevano essere allevati e accuditi a spese del tempio, su cui ricadevano anche i costi di mantenimento dei sacerdoti addetti al culto, della manodopera specializzata e dei materiali necessari per l’imbalsamazione, provenienti da diverse parti dell’Egitto o dall’estero (ad esempio le resine, incluso l’incenso e la mirra, venivano importate dalla Siria o dall’Etiopia). Fu probabilmente per far fronte alla richiesta sempre crescente che cominciarono ad essere prodotti esemplari di scarsa qualità, tanto più che questa dipendeva anche dalle disponibilità economiche dell’acquirente, e che si misero in atto delle pratiche probabilmente fraudolente: le indagini diagnostiche cui sono state sottoposte alcune mummie hanno infatti rivelato che queste erano dei “falsi”, cioè erano state bendate per dare l’idea di un animale specifico, ma di fatto contenevano i resti di un animale diverso, le ossa di più esemplari o addirittura solamente sabbia, grumi di fango, bende e materiale di vario genere. Bisogna però tenere conto anche della precipua mentalità egizia per la quale la parte (pochi resti ossei o solo le piume) vale il tutto (l’intero animale) nonché il budget del pellegrino, che qualora molto basso, non consentiva l’acquisto di esemplari “autentici”.

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Mummie di pesce con sarcofago (fonte)

L’ultima categoria di mummie animali è costituita dalle mummie cosiddette “alimentari”, ovvero da cibi mummificati come costolette di manzo, anatre e oche, collocate nella tomba affinché il defunto se ne potesse nutrire. La carne e il pollame venivano preparati come se fossero pronti per essere cucinati: la carne veniva scuoiata e spezzettata, il pollame spennato ed eviscerato, e nella maggior parte dei casi, venivano rimosse la testa, le ali e le zampe. Dopo l’essiccazione, il fegato e la varie frattaglie venivano reinserite all’interno del corpo tramite delle cavità opportunamente create. Alcune di queste mummie presentano una colorazione marrone, come se fosse stato dato loro intenzionalmente l’aspetto di una cosa appena arrostita, con l’applicazione di resine calde che ovviamente brunivano le bende.

La pratica della mummificazione di animali è attestata durante l’intero arco della storia egizia, ma è soprattutto durante l’Epoca Tarda e nei Periodi Tolemaico e Romano che si diffonde con enorme successo la pratica delle mummie votive, probabilmente quale reazione alla minaccia straniera che spinse gli Egizi a cercare nuovi modi con cui affermare il proprio senso di identità e ribadire la propria cultura e le proprie tradizioni religiose. Il fenomeno perdurò circa fino al 350 d.C., quando venne interrotto dal trionfo del cristianesimo.

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“L’Arte di donare”: nuova mostra al MAF

Da oggi 10 marzo 2018 il salone del Nicchio, la grande sala all’inizio del percorso del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ospita una nuova mostra: “L’Arte di donare“. Non una mostra tematica, questa volta: in esposizione si trovano i reperti dalle origini più disparate, che coprono un arco di tempo lunghissimo, dall’antico Egitto al Medioevo, con una incursione addirittura nel contemporaneo.

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Ma cosa possono avere in comune opere così diverse? Si tratta di acquisizioni entrate in anni recenti nelle collezioni del MAF grazie a donazioni, cessioni, permute e prelazioni, in alcuni casi grazie al senso civico di chi le deteneva, e che ha deciso di farne dono al Museo, in altri grazie alla sensibilità del nostro Ministero, che su richiesta di funzionari attenti e competenti è intervenuto con l’esercizio della prelazione per assicurare allo Stato – e quindi alla pubblica fruizione – opere di rilievo che altrimenti sarebbero state destinate all’ammirazione quasi egoistica di pochi privati e comunque fruibili soltanto in un ambito estremamente ristretto. In altri casi ancora, grazie a una politica di scambi e di cessioni finalizzata alla salvaguardia e alla migliore conservazione delle opere stesse.

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Alcuni dei reperti esposti: una coppa apula con sposa ed Eros e un ritratto marmoreo dell’epoca degli ultimi Antonini (fine II sec. d.C.)

Il titolo si ispira all’espressione latina Ars donandi, che richiama alla mente la celebre frase con la quale San Gregorio di Tours (Clermont-Ferrand ca. 538 – Tours 594), spiegò nelle sue Historiae (IV, 29) come Sigiberto I, re dei Franchi, sconfitto e fatto prigioniero da Baian, imperatore degli Avari, riuscì a capovolgere la situazione in proprio favore e a riconquistare la libertà grazie alla propria capacità di offrire doni. Per questo il termine Arte è scritto con la A maiuscola, per sottolineare il rapporto tra il titolo della mostra e gli oggetti donati, piccole e grandi opere dell’Arte e dell’Artigianato antichi: un riconoscimento a quell’azione che deriva dall’apprezzamento e dall’ammirazione per tali opere, la cui importanza i proprietari riconoscono a tal punto da desiderare che esse diventino patrimonio comune.

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Il modellino delle pentecontere ricostruito da G. Tanzilli

Nella mostra sono esposti centoventisei fra amuleti, mummie, statuette e ushabti egizi, sculture in marmo, vasi figurati di produzione greca, magnogreca, etrusca, italica e romana, capitelli tardomedievali, reperti in oro, bronzo, legno, vetro e piombo e volumi antichi. A questi reperti si aggiungono due dettagliati e accuratissimi modellini, ricostruzioni moderne di una nave greca (pentecontere) e di un doppio flauto (aulos) che i giovani e giovanissimi utenti dei nostri Servizi Educativi troveranno certamente di grande interesse nel corso delle attività didattiche che si svolgono di regola all’interno del Museo Archeologico.

La mostra sarà visitabile, a partire dal 10 marzo, secondo gli orari del Museo e con lo stesso biglietto di ingresso. Vi aspettiamo!

Le “murrine” archeologiche

Osservando le produzioni artigianali antiche è inevitabile tracciare un parellelo con le tecniche, spesso molto diverse, utilizzate ai giorni nostri; ancora più inevitabile quando i risultati ottenuti migliaia di anni fa sono così sorprendentemente vicini a prodotti che ancora oggi ammiriamo e acquistiamo, nelle stesse forme e con gli stessi colori. Chi non ha negli occhi il caleidoscopio delle “murrine” veneziane, i ciondoli e le ciotole di vetro millefiori? Gli antenati di questi oggetti, fino a gennaio, si possono ammirare anche nelle vetrine del MAF, alla mostra “Pretiosa vitrea”.

millefiori

Non vengono dalla città lagunare ma dall’Egitto e dal Vicino Oriente, da dove a bordo di navi hanno raggiunto persino le coste etrusche. Si tratta di oggetti realizzati in pasta di vetro, una tecnica di lavorazione che richiede temperature più basse rispetto alla soffiatura, e quindi la prima ad essere sperimentata dagli antichi. Secondo Plinio la fusione della silice, da cui si ricava il vetro, sarebbe stata ottenuta per caso, grazie a un fuoco acceso sulla spiaggia, da mercanti fenici.

doratoI primi unguentari e le prime ciotole in vetro sono realizzate fondendo polvere di vetro o avvolgendo un filamento di vetro morbido posto sopra un nucleo in argilla, che poi veniva eliminato (e ancora visibile all’interno di qualche aryballos). Il vetro a mosaico, o millefiori, veniva realizzato disponendo su un piano rondelle precedentemente preparate dei vari colori, poi riammorbidite e composte in un unico “foglio”, che prima del raffreddamento era adagiato su una forma precostituita.

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Con lo stesso sistema si potevano realizzare anche vetri marmorizzati, ad imitazione dei manufatti realizzati con le pietre dure, o inserire nella lavorazione la foglia d’oro.

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Una tecnica particolare che si diffonde in età imperiale, e che però presuppone la conoscenza della soffiatura, è quella dei vetri cammeo. Si tratta di vasi “a strati”, di vetro generalmente bianco e blu; lo strato bianco è esterno, ed è quello che viene lavorato fino a che le figure risultano a rilievo sul fondo blu; proprio come accade con i diversi strati delle pietre o conchiglie utilizzate per i cammei. Sulla tecnica permangono ancora incertezze, e si sono ipotizzati procedimenti diversi (che non si escludono a vicenda):

– i vasi potevano essere ottenuti soffiando il vetro blu all’interno di una forma precostituita bianca, in modo che i due strati si attaccassero e componessero un solo vaso;

– la forma soffiata in blu poteva essere tuffata in un crogiolo col vetro bianco, che lo ricoprisse;

– il terzo modo presuppone l’uso di una matrice, con incavate le figure in cui era messa la polvere di vetro bianco, poi scaldata per consolidarla; in questa matrice sarebbe stato pressato il vetro blu. Quest’ultimo procedimento spiegherebbe l’apparente assenza delle tracce di lavorazione che l’intaglio presupporrebbe sulle figure in vetro bianco.

Pretiosa vitrea: una nuova mostra al MAF

Pretiosa vitrea. L’arte vetraria antica nei musei e nelle collezioni private della Toscana” è il titolo della mostra che sarà visitabile al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dal 17 ottobre 2017 al 29 gennaio 2018.

La mostra, che nel titolo si ispira ad un passo del Satyricon di Petronio, vuole offrire all’attenzione del pubblico una panoramica sul patrimonio vitreo antico conservato nei principali musei archeologici e in alcune importanti collezioni private della Toscana.

Tantissimi i materiali esposti: ben 314 vasi e frammenti in vetro, di cui 12 faraonici, 11 etruschi 73 greci e 218 romani di varia epoca e provenienza. Lungo un percorso che si sviluppa in 13 vetrine, avremo la possibilità di conoscere e apprezzare un patrimonio dell’arte antica ad oggi pressoché ignoto, nonostante l’assoluta eccellenza delle opere in mostra e il fascino delle loro infinite forme, dei colori variegati, del luccichio dei loro riflessi dorati.

Coppa in vetro “millefiori”, I secolo d.C., Firenze, Museo Archeologico Nazionale

In questa “riscoperta” del vetro antico in Toscana, accanto ai reperti conservati nei musei pubblici, un ruolo di primo piano spetta anche a quelli provenienti da raccolte private, come la Collezione del Museo del Vetro e della Bottiglia del Castello Banfi a Montalcino, che, sia per qualità delle opere possedute che per il loro numero, sono da annoverare fra le maggiori nel loro genere a livello internazionale.

L’esposizione prende avvio dall’Egitto faraonico con una selezione di intarsi, collane e unguentari vitrei delle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze – Sezione Egizia, databili dal II millennio a.C. in poi, che consentono di ripercorrere le fasi più antiche della lavorazione di un materiale che non mancò di affascinare ben presto le altre culture del Mediterraneo antico.

Sarà proprio l’Etruria, prima fra le culture dell’Italia antica, a recepire, sin dall’VIII secolo a.C., il fascino di questo materiale nato in Oriente. Fusuerole e fusi in vetro su nucleo friabile, tecnica antichissima, insieme a contenitori per oli profumati, provenienti dalle tombe di Marsiliana, Vetulonia e Tuscania, illustrano la fortuna del vetro nella cultura dei principi etruschi, per i quali divenne prezioso simbolo di appartenenza ad uno status sociale elitario.

Coppa in vetro proveniente dal relitto del Pozzino

La ricchezza dei corredi rinvenuti in Etruria consente di seguire nel dettaglio l’evoluzione delle tecniche di lavorazione del vetro nei secoli successivi. Le importazioni dal Mediterraneo orientale, infatti, sono una presenza costante nei corredi più ricchi del mondo etrusco dal VI sino al III secolo a.C. e grazie ad opere conservate nel Museo Archeologico fiorentino, provenienti dai corredi funerari di alcune località dell’Etruria interna e costiera, la mostra offre una panoramica estremamente variegata delle più preziose produzioni siro-palestinesi dell’epoca, rinvenute anche in numerosi relitti, come quello del Pozzino a Populonia.

Ai nuclei di materiali da Empoli, Luni, Volterra, dalla Siria, da Cipro e dall’Iraq, si aggiungono reperti da contesti come quello delle navi di Pisa, che offrono un colpo d’occhio spettacolare sulle mille varietà dell’arte del vetro nel mondo romano. Vetri soffiati liberamente o a matrice, coppe a reticelli, nastri, millefiori, bicchieri intagliati a favo d’ape e persino un raro esempio di vetro cammeo, come quello da Torrita di Siena, testimonieranno al visitatore – nel modo più eloquente – quella che è stata la stagione più creativa e innovativa dell’arte vetraria del mondo antico.

La crisografia dal Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo (credits: Polo Museale della Toscana)

Il nucleo dei reperti del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, tra i quali molti piccoli e preziosi capolavori appartenevano alle collezioni Mediceo-Lorenesi, costituisce poi lo scheletro di un percorso espositivo incentrato sull’illustrazione dei procedimenti tecnici di realizzazione e sul ruolo di primo piano che il vetro assunse in età romana.

La tarda antichità vide l’affermarsi di tecniche decorative sempre più fastose che affidavano al pregio del materiale utilizzato, come l’oro delle crisografie, o ai procedimenti virtuosistici di esecuzione, come l’incisione, il loro valore pecuniario spesso assai elevato. La crisografia dal Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo è un degno rappresentante della qualità artistica raggiunta in queste produzioni di lusso.

La mostra “Pretiosa vitrea”, prima nel suo genere realizzata in Toscana, si propone come punto di avvio per una più adeguata valorizzazione del patrimonio vetrario antico nel sistema museale della regione.

IMPORTANTE: Dal 1 novembre 2017 fino alla fine della mostra tutti i mercoledì, i sabato, la prima e la terza domenica di ogni mese sono in programma visite guidate gratuite (comprese nel biglietto d’ingresso al museo) alla mostra, a cura di Martina Fusi, Nadia Cipolli e Benedetta Ficcadenti, collaboratrici alla realizzazione della mostra e del catalogo. Le visite si svolgono alle 10.00, alle 11.00 e alle 12.00. Non è necessaria la prenotazione.

“La fragilità del segno”: una mostra dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria al MAF

Dal 23 settembre al 26 novembre 2017 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita al II piano la mostra “La fragilità del segno. Arte rupestre dell’Africa nell’archivio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria”.

La mostra, a cura di Anna Revedin, Luca Bachechi, Andrea De Pascale, Silvia Florindi, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze – Polo Museale della Toscana, intende promuovere la vasta e preziosa documentazione scientifica posseduta dall’Istituto relativa alle missioni in Africa e agli studi di Paolo Graziosi, il principale studioso italiano di arte preistorica e fondatore dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.

incisione rupestre – archivio fotografico Graziosi

L’attuale quadro geo-politico interroga prepotentemente le Istituzioni e le persone su quale possa essere il futuro delle più antiche e significative testimonianze del passato nelle zone colpite e martoriate da guerre e ideologie distruttive e su come preservarne la memoria e risvegliare l’attenzione e l’interesse di un più vasto pubblico su questo inestimabile ma fragile Patrimonio dell’Umanità.

Obiettivo della mostra è quindi far conoscere al pubblico, attraverso i documenti dell’archivio fotografico Graziosi, alcune delle più antiche e straordinarie attestazioni artistiche dell’umanità, situate in luoghi attualmente inaccessibili a causa di conflitti interni e internazionali.
In mostra saranno visibili immagini e filmati realizzati fra gli anni ’30 e gli anni ‘60 nelle missioni di studio di Graziosi sull’arte rupestre africana, e in particolare le riproduzioni delle grandi incisioni preistoriche della Libia, attualmente inaccessibili perché in zone di guerra, creando un contesto di grande impatto emotivo.

Oltre alle sezioni dedicate alle ricerche Graziosi è prevista una sezione dedicata al tema “Heritage in danger” in quanto “I siti rupestri di Tadrart Acacus”, sito Patrimonio Mondiale UNESCO dal 1985, è stato inserito nel luglio 2016 nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo.
Il percorso espositivo si svilupperà secondo il progetto di Vincenzo Capalbo in un percorso immersivo attraverso tre sezioni: una prima sezione introduttiva sul Patrimonio artistico e documentario in pericolo e sulla figura di Paolo Graziosi; una seconda sezione, dedicata alle ricerche di Graziosi (oggi continuate da Luca Bachechi) nell’attuale Etiopia; una terza sezione dedicata ad immagini e filmati sull’arte rupestre e sulle ricerche etnografiche di Graziosi in Libia.

Dall’Archivio Fotografico Graziosi

L’inaugurazione sarà sabato 23 settembre alle ore 11,00. Per l’occasione verrà realizzata da Virgilio Sieni una coreografia sul tema della fragilità. La mostra sarà poi visitabile tutti i giorni secondo l’orario di apertura del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, compresa nel biglietto di ingresso.

Il Catalogo, a cura di A. De Pascale e L. Bachechi, sarà di circa 170 pagine, la metà delle quali dedicate a immagini tratte dall’archivio Graziosi. Conterrà una serie di brevi saggi introduttivi di inquadramento scritti dai maggiori studiosi del settore, ma con taglio divulgativo, adatti ad un pubblico non specialista. IIPP, Firenze, settembre 2017.

La mostra fa parte del progetto IIPP “Archeologia nel deserto” in corso di realizzazione con il contributo del MIUR (L.6/2000) e della Fondazione CRF sull’archivio fotografico di Paolo Graziosi, di proprietà dell’Istituto.

L’Archivio Fotografico IIPP è stato dichiarato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana di interesse storico particolarmente importante ai sensi del DL 42/2004, con decreto n.608/2012. Proviene dal lascito di Paolo Graziosi: comprende 10338 immagini digitalizzate (diapositive, negativi e positivi fotografici) e alcune decine di filmati (16 mm sia in b/n che a colori) riguardanti lo studio della preistoria e della protostoria, e gli avvenimenti ad esso collegati (ricerche, scavi, convegni) svoltisi durante il XX secolo; i documenti più antichi risalgono alla fine degli anni venti del secolo scorso. Si tratta di uno dei fondi di documentazione visiva scientifica più importanti del settore in Italia e di fondamentale importanza per gli studi sulla Preistoria europea e africana.

I pozzi delle meraviglie

Il 9 giugno è stata inaugurata presso il MAF, nel salone del Nicchio, la mostra “Wells of wonders – I pozzi delle meraviglie“, dedicata all’illustrazione dei risultati dello scavo di due pozzi presso Cetamura, nel comune di Gaiole in Chianti.
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La mostra nasce dalla collaborazione tra il Polo Museale della Toscana, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (province di Siena e Grosseto), la Florida State University, concessionaria dello scavo da quasi mezzo secolo, e l’istituto SACI, i cui studenti dal 2010 si sono occupati del restauro dei materiali.
Nella mostra è illustrata la lunga (o meglio, alta!) stratigrafia che lo scavo dei due pozzi dell’insediamento ha riportato alla luce attraverso i materiali recuperati, che vanno dall’epoca etrusca a quella tardo imperiale romana; un concentrato della storia di questo piccolo abitato etrusco scoperto negli anni Sessanta.
Una storia non eclatante, ma specchio fedele della normale vita di tutti i giorni: lo scavo ha restituito vetri, lucerne, ceramica sigillata e ben dieci situle (secchielli) di bronzo, oltre a ossa animali e manufatti in corno e osso.
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Due delle situle di bronzo di età imperiale

Per la maggior parte non si tratta dei reperti integri, preziosi e immediatamente comprensibili che talvolta emergono dagli scavi di necropoli, ma dei frammenti e degli scarti che le normali attività del villaggio hanno accumulato in un ampio lasso di tempo: ci sono, sì, il cucchiaino d’argento e la gemma, caduti nel pozzo certamente per errore, ma anche i cocci di vasi rotti di cui qualcuno si è voluto disfare, che raccontano quali oggetti fossero comunemente in uso nelle diverse epoche.
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In basso a sinistra, la gemma incisa

I reperti dei pozzi lasciano intuire anche che a Cetamura nei decenni finali del I sec. a.C. si stabilì probabilmente un veterano di Augusto, per trascorrervi l’ultima parte della sua vita, oramai tranquilla e lontana dai campi di battaglia; un vasetto pieno di monete d’argento potrebbe infatti essere il compenso di un soldato di Ottaviano che prese parte alla battaglia di Azio e fu poi congedato con la paga in denaro e l’assegnazione di un lotto di terreno in campagna. Tra le monete ci sono anche i denarii d’argento emessi da Antonio per pagare la flotta che combatté dalla sua parte, e che sono da interpretare come parte del bottino di guerra.
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Il vasetto con il suo contenuto di monete d’argento

Uno dei manufatti più pregiati è un bronzetto votivo che riproduce un piccolo toro (immortalato anche sulla locandina), che sembra indicare che ai pozzi fosse riconosciuta anche una funzione sacra.
Entrambi i pozzi sembrano essere stati creati attorno al 300 a.C.; il pozzo 1 è scavato nell’arenaria, mentre il pozzo 2 presenta le pareti rivestite di pietre e argilla, che consentivano una maggiore depurazione dell’acqua, che poteva quindi essere usata anche per scopi alimentari.
Oltre ai reperti metallici e ceramici, nella mostra sono inclusi anche i reperti organici rinvenuti nei pozzi, tra cui pezzi di legno e semi, che consentono di ricostruire l’ambiente naturale dell’epoca. Particolarmente significativi sono i semi degli acini d’uva (vinaccioli) che immediatamente rimandano alla tradizione della coltivazione della vite: un aspetto affascinante per la continuità che il vino costituisce, dall’antichità ad oggi, per il territorio del Chianti.
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Semi raccolti nello scavo. I vinaccioli sono indicati dalla lettera d

La mostra, corredata di video e immagini relativi ai momenti dello scavo e del restauro, strizza l’occhio anche alla tecnologia. Alcuni manufatti, disponibili per una esplorazione tattile, sono infatti stati ricostruiti con la stampa 3D e in polistirolo grazie ad una scansione tridimensionale, come il grande orcio che accoglie i visitatori all’ingresso, rinvenuto in frammenti di cui soltanto uno è esposto nella vetrina.
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PLEASE DO TOUCH! Il grande orcio, ricostruito in polistirolo, invita i visitatori all’azione più temuta nei musei!

Il catalogo della mostra in versione integrale è disponibile in inglese.

Winckelmann, Firenze e gli Etruschi

La mostra in corso al MAF, “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell’archeologia in Toscana” si presenta come l’esordio delle celebrazioni europee per il giubileo Winckelmaniano.
2016-05-30 16.18.07Nel 2017 ricorrerà infatti il trecentesimo anniversario della nascita, mentre nel 2018 il duecentocinquantesimo della morte; oltre alla mostra, sempre nell’ambito delle celebrazioni, a Firenze si terrà anche un convegno dedicato al tema, che avrà luogo nel gennaio 2017.
Tra 1758 e 1759 Winckelmann soggiornò alcuni anni nel capoluogo toscano, per studiare le gemme di produzione etrusca ed approfondire la sua conoscenza dell’antico in Italia, dedicando anche un capitolo della sua opera principale (la Storia delle arti e del disegno presso gli antichi) proprio agli Etruschi.

Lo studio del pittore A. Zoffany

Lo studio del pittore A. Zoffany

La mostra, articolata in tre parti, si approccia al tema da diverse angolazioni. La prima sezione è mirata ad inquadrare l’ambiente culturale fiorentino negli anni del soggiorno dello studioso tedesco, il mondo del collezionismo e degli studi sull’antichità, documentati dall’esposizione di dipinti e volumi dell’epoca come da realia, reperti etruschi già facenti parte delle collezioni medicee o comunque noti all’epoca.

Stele di Larth Ninie, nota dal XVI sec. e collocata nel cortile di Casa Buonarroti

Stele di Larth Ninie, nota dal XVI sec. e collocata nel cortile di Casa Buonarroti

La seconda sezione approfondisce più da vicino la figura di J.J. Winckelmann, entrando nello specifico dei suoi interessi e dei suoi studi fiorentini, in particolare la catalogazione della collezione di gemme del barone von Stosch, di cui sono esposti i calchi.

Le gemme della collezione von Stosch (calchi)

Le gemme della collezione von Stosch (calchi)

Chiude la mostra la sezione dedicata all’eredità culturale lasciata da Winckelmann e, più in generale, allo stile neoclassico che nel periodo della Restaurazione investì anche il Granducato. In una delle ultime vetrine è esposto anche il famoso taccuino di appunti dello studioso risalente al periodo trascorso a Firenze; il cosiddetto “Manoscritto fiorentino” su carta pergamena che comprende anche alcune pagine di schizzi sulle proporzioni del corpo umano.

Il taccuino di appunti di Winckelmann

Il taccuino di appunti di Winckelmann

Una curiosità in questa sezione sono anche le porcellane policrome di manifattura napoletana che riproducono lo stile della ceramica antica a figure rosse, che venivano chiamate appunto “all’etrusca”.

20160530_160606Ad introdurre i visitatori all’ingresso della mostra, con il suo nobile gesto, è il ben noto Arringatore, che, dopo il tour statunitense della mostra Power and Pathos, ha ritrovato proprio nel Salone del Nicchio la sua collocazione all’interno del Museo.

Schedati nel catalogo ma non presenti in mostra sono anche la Chimera e l’Idolino, che hanno mantenuto la loro consueta collocazione nelle sale del museo: un motivo in più, una volta terminata la mostra, per proseguire la visita fino al primo e al secondo piano!

La mostra è aperta, secondo l’orario del museo, da martedì a venerdì dalle 8.30 alle 19.00 (ultimo ingresso 18.15) e da sabato a lunedì dalle 8.30 alle 14 (ultimo ingresso 13.15).

Il “padre dell’archeologia” torna a Firenze

Un personaggio insolito e stravagante, questo bibliotecario tedesco del Settecento che si faceva ritrarre col turbante: nonostante le modeste origini (era figlio di un calzolaio), John Johachim Winckelmann ebbe modo di studiare e formarsi nel campo della storia dell’arte; pubblicò, pochi anni prima di morire, la “Storia delle arti del disegno presso gli antichi” e a lui dobbiamo il merito di aver fatto uscire l’archeologia da quel complesso indistinto di informazioni e nozioni sugli usi e tradizioni degli antichi (l’antiquaria, appunto) che dall’Umanesimo in poi aveva costituito l’unico modo di approcciarsi al passato.

Winckelmann in un ritratto del 1768

Winckelmann in un ritratto del 1768

Per primo Winckelmann esaminò l’arte della Grecia antica con una impostazione storica, tracciando una evoluzione degli stili secondo una parabola: dallo stile antico, al sublime, al bello, allo stile della decadenza. Egli inoltre pensò di mettere in relazione le opere antiche con le notizie delle fonti storiche, che gli permisero di impostare una impalcatura cronologica in cui collocare le opere da attribuire ai diversi artisti.

Il frontespizio della prima edizione dell'opera di Winckelmann

Il frontespizio della prima edizione dell’opera di Winckelmann

Dal 1758 al 1759 Winckelmann visse a Firenze, dove sperava avrebbe perfezionato la sua conoscenza del mondo etrusco e completato la sua opera. L’ambiente intellettuale fiorentino non si dimostrò tuttavia molto aperto nei confronti di questo personaggio eccezionale e non gli fu facile visitare i musei della città, né tantomeno giunse a quelli di Cortona o Volterra; la sua conoscenza dell’arte etrusca, cui è dedicato il terzo capitolo della “Storia delle arti”, pertanto, non fu approfondita. Nell’interpretazione di Winckelmann l’arte degli Etruschi non era comunque al livello di quella greca: non avrebbe raggiunto, infatti, il medesimo livello di “buon gusto” a causa dell’inclinazione innata della nazione alle passioni!

L'Arringatore, opera etrusca nota anche a Winckelmann

L’Arringatore, opera etrusca nota anche a Winckelmann

Winckelmann morì nel 1768, durante un viaggio di ritorno da Vienna a Roma, ucciso a tradimento in un albergo di Trieste. Motivo dell’uccisione furono forse le ricchezze ricevute in dono alla corte imperiale, o forse motivi politici.

Oggi il pregiudizio neoclassico all’ombra del quale Winkelmann operava è ampiamente superato: sappiamo che le statue nell’antichità erano colorate, e non candide come il marmo di cui sono fatte; sappiamo che lo stile si evolve ma non “decade”; distinguiamo le copie dagli originali e siamo in grado di attribuirle ai loro autori. Resta comunque allo studioso il grande merito di aver per primo storicizzato l’arte antica, ponendo le basi per lo sviluppo dell’archeologia come oggi la intendiamo.

L’Europa celebrerà, a partire dal prossimo anno e per tutto il 2018, il trecentenario della nascita di Winkelmann e i trecentocinquanta anni dalla sua morte, con una serie di eventi e mostre a tema. Il MAF aprirà, già dal prossimo 26 maggio, le celebrazioni con una mostra a lui dedicata, di cui presto vi faremo conoscere i dettagli, che resterà allestita fino al 2017.

 

Chiude la mostra “Il mondo che non c’era”

Si è conclusa il 6 marzo la mostra “Il mondo che non c’era” dedicata alle civiltà precolombiane nella collezione della Fondazione Ligabue. Ancora per qualche giorno le operazioni di smontaggio della mostra faranno sì che il percorso di accesso alle collezioni del museo da parte dei visitatori, dopo la biglietteria, obblighi a passare dal Giardino. Se questo da un lato può creare disagio, del quale ci scusiamo, siamo sicuri che apprezzerete però il giardino in fiore, con le sue camelie bianche e rosa e le magnolie al massimo del loro splendore.

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Il Giardino fiorito

La mostra “Il mondo che non c’era” ha fatto registrare nel corso della sua durata, da settembre 2015 al 6 marzo scorso, più di 31 mila visitatori. Un numero molto elevato, sul quale sicuramente ha influito l’interesse per un tema inconsueto per un museo archeologico italiano, ma che sicuramente suscita da sempre una grande curiosità: il cosiddetto Nuovo Mondo e le sue civiltà, così lontane dalla nostra cultura, esercitano su di noi un fascino molto particolare; ecco che la mostra “Il mondo che non c’era” ci ha avvicinato a culture e espressioni artistiche tanto lontane da noi, eppure capaci di suscitare ugualmente la nostra meraviglia e il nostro interesse.

Maschera in onice verde, Messico, cultura Teotihuacan, Collezione Medicea, ora Museo degli Argenti

Maschera in onice verde, Messico, cultura Teotihuacan, Collezione Medicea, ora Museo degli Argenti

Un aspetto della mostra che va sottolineato è stato di aver reso evidente il legame tra il Mondo che non c’era e la città di Firenze: e senza soffermarci sul fatto che fu un fiorentino, Amerigo Vespucci, a fugare ogni dubbio sul fatto che le Indie fossero un nuovo continente e che da lui derivi il nome America, ricordiamo qui che alcuni dei reperti esposti, come la maschera di onice della cultura Teotihuacan, fanno parte della collezione medicea, collezione (oggi divisa tra il Museo degli Argenti e il Museo di Antropologia di Firenze) che si formò a seguito di una spedizione voluta da Ferdinando I de’Medici, convinto della necessità per Firenze di avere anch’essa un emporio in America del Sud (l’abbiamo raccontata qui). La sua idea non ebbe seguito dopo la sua morte, ma grazie ad essa Firenze poté stringere un legame ancora più forte con il Nuovo Mondo.

Maschera d'oro della cultura Lambayeque, Perù, scelta come immagine-simbolo della mostra

Maschera d’oro della cultura Lambayeque, Perù, scelta come immagine-simbolo della mostra

La mostra, che è nata grazie ad un’idea e ad un accordo con la Fondazione Ligabue di Venezia, e che ha esposto per la maggior parte (eccetto gli oggetti “fiorentini” e alcuni provenienti dal Musée du Quay Brainly di Parigi) materiali appartenenti alla collezione della Fondazione Ligabue, che ha condotto e conduce ricerche antropologiche e archeologiche nell’America del Sud, ha dunque avuto il merito di avvicinarci a materiali, culture, civiltà, tanto distanti da noi: il Mondo che non c’era ci è apparso in tutta la sua ricchezza e varietà.

Firenze, Museo Archeologico Nazionale: in mostra “Il mondo che non c’era”

Dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita la mostra “Il mondo che non c’era“, dedicata alle civiltà precolombiane, totalmente sconosciute al mondo occidentale prima del viaggio di Cristoforo Colombo. Un corpus di capolavori mai visti prima d’ora, eredità della Collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali accompagneranno il visitatore in un viaggio di scoperta delle civiltà precolombiane.

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Perchè una mostra di arte precolombiana a Firenze, e proprio al Museo Archeologico? Sebbene, a differenza di altre importanti città europee, la nostra città non sia mai stata capitale di vasti imperi coloniali, l’interesse collezionistico dei Medici, cui ancora oggi si devono i nuclei fondamentali di tutte le principali collezioni museali, ha fatto sì che già a partire dal Cinquecento si raccogliessero qui tanti reperti di interesse etnografico provenienti anche dalle Americhe. A differenza di quanto poteva accadere in altre città, centro naturale di arrivo e smistamento di questi materiali, a Firenze i Medici mandavano appositamente a cercare questi tesori. E proprio tra la collezione glittica del Museo Archeologico è approdata una mascherina di giada riconosciuta come atzeca, mentre al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti appartiene una maschera di onice verde della cultura Teotihuacan: entrambe sono oggi ammirabili nella mostra in mezzo a tantissimi altri oggetti, in totale più di 120.

Maschera in onice verde, cultura Teotihuacàn, Messico, Museo deegli Argenti

Maschera in onice verde, cultura Teotihuacàn, Messico, Museo deegli Argenti

In mostra una serie di opere d’arte espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e delle Ande (Panama, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina): dagli Olmechi ai Maya, agli Aztechi; dalla cultura Chavin, a quelle Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

sculture in terracotta dipinta provenienti dall'Ecuador, cultura Jama-coaque

sculture in terracotta dipinta provenienti dall’Ecuador, cultura Jama-coaque

Promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana-Museo Archeologico Nazionale di Firenze, prodotta con atto di mecenatismo da Ligabue Spa, la mostra presenta pezzi eccezionali e unici appartenuti proprio alle collezioni medicee, così come opere preziose del Musée du Quai Branly di Parigi e di prestigiose collezioni internazionali. Ma il nucleo centrale sarà costituito da una vasta selezione di opere delle antiche culture americane – mai esposte fino ad oggi – appartenenti alla Collezione Ligabue.

A pochi mesi dalla sua scomparsa – avvenuta lo scorso gennaio a 83 anni – questa mostra vuole essere anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue da parte del figlio Inti, che continua l’impegno nella ricerca culturale e scientifica e nella divulgazione, attraverso il Centro Studi fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo: paleontologo veneziano, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. Oltre ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

Vaso a forma di felino, cultura Lambayeque, Perù

Vaso a forma di felino, cultura Lambayeque, Perù

Una parte di questa collezione sarà il cuore della mostra, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Quai Branly e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig) specialista delle arti preispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. Un’esposizione straordinaria che consentirà di scoprire le società, i miti, le divinità, i giochi, le scritture, le capacità tecniche e artistiche di quei popoli.

Sarà eccezionale, tra le altre, la presenza di diverse maschere in pietra di Teotihuacan, la più grande città della Mesoamerica, anzi il primo vero centro urbano del Messico centrale, e di un nucleo preziosissimo di vasi Maya d’epoca classica, preziosissime fonti d’informazione – con le loro decorazioni e iscrizioni – sulla civiltà e sulla scrittura Maya, e ancora le figurine antropomorfe in ceramica cava prodotte dalla cultura Olmeca, che nel tempo hanno ispirato pittori del calibro di Diego Rivera e Frida Kahlo.

Grande urna con coperchio in ceramica policroma, cultura Maya, Messico

Grande urna con coperchio in ceramica policroma, cultura Maya, Messico

La mostra “Il mondo che non c’era” regala al pubblico un’esperienza diversa, solitamente destinata ai musei etnografici. E non c’è dubbio che gli oggetti coinvolti non abbiano avuto un valore etnografico ai tempi della scoperta dell’America e dei Conquistadores spagnoli, che li portarono in Europa, dove furono accolti con lo stupore e la meraviglia che solleva tutto ciò che è nuovo ed esotico. Tuttavia si tratta di testimonianze di culture scomparse: quella Nazca e Moche, in Perù, oppure quella Olmeca in Messico, già prima di Cristo, mentre quelle Maya, Atzeca e Inca proprio con l’arrivo, violento e sanguinoso, degli Spagnoli, che non si fecero scrupoli – e forse neanche se ne resero conto – nel cancellare dalle loro terre intere culture. Solo le ricerche archeologiche che oggi si conducono in Mesoamerica e Sudamerica – tra le quali si inseriscono anche le spedizioni del Centro Studi Ligabue – ci consentono di scoprire qualcosa in più su queste antiche civiltà, altrimenti note solo attraverso gli oggetti importati e le testimonianze scritte dei viaggiatori dell’epoca.