Eracle, il più umano degli eroi

Quest’anno le “Notti dell’Archeologia”, a cui il MAF aderisce con le tre aperture straordinarie serali del mese di luglio sono intitolate a “Eroi e miti dell’antichità“, a cui di volta in volta sono dedicate diverse visite guidate. Anche qui vogliamo suggerirvi un percorso, sulle orme di quello che forse nel mondo antico è stato l’eroe per antonomasia, il più caro di tutti ai cuori degli uomini, con le sue fragilità e la sua grandissima forza: Eracle.

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Eracle nella versione Disney! (fonte)

Figlio della mortale Alcmena e di Zeus, che una notte si sostituì nel letto al marito di lei Anfitrione, fin da giovane Eracle dimostrò una forza e un coraggio straordinari, che gli valsero il compimento delle celebri dodici fatiche. Le imprese furono assegnate all’eroe da Euristeo per espiare l’uccisione della moglie da lui compiuta in un momento di follia, provocatagli dalla gelosissima Era, sempre avversa al palese frutto di uno dei tanti tradimenti del regale consorte. Tutta la vita di Eracle è parimenti costellata da azioni nobili e da deleterie intemperanze, dovute all’avversità della regina degli dei come al suo carattere così furioso e incontrollabile. Egli può contare solo su se stesso e sulla divina Atena, sua guida costante, che incarna accanto a lui l’astuzia che aiuta la forza, la saggezza che tempera l’ira: proprio per questo egli diventa prestissimo un modello da imitare per i mortali, il paradigma dell’uomo che, attraverso la successione di errori e prove, giunge ad una agognata ricompensa al termine della propria vita. I mostri che sconfigge sono il riflesso dei lati negativi del suo stesso carattere, e il premio per tanta costanza sono la giovinezza eterna e la riconciliazione con Era, che alla fine lo accoglie sull’Olimpo.

Eracle è sempre rappresentato ammantato con la pelle del Leone Nemeo (la leonté), da lui sconfitto nella prima delle “fatiche”, e armato di clava (fatta con un ramo di olivo, la pianta sacra ad Atena), di arco e frecce o di spada. Al MAF Eracle compare in numerose raffigurazioni, che ci guidano attraverso la storie della sua intricata mitologia.

 

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In senso orario: Eracle e Pholos, Eracle e il cinghiale di Erimanto, Eracle e la cerva Cerinite, Eracle col tripode delfico.

Su un’anfora del Pittore di Würzburg, datata 520-510 a.C., Eracle è ritratto insieme a Phólos: sulla sua strada verso l’Erimànto (in Acaia, Peloponneso), infatti, Eracle raggiunge l’antro di Phólos, un centauro che, pur non essendo saggio quanto Chirone, è comunque meno selvaggio dei suoi compagni e per questo conosce le regole dell’ospitalità. Al centauro Eracle chiede un po’ di vino e l’ospite è inizialmente incerto se scoperchiare il píthos dove conserva il nettare prelibato: ha infatti paura di risvegliare i ben noti istinti bestiali degli altri centauri. Phólos cede alle insistenze di Eracle ma i suoi timori si avverano: i centauri accorrono all’odore del vino e, nella lotta che ne consegue, Chirone, giunto a calmare gli animi, viene involontariamente ucciso da Eracle con una freccia.

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I Cercopi appesi a testa in giù

Su un’anfora a figure nere proveniente da Chiusi datata al 510-500, Apollo ed Eracle si contendono un animale che alcuni identificano con la cerva cerinite, la cerva con le corna d’oro sacra ad Artemide che Eracle riuscì a catturare e portare, con il permesso della dea, ad Euristeo. Sull’altro lato della stessa anfora è il buffo episodio di Eracle e i Cercopi, che si inserisce in una serie di episodi nei quali il forzuto eroe è protagonista di eventi quasi farseschi: i malefici Cercopi sottraggono le armi al figlio di Zeus e ne vengono prontamente puniti; mentre sono appesi a testa in giù, si ricordano della madre che li aveva messi in guardia dallo straniero “dalle natiche pelose” e scoppiano in risate che alla fine inducono lo stesso Eracle a lasciarli liberi. È propro il sentimento di forte immedesimazione con un eroe che passa la vita a rimediare ai propri errori e che fa sì che di Eracle si dimentichi quasi l’ascendenza divina, rendendolo protagonista di situazioni irriverenti e buffonesche.

Su altri due vasi esposti al secondo piano del MAF è possibile riconoscere alcune delle fatiche di Eracle: sul cratere a colonnette di Mison (datato al 490-480 a.C.) troviamo l’eroe con il tripode delfico, oggetto di una contesa con Apollo. Vistosi rifiutare l’oracolo dalla Pizia, infatti, Eracle avrebbe provato a portare via dal santuario il tripode, lottando con il dio e restandone sconfitto. Su un’anfora a figure nere datata al 510-500 a.C. è invece il compimento della cattura del cinghiale di Erimanto, così feroce e pericoloso che Euristeo, quando Eracle glielo consegnò, si nascose in un píthos, un grosso vaso, per il terrore.

Eracle è una divinità greca che viene poi accolta e trova la sua collocazione anche nel mondo etrusco e romano. Gli Etruschi lo chiamano Hercle; il suo nome (“herc”) si trova sul  Fegato di Piacenza (II-I sec. a.C.) e le sue prime raffigurazioni lo vedono con arco e faretra o con la clava. Al MAF è rappresentato in diversi bronzetti, databili dall’età arcaica a quella ellenistica, sempre con la leonté e la clava sollevata in atto di colpire il bersaglio.

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Talvolta, Hercle viene raffigurato in situazioni per noi sconosciute, del tutto etrusche, che non trovano corrispettivo nel mondo greco, come nell’incisione su uno specchio da Volterra in cui l’eroe, adulto, è allattato da una dea che l’iscrizione identifica come Uni.

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Specchio etrusco con Hercle e Uni

La preponderanza­­­ delle immagini che mostrano l’eroe sulla via dell’immortalità e vicino agli dèi, rivelano chiaramente che in Etruria, come in Grecia, già nel VI sec. a.C. egli era considerato un semi-dio, per il fatto stesso di aver dovuto lottare per conquistare la propria immortalità, e che era probabilmente sentito più vicino agli uomini di altre divinità. Insomma, Hercle deve essere stato considerato dagli Etruschi un apportatore di prosperità e forza vitale: un Ercole molto vicino a quello romano.

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Bronzetti romani di Ercole. In basso, l’Ercole seduto di tipo lisippeo

Tra i numerosi bronzetti di epoca romana conservati al MAF, citiamo in ultimo l’ercole seduto (epitrapézios); anche se pesantemente restaurata, la scultura ripropone un tipo derivato da un’opera di Lisippo, che mostrava l’eroe seduto, con la clava a riposo e nell’atto di sollevare una coppa di vino. Si tratta di Ercole che, giunto al termine delle sue avventure terrene e spossato, riflette sul senso delle imprese compiute. A questo punto lo attende soltanto l’ascensione all’Olimpo con le altre divinità.

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Così diversi…così uguali!

Spesso il mondo antico ci appare come qualcosa di lontanissimo dalla nostra vita quotidiana e facciamo fatica a vedere negli oggetti esposti in un museo qualcosa che realmente qualcuno ha usato e maneggiato. Certamente molto è cambiato, ma ci sono utensili insospettabili che nella loro prima realizzazione hanno centrato talmente bene l’obiettivo per il quale erano stati creati che sono rimasti pressochè identici fino ai giorni nostri! Non ci credete? Eppure è proprio tra gli oggetti che usiamo tutti i giorni che è più facile trovare assonanze con i reperti antichi. Cosa c’è di più abituale per noi del grattugiare un po’ di formaggio su un piatto di pasta o del versare la minestra fumante nelle scodelle per cena?

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Grattugia etrusca dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (650-600 a.C.) che conserva ancora parte dell’immanicatura in legno

In effetti l’azione che gli Etruschi svolgevano era identica a quella che facciamo noi ogni giorno: afferravano per il manico la grattugia e ci strofinavano sopra il formaggio (o anche radici di spezie); ugualmente con il simpulum, che oggi chiameremmo ramaiolo, attingevano del liquido da un recipiente per versarlo in un altro. La differenza è che questi due utensili servivano per arricchire e poi servire non del cibo, ma il vino! Erano infatti due elementi essenziali del servizio da simposio.

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Simpulum dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (675-650 a.C.)

Sempre per restare in ambito culinario abbiamo addirittura due strumenti in uno: un imbuto e allo stesso tempo un colino. Si tratta dell’infundibulum, oggetto dalla raffinata fattura che grazie alla cerniera permetteva di sollevare il colino se il liquido da travasare non doveva essere filtrato.

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Infundibulum dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (580-560 a.C.)

Ancora in cucina abbiamo un oggetto pensato appositamente per i più piccoli, potrebbe essere considerato l’antenato del nostro biberon.

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Poppatoio a forma di animale e poppatoio a vernice nera (età ellenistica)

 

Si chiama guttus, letteralmente un vaso che fa uscire il liquido una goccia alla volta. Talvolta era realizzato a forma di animale per risultare ancora più accattivante per il bambino, con la stessa attenzione che mettiamo oggi nel decorare gli oggetti dedicati ai piccolissimi, e poteva avere anche la funzione di un sonaglino. Spesso infatti all’interno conteneva dei piccoli pallini di argilla che non potevano uscire dallo stretto condotto dal quale il bambino beveva, ma che risuonavano quando il vaso veniva scosso, ma solo dopo che il latte era finito! Un biberon-giocattolo che rispondeva sia a criteri di sicurezza  che di estetica per il destinatario insomma.

Usciamo finalmente dalla cucina e mettiamoci comodi: questi vi ricordano qualcosa?

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Particolare del sarcofago di Larthia Seianti (Chiusi, II sec. a.C.)

Qui entrano in gioco fattori quali il gusto e la moda del tempo, ma sicuramente forma e dimensione rivelano che non molto è cambiato dal II sec. a.C. nel quale visse Larthia Seianti, almeno per quanto riguarda i cuscini!

Terminiamo questa breve carrellata con un’altra azione quotidiana, la chiusura delle finestre. Accanto ai moderni impianti a serrande avvolgibili resistono ancora nelle nostre case le persiane in legno o in altri materiali.

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Persiane egizie di epoca tarda (provenienza sconosciuta) e persiane del MAF

Nelle case degli Egizi non servivano solo ad oscurare, ma fungevano anche da chiusura della finestra, che non aveva lastre di vetro.

Questi sono solo alcuni dei moltissimi possibili esempi, tutti visibili nelle sale del museo, a ricordarci che gli antichi non erano poi così diversi da noi!

#artdesign al tempo dei romani: l’arredo delle domus

Il mese di maggio è dedicato dal Mibact al design, inteso come ricerca di oggetti che costituiscano una sintesi tra funzionalità, tecnica ed estetica ancora prima dell’avvento della produzione industriale; se, apparentemente, un museo archeologico è quanto di più lontano si possa immaginare dal design, in realtà si resta stupiti da quanti degli oggetti conservati al MAF rispondano esattamente a queste caratteristiche! Un esempio lampante è quanto rimane degli arredi delle ricche domus di epoca romana, di cui restano elementi legati all’illuminazione e parti di mobilio.

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L’interno di una domus immaginato da L. Alma Tadema (foto)

I vari ambienti delle case romane prendevano luce prevalentemente dalla porta, che si poteva affacciare sull’atrio (il cortile interno che si apriva subito dopo l’ingresso, caratterizzato da un’apertura nel tetto) o sul peristilio (il giardino colonnato che si trovava sul retro). Di buio, l’illuminazione era demandata all’utilizzo di lucerne, di forma e materiale diverso a seconda degli ambienti che dovevano rischiarare. Se nelle stanze di servizio si utilizzavano semplici lampade di terracotta, in quelle di rappresentanza le lucerne erano di bronzo, come altre parti dell’arredo, e rispondevano all’esigenza del proprietario di mostrare l’agiatezza della propria posizione.

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Gli arredi in bronzo e marmo di una ricca domus dipinti da L. Alma Tadema (foto)

Nella sezione dei bronzi romani, recentemente riallestita al secondo piano del MAF, nell’ultima sala sono conservate alcune lucerne di epoca imperiale, da quelle più antiche, a una sola luce e di forma allungata, a quelle di epoca tarda a soggetto cristiano, bilicni, cioè con due beccucci da cui fuoriusciva lo stoppino. Alcune sono dotate di catenelle e anelli che servivano per la sospensione, consentendo di appenderle a ganci o portalampade come quello configurato ad alberello conservato nella stessa sala; l’albero, forse un fico, è straordinariamente curato nei dettagli, come il piccolo serpente che fa capolino dal tronco. Si tratta di un manufatto proveniente probabilmente dalle regioni orientali dell’Impero, che risale agli inizi del I sec. d.C.

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Lucerne in bronzo e portalucerne ad alberello

L’oggetto che però risponde meglio all’idea di design come lo intendiamo oggi, è certamente il c.d. Idolino di Pesaro, copia romana in bronzo (circa 30 a.C.) di una scultura greca di epoca classica. La statua, che rappresenta un giovane stante, non aveva solamente lo scopo di abbellire l’ambiente nel quale era collocata, ma svolgeva anche la funzione di reggilampade; arricchita forse da un tralcio vegetale a cui le lucerne potevano essere appese, poteva sorreggere dei lumi anche con le mani, con una soluzione che tanto spesso si trova applicata alle sculture che popolavano gli ambienti e i giardini delle abitazioni dei ricchi cittadini romani.

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l’Idolino di Pesaro

A differenza delle lampade, i mobili giunti fino a noi sono ben pochi, e al MAF ne sono conservati soltanto pochi resti. Si tratta di parti del rivestimento bronzeo delle zampe di mobili di origine etrusca (ma non troppo dissimili dovevano essere quelli di produzione romana),  configurati a zampa leonina con scene mitiche realizzate a rilievo. Letti, tavoli e sedie in legno erano spesso abbelliti da parti in materiale più pregiato, come il metallo o l’avorio.

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Zampe di mobili in bronzo di produzione etrusca (V sec. a.C.)

Risalente all’età tardo imperiale è invece la spalliera di trono* ageminata, che doveva rivestire la parte posteriore di una sedia di rappresentanza destinata al padrone di casa, il dominus, del quale erano illustrate le principali attività (la caccia) e le splendide proprietà (la villa con il parco circostante).

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La spalliera di trono

Ancora una volta la modernità del passato balza agli occhi e stupisce, e i reperti antichi svelano le affinità tra il nostro quotidiano e la vita dei secoli passati. Chissà quali sono gli oggetti di “design” che più colpiscono i nostri visitatori… Per tutto il mese di maggio potete condividerli sui social con l’hashtag #artdesign!

*Nel post a cui si rimanda la spalliera, con gli altri bronzi tardo antichi, si trovava nel corridoio del secondo piano. Attualmente tutti questi reperti sono riuniti nelle sale dei bronzi e bronzetti romani.

 

Reperti “vecchi”, sale nuove!

Da ieri, venerdì 6 aprile, al secondo piano del MAF sono visitabili le nuove sale dedicate al Vaso François, al Sarcofago delle Amazzoni e ai Bronzetti greco-romani, recentemente riallestite grazie alla generosa donazione di Laura e Jack Winchester, liberalmente offerta al Museo Archeologico attraverso la Fondazione non profit Friends of Florence (allestimento stato curato dall’architetto Chiara Fornari e realizzato dalla ditta Machina s.r.l.).

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L’apparato didattico a corredo della sala

Il celebre Vaso François, capolavoro dell’arte vascolare greca, collocato in una nuova  nuova vetrina, è il fulcro di una nuova sala tutta nera, sulle cui pareti spiccano le riproduzioni (retroilluminate e in grande scala) del fregio principale con il matrimonio di Peleo e Teti. L’esposizione è corredata da un apparato didattico bilingue (in italiano e in inglese) e da due postazioni informatiche nelle quali i visitatori potranno agevolmente scorrere le immagini, approfondire i miti, le saghe e le storie degli antichi dei ed eroi della Grecia classica e della Guerra di Troia, scoprendo così quale fu il fascino che il Rex Vasorum (il Re dei Vasi) esercitò sugli aristocratici etruschi della potente città di Chiusi, che tra il 565 e il 550 a.C. lo acquistarono e lo posero in una grande tomba a sette camere.

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Le riproduzioni del fregio principale retroilluminate

Per la prima volta, inoltre, sono esposti accanto al grande cratere di Ergotimos e Kleitias due vasi figurati (della bottega del pittore Lydos) che solo recenti ricerche d’archivio hanno individuato come possibili elementi del corredo funerario di cui il Vaso François faceva parte. Uno di essi raffigura il Giudizio di Paride sulla bellezza delle tre dee Era, Atena e Afrodite, mito all’origine della Guerra di Troia, che quindi andrebbe a completare il ciclo mitologico della saga, integrandolo così con la parte iniziale della storia.

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I vasi prodotti nella bottega del Pittore di Lydos e il cratere nella nuova vetrina

In occasione dell’inaugurazione è stata presentata anche la guida del Vaso François, curata dal direttore Mario Iozzo, dettagliata e ampiamente illustrata (pubblicata dalla casa editrice Polistampa), destinata al pubblico anche non specialistico, disponibile sia in italiano che in inglese grazie alla traduzione di Andrew J. Clark.

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La guida edita da Polistampa

Il rinnovamento dell’apparato espositivo riguarda anche il Sarcofago delle Amazzoni, esempio unico al mondo di sepolcro di marmo dipinto (350 a.C.), destinato a una aristocratica dama di Tarquinia, nonna di un alto magistrato che l’ha onorata commissionando la splendida sepoltura. Ora protetto da un moderno dispositivo ad allarme sonoro, è stato anch’esso dotato di un nuovo apparato didascalico e didattico in doppia lingua, chiaro e comprensibile a tutti, che illustra le scene figurate e traduce le iscrizioni incise sulla sua superficie, spiegando anche il motivo per cui sono doppie. Anche in questo caso, due postazioni informatiche offrono ai visitatori la possibilità di scorrere le immagini e di avere approfondimenti (sia in italiano che in inglese) sulle raffigurazioni, la scoperta, lo stile, le pitture e i loro colori, le scene e i miti raffigurati.

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Il Sarcofago delle Amazzoni e l’apparato didattico della sala

Ai capolavori già esposti nella Sezione delle Collezioni, infine, si aggiunge negli splendidi ambienti realizzati all’epoca di Pietro Leopoldo di Toscana un’altra importante sezione, quella allestita da G. Carlotta Cianferoni e dedicata ai Bronzetti greco-romani. Tre ambienti e undici vetrine che accolgono 180 pregiatissime statuette di bronzo, sia originali greci che copie di età romana, un tempo parti della grande collezione mediceo-lorenese e in parte restaurate e integrate da artigiani e artisti della loro corte (tra i quali Benvenuto Cellini).

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L’ultima delle sale dedicate ai bronzetti

Ad esse si accompagnano ritratti di tragediografi, poeti e filosofi greci e parti di grandi statue in bronzo, nonché, a completamento dell’esposizione, statue in marmo e oreficerie che permettono un confronto tra quanto raffigurato su alcune opere in bronzo e gli oggetti reali.

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Gli ori in mostra

Vi aspettiamo!

 

Vasi a… fumetti!

Il tema della campagna di comunicazione del Mibact per il mese di marzo è dedicato ai #fumettineimusei: l’iniziativa, che prevede anche una mostra all’Istituto Centrale per la Grafica, ha promosso il racconto attraverso albi illustrati di alcuni musei italiani, e prevede di puntare l’attenzione su tutte quelle immagini d’arte che in qualche modo rimandano al mondo dei fumetti. Tra tutte le “istantanee” di miti, storie e scene di vita quotidiana che l’antichità ci ha lasciato, noi abbiamo scelto quelle della ceramica greca ed etrusca accompagnate da iscrizioni, vere e proprie vignette ante litteram.

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Nella fitta rete di scambi (talvolta scontri) economici e culturali intessuta tra Greci ed Etruschi attraverso le sponde del Mediterraneo, la ceramica prodotta ad Atene per la facoltosa committenza tirrenica non è soltanto un bene di prestigio da esibire nella cerchia sociale di appartenenza, ma è anche un modo per veicolare conoscenze e consolidare un comune patrimonio culturale. I miti e le storie raccontati per immagini raggiungono in maniera immediata e straordinariamente efficace i destinatari, anche senza bisogno di un testo. A volte, però, un brevissimo testo di accompagnamento c’è: un nome, un titolo, in qualche caso addirittura le parole che escono dalla bocca di un personaggio (del resto il greco era capito in Etruria!). Un esempio straordinario di questa trasmigrazione di immagini, concetti e parole è, ancora una volta, il vaso François: Atene si racconta attraverso le storie degli eroi e degli dei e ogni personaggio, per non essere frainteso, ha il suo nome scritto accanto, persino gli animali!

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Dettaglio della caccia al Cinghiale Calidonio: non solo gli eroi (Meleagro, Atalanta, Melanione, Peleo…) hanno il nome, ma anche i cani che li aiutano

Anche gli Etruschi scrivono, sui vasi prodotti ad imitazione delle figure rosse ateniesi, il nome dei personaggi. Su questo stamnos (vaso per liquidi) è rappresentata la costruzione di una scultura, un cavallo: l’artigiano ha scritto sopra il nome, Epoiio, che ce lo fa identificare inequivocabilmente con Epeo, il costruttore del cavallo di Troia. Questa iscrizione, in lingua e caratteri greci, è stranamente “sbagliata” (la dicitura corretta in greco sarebbe Epeios). Forse l’artigiano conosceva così bene la lingua che ha giocato intenzionalmente con le parole, trasformando Epeio in Epoio, con riferimento al verbo fare, creare (poieo) oppure, visto che già un paio di secoli Omero i dittonghi greci “ei” e “oi” si cominciavano a semplificare verso la i, ha trascritto male il nome che aveva sentito dai cantastorie (magari propio sotto l’influsso di poieo!).

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L’artigiano lavora alla testa del cavallo, mentre sopra è appoggiata la zampa posteriore. Sul capo dell’artigiano corre l’iscrizione, che ci fa identificare la scena con una storia ben precisa, piuttosto che con una generica scena di fonderia. Lo stamnos si data tra la fine del IV e l’inizio del V sec. a.C.

Infine due vasi greci, su cui sono rappresentate scene di vita quotidiana, dalle botteghe alle abitazioni private. Su una pelike da olio (una sorta di anfora dal fondo appiattito) un venditore (di olio, appunto!) cerca di richiamare l’attenzione di una facoltosa signora dicendole “Kalo, nai?” (“Buono, eh?”) mentre, sull’altra faccia, un venditore di ceramica scaccia due cani dalla propria bottega gridando “Kyna h(i)emi” (“Via, cani!”).

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Le due facce della pelike attribuita alla cerchia del Pittore di Antimédes (ca. 520 a.C.)

Sul fondo di una coppa da vino, invece, un simposiasta (cioè un partecipante al simposio, il momento dedicato al bere che seguiva i banchetti) canta, probabilmente la strofa d’inizio di un canto d’amore: “Phile, kai…” (“Ama, e…”).

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Il giovane tiene con la sinistra il grande skyphos in cui è contenuto il vino, e con la destra il rametto che, passando di mano in mano, indicava colui al quale di volta in volta toccava declamare o cantare. Sotto la kline ci sono i calzari, che ci si toglievano quando si arrivava in come ospiti in casa di qualcuno.

In tutti questi casi le parole escono proprio dalla bocca di chi le pronuncia, come in un vero fumetto, che restituisce tutta la vividezza delle scene, tanto che sembra quasi di veder gesticolare i protagonisti, sentire gli schiamazzi di un giorno di mercato e il canto stonato di un commensale che ha bevuto un po’ troppo.

Restauri in diretta al MAF: la statua di Leda

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Da qualche giorno è in corso al MAF il restauro della Statua di Leda, una interessante copia romana di marmo del II sec. d.C., a grandezza naturale, di un originale greco di età Ellenistica (III sec. a.C.), la cui storia rimane carica di mistero. Certamente esposta per lungo tempo all’aperto, verosimilmente in un giardino, non apparteneva alle collezioni mediceo-lorenesi (non viene infattidagli Uffizi) e non ha numero di inventario… faceva forse parte degli arredi del Palazzo della Crocetta già all’epoca di Cosimo II e Maria Maddalena de’ Medici?

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La “Leda” del MAF

Il restauro, a cura di Daniela Manna e Simona Rindi, diretto da Mario Iozzo, con il coordinamento generale di Stefano Casciu e con la supervisione tecnica dei restauratori del Museo, Fabrizio Gennai e Stefano Sarri, è realizzato grazie al sostegno finanziario di Friends of Florence. Il progetto fu candidato alla prima edizione del Premio Friends of Florence Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze nel 2012 e da quest’anno ha potuto trovare un donatore che ne ha permesso l’avvio.

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Leda col cigno, di scuola leonardesca, conservato agli Uffizi (fonte)

L’area dei lavori è situata lungo il percorso di visita del Museo, in modo da consentire a tutti i visitatori di osservare dal vivo un restauro in corso d’opera. Con una durata prevista di circa due mesi, il restauro della Leda (che sarà accompagnato da analisi ed esami condotti con tecniche non invasive) chiarirà molti punti spinosi, innanzitutto se la testa sia pertinente o se non sia addirittura una integrazione del XVI secolo. La ripulitura e il restauro restituiranno certamente la bellezza originale a questa immagine della sensuale Leda, la bella moglie di Tindaro, re di Sparta, che fece innamorare Zeus, il quale la sedusse sotto forma di un grande cigno magico (solitamente anch’esso raffigurato, ma non in questa statua). Dal Padre degli Dei così trasformato, Leda generò due uova, dalle quali nacquero Castore e Polluce, i Dioscuri (Dios-Kouroi, i figli di Zeus) e Clitemnestra ed Elena (la donna più bella del mondo, per la quale sarebbe poi scoppiata la Guerra di Troia).

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La Leda conservata ai Musei Capitolini (fonte)

A few days ago has begun at MAF the restoration work on the Statue of Leda. The Leda, a second-century A.D. Roman statue, is an interesting, full-size, marble copy of a Greek original from the Hellenistic Period (third century B.C.). The marble statue’s history is still somewhat mysterious. There is no doubt that it stood outdoors for a long period, most probably in some garden. We do know that it was not part of the Medici-Lorraine collections since it does not come from the Uffizi and does not have an inventory number… Could it  have been in Palazzo della Crocetta – the home of the Archaeological Museum – in the days of Cosimo II and Maria Maddalena de’ Medici?

The restoration, to be conducted by Daniela Manna and Simona Rindi, directed by Mario Iozzo, coordinated by Stefano Casciu and under the technical supervision of the museum’s staff restorers, Fabrizio Gennai and Stefano Sarri, has been made possible thanks to the financial support of the Friends of Florence Foundation. Originally a candidate in the first edition of the Friends of Florence Award Grant – Florence Art and Restoration Fair in 2012, the Leda project has now found a donor making it possible to start the work.

The work site is located along the museum’s visitor itinerary so that people will be able to see the restorations first hand. The project, that will take approximately two months, will include non-invasive tests and analyses that should help clear up many issues – above all whether the head is pertinent or a sixteenth-century addition. The cleaning and restoration will definitely bring out the statue’s original beauty.

Leda was the wife of Tyndareus, king of Sparta. She was admired by Zeus who came down to earth disguised as a swan and seduced her. (The swan is usually depicted in paintings and sculptures, but interestingly enough, not in this case.) Leda who had lain with her husband that night as well, “gave birth” to two eggs which hatched Castor and Pollux, also called the Dioscuri – children of Zeus, and Clytemnestra and Helen, the most beautiful woman in the world who caused the Trojan War.

Pegaso, dall’Olimpo al gonfalone toscano: #ilmitonellarte al MAF

Mythos in greco significa racconto. Le favole di Esopo terminavano sempre con la locuzione “ho mythos deloi hoti…“, cioè “il racconto dimostra che…” a cui faceva seguito la ben nota morale. La parola mito indica però anche i racconti per eccellenza, quelli che narrano le vicende, oltre che di animali e comuni mortali, degli dei e degli eroi. È questo che intendiamo noi oggi per mito, ed è questo il tema prescelto per la campagna di comunicazione del Mibact del mese di dicembre, #ilmitonellarte. Tra le tante storie incise e dipinte nei reperti conservati al museo, c’è un’immagine che, discreta e silenziosa, ci segue e ci accompagna dai tempi antichi fino ad oggi. Si tratta di Pegaso, il cavallo alato figlio di Medusa, nato dal suo sangue nel momento fatale della decapitazione ad opera di Perseo.

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Pegaso (anzi, due Pegasi!) che salta fuori dal collo di medusa su una oinochoe etrusca del VI sec. a.C.

Pegaso al MAF lo troviamo come bronzetto, lo vediamo dipinto sui vasi, e la sua presenza è sensibile persino nella sala della Chimera, che dal basso lo fissa nell’ultimo, disperato, tentativo di difesa.

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La Chimera che guarda verso l’alto e il bronzetto di Pegaso

Fuori dal museo, un Pegaso rampante in campo rosso è il simbolo della Regione Toscana, immagine elegante sinonimo di libertà e saldo legame con la più recente storia nazionale.

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Ma perché proprio il cavallo alato? Al momento di dover scegliere, nel 1970, lo stemma e la bandiera della regione, fra le tante proposte che si richiamavano al suo illustre passato (tra cui, ironia della sorte, c’era anche la Chimera!) fu preferito invece di rifarsi a quello che era stato, sul volgere della Seconda Guerra Mondiale, il simbolo del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, l’articolazione regionale della guerra di liberazione che in qualche modo prefigurava la Regione Toscana in quanto istituzione della Repubblica.

Perché il C.T.L.N. avesse poi optato proprio per la figura di Pegaso è presto detto: il mito del divino cavallo alato, nelle versioni più antiche così come nelle rielaborazioni tarde, è infatti costantemente connesso con la liberazione dagli oppressori. La nascita di Pegaso è dovuta all’uccisione di un mostro; è il fedele compagno di Bellerofonte, che uccide un altro mostro simbolo di barbarie e incività (e abilmente usato già dai Medici a scopo propagandistico); nelle rielaborazioni medievali del mito viene cavalcato anche da Perseo, che in groppa all’animale salva Andromeda dalla creatura marina che avrebbe dovuto divorarla.

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Gemma romana con Bellerofonte a cavallo di Pegaso e la Chimera

Pegaso dunque, al pari dei tirannicidi e degli eroi salvatori e civilizzatori, è un simbolo di libertà ancora attuale, un’icona rifunzionalizzata e veicolata dall’arte attraverso le epoche, fino al nostro immaginario contemporaneo.