#lartechelegge… in Etruria!

Sembra una contraddizione in termini, parlare dei libri del popolo di cui quasi tutte le fonti scritte sono andate perdute, ad eccezione delle sintetiche iscrizioni su reperti e monumenti. Eppure si può, senza misteri né rivelazioni, affidandoci saldamente ai reperti archeologici e alla paziente comparazione tra gli oggetti in nostro possesso e le fonti iconografiche, cioè le immagini che gli Etruschi di loro stessi hanno lasciato.

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Alfabeto etrusco (incisione sulla tavoletta di Marsiliana d’Albegna)

La nostra conoscenza dei supporti etruschi per scrittura  (tavolette, dittici o rotoli) deriva, nella quasi totale assenza di questo tipo di realia, in gran parte dalle scene di lettura e scrittura che vediamo riprodotte in incisioni e rilievi. In questo quadro costituiscono preziose eccezioni la tavoletta di Marsiliana e il liber linteus. La prima (675-650 a.C.) è una tavoletta destinata alla scrittura: le lettere venivano incise con uno stilo sulla cera spalmata nella parte incassata del supporto. Sul bordo reca un alfabeto di 26 lettere, scritte da destra verso sinistra.

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La tavoletta in avorio da Marsiliana, esposta al MAF

Il secondo è un rotolo di lino, oggi ricomposto dalle sottili strisce in cui era stato diviso in antico; esse erano infatti state riutilizzate per fasciare la mummia di una donna dell’Egitto di età ellenistica, portata a Zagabria dallo scopritore e oggi ancora conservata nel museo della città. Il testo etrusco su questo rotolo conteneva una serie di prescrizioni religiose relative a sacrifici da compiere in determinati giorni per Nethuns, il dio etrusco corrispondente a Nettuno.

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Il libro (rotolo) di lino di Zagabria (fonte)

Una conferma iconografica dell’uso delle tavolette si trova sullo specchio Casuccini, nel quale un personaggio femminile sorregge un dittico con incise delle lettere (si tratta della trascrizione della profezia emessa dalla testa di Orfeo, in basso), e sullo specchio con Eracle allattato da Uni: sullo sfondo Tinia (Zeus) regge una tavoletta con una iscrizione che spiega la scena.

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Lo specchio Casuccini, a sin., e lo specchio con Eracle allattato da Uni, a destra (entrambi al MAF)

Le frequenti raffigurazioni di oggetti legati alla scrittura si spiegano con la voluta ostentazione del ruolo sociale di chi deteneva questo potere: sono infatti i magistrati cittadini che spesso sono accompagnati da scrivani che registrano le decisioni ufficiali (per esempio sui cippi chiusini di età arcaica), e nei cortei che li accompagnano compaiono, tra musici e littori, uomini che portano le tavolette. Dittici, tavolette e rotoli sono inoltre raffigurati nelle mani dei defunti sui coperchi delle urne volterrane di età ellenistica. Oltre che alla sfera politica, in Etruria la scrittura è saldamente ancorata anche alla dottrina religiosa: i romani presentano gli Etruschi come popolo molto devoto e dedito all’applicazione rigidissima delle norme scritte. Persino demoni e divinità scrivono, e tengono in mano i rotoli con il destino dei defunti. La etrusca disciplina, cioè la scienza etrusca, è quell’insieme di norme contenute in libri che Cicerone chiama fulgurales (sull’interpretazione dei fulmini), fatales (sulla divisione del tempo e la durata della vita) e rituales (su vari aspetti della vita religiosa, come la fondazione delle città). La religione etrusca è rivelata e scritta, perché secondo la leggenda sarebbe stata dettata da Tagete, un bambino vecchio nato da un solco della terra a Tarquinia.

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Coperchio di urna cineraria da Chianciano, fine V sec. a.C., esposto al MAF. Accanto al defunto è un demone femminile alato che stringe in mano il rotolo su cui è scritto il fato.

Al di là delle leggi e dei testi religiosi, purtroppo, possiamo solamente supporre l’esistenza di altri testi letterari etruschi; la conquista romana e l’avvento della lingua latina hanno infatti filtrato tutta la tradizione esistente, tanto che già Lucrezio (De rerum naturae, 6, 380), nel I sec. a.C., era perplesso di fronte alla consultazione di un testo etrusco da parte di un aruspice perché questi svolgeva il rotolo in direzione opposta rispetto ai romani (perché era scritto da destra a sinistra, a differenza dell’uso del latino in quel periodo, quando si scriveva da sinistra a destra). Livio (Ab urbe condita, 9, 36, 3-4), analogamente, si stupisce di trovare nelle sue fonti che i Romani aristocratici del IV sec. a.C. andassero a studiare a Caere per imparare le lettere etrusche, quando al suo tempo gli studi venivano compiuti in Grecia. Le fonti iconografiche, ancora una volta, parlano però laddove i testi mancano, e suggeriscono, nelle scene che non siamo in grado di interpretare completamente, l’esistenza di miti o versioni storiche diversi da quelli a noi tramandati dalla letteratura latina (un esempio è proprio lo specchio sopra citato in cui Eracle viene allattato da Uni).

Festa dei Musei e Notte dei Musei 2017: gli appuntamenti al MAF e a Villa Corsini

Torna anche quest’anno la Festa dei Musei, un’iniziativa a livello mondiale voluta dall’ICOM, International Council of Museums e, in Italia promossa dalla Direzione Generale Musei del MiBACT nell’ottica di coinvolgere, appassionare e incuriosire il pubblico dei musei. Il tema, non a caso, è l’ “indicibile”.

In occasione della #festadeimusei, sabato e domenica 20-21 maggio saranno effettuate visite guidate gratuite: Il MAF ha pensato due diversi percorsi, uno destinato ai più piccoli, e uno per gli adulti sul tema dell’ “indicibile”:

“La morte nel mondo antico: rituali, paure e speranze”
(Percorso speciale destinato ai minori): visite guidate ripetute, con illustrazione di reperti dell’antico Egitto legati al tema della morte, della mummificazione e delle speranze escatologiche, inclusi aspetti particolari come le mummie di piccoli coccodrilli, gli scarabei del cuore e la pesatura delle anime.

“Eros: il sesso nel mondo greco, dal piacere carnale alle iniziazioni religiose”
(Percorso speciale riservato agli adulti): visite guidate con illustrazione di reperti del mondo greco-romano, che documentano usi e costumi erotici dei Greci, i loro miti sul sesso e aspetti “scabrosi” della loro religione.

Coppa ateniese a figure rosse, con scene erotiche (firmata dal vasaio Douris; 490-480 a.C.). Raro esempio di campionario di posizioni acrobatiche sessuali, dal voyerismo al sesso di gruppo, fino al sadismo.

Le visite saranno ripetute più volte nel corso della mattinata e non occorre prenotazione.

Il museo sarà aperto anche la sera del 20 maggio, dalle 19 alle 22, per la Notte dei Musei. In tale occasione il biglietto costerà 1 €. Anche nel corso della serata saranno effettuate le visite tematiche gratuite sui temi della mummificazione e dell’eros nel mondo greco.

In occasione della #festadeimusei, sabato 20 maggio anche a Villa Corsini a Castello saranno effettuate visite guidate gratuite sul tema dell’ “indicibile” nei musei:

“Segreti scomodi o indicibili di Villa Corsini”

Le visite guidate (inizio alle ore 14,00; 15,00; 16,00; 17,00) prevedono l’illustrazione degli ambienti della Villa e il racconto di alcuni suoi segreti, dai falli dionisiaci alle testimonianze lasciate dai rifugiati di guerra….e forse anche ai fantasmi?

Vi ricordiamo che il Museo di Villa Corsini è parte integrante delle collezioni archeologiche conservate al MAF.

Il console, il trono e la caccia: il tardoantico in tre bronzi del MAF

Il recente spostamento di un pezzo per una mostra* ha fornito l’occasione per il riallestimento di una vetrina nel corridoio dei bronzi al secondo piano del museo. Sono stati qui collocati tre bronzi tardoantichi, tutti datati nel corso del IV e V sec. d.C., che, oltre ad essere preziosi manufatti di toreutica, molto hanno da raccontare sulle abitudini e sulla vita dell’alta società dell’epoca.

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Piatto di Ardaburio. L’iscrizione recita: “vir inlustris comes et magister militum et consul ordinarius”

Il piatto di Ardaburio è un piatto d’argento che reca il nome di Flavius Ardabur Aspar, un comandante alano (della regione iranica) ucciso nel 471 d.C.; si tratta di un missorium o piatto di largizione, cioè un piatto onorifico donato come gratifica per un merito militare o per celebrare una ricorrenza. Al centro è rappresentato proprio lui, Ardaburio, seduto, con in mano lo scettro del potere consolare; con la destra regge quello che sembra un panno appallottolato. Si tratta della mappa, il pezzo di stoffa che i magistrati lasciavano platealmente cadere per dare il via nei giochi circensi, e che nella tarda antichità diventa un attributo distintivo della carica pubblica ricoperta. Accanto a lui è raffigurato il figlio, nello stesso atteggiamento. Ai lati sono due figure simboliche, probabilmente Roma (armata e con il globo in mano) e, forse, Costantinopoli. Al di sopra della scena, all’interno di due clipei, altri due consoli: Ardabur padre, console nel 427 d.C., e Plinta, console nel 419 e probabilmente imparentato con la famiglia.

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Spesso in età tardo antica le ville e i monumenti sono decorati con scene di circo; un esempio è il mosaico dalla villa romana del Casale presso Piazza Armerina (fonte)

I missoria nascono come oggetti donati dagli imperatori, ma ben presto anche i privati, seguendo l’esempio imperiale, adottano l’usanza di distribuire in omaggio al proprio seguito vasellame d’argento, per esempio in occasione della loro assunzione a un’importante carica pubblica. L’onnipresente presenza militare, la ricchezza e magnanimità del signore, i giochi del circo sono tutti elementi immancabili nel quadro della vita pubblica dei ricchi funzionari dell’impero nella tarda antichità, quando oramai i confini si sono ritirati e la capitale d’Occidente si è spostata a Ravenna (dal 402 d.C.). E in privato, come conducevano la vita questi signori?

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Facendo un balzo indietro di quasi un secolo possono rispondere la spalliera di trono e la placchetta intarsiata esposte nella stessa vetrina e datate entrambe alla metà del IV sec. d.C. La spalliera è la decorazione in lamina bronzea della parte posteriore di un trono di legno, a cui in origine era fissata; è decorata con scene incise e intarsiate in rame e argento, rappresentanti episodi di caccia. A sinistra è la cattura di un cavallo con il laccio; al centro la caccia al cervo con l’aiuto dei cani; a destra un cacciatore a piedi che conduce i cani. Le scene sono presumibilmente ambientate nel parco della grande villa porticata che compare sullo sfondo, dalla struttura complessa, con più padiglioni, che doveva essere la sede del ricco proprietario.

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La piccola lamina (larga circa 10 cm, intarsiata in oro e argento) presenta una analoga scena, suddivisa in due registri: nella parte superiore un cervo, già ucciso, viene trasportato legato a una pertica dai cacciatori accompagnati da un cane; sotto, invece, è il momento dell’uccisione. Sullo sfondo anche qui ci sono strutture architettoniche a padiglione che rimandano a un ambiente comunque antropizzato.

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Le stesse scene si trovano sui mosaici, come questo proveniente da Roma e conservato alla Centrale Montemartini, datato alla prima metà del IV sec. a.C. (fonte)

L’importanza della caccia quale attività tradizionalmente nobilitante (ma anche funzionale al reperimento di animali da sfruttare nei giochi gladiatori) in questo periodo è ben nota dalle numerosissime rappresentazioni musive che si conoscono, non a caso riconducibili ad ambienti di ville private, proprio quelle immortalate sullo sfondo delle scene stesse.

I reperti bronzei nuovamente esposti al MAF sono dunque estremamente significativi: non solo sono rare testimonianze del un periodo poco rappresentato nel nostro museo, ma aprono anche squarci interessanti sulla vita delle classi agiate nel momento cruciale di trasformazione e passaggio dalla storia antica a quella altomedievale.

* Il pezzo spostato è la lucerna con i santi Pietro e Paolo, in prestito a Pisa per la mostra “Nel solco di Pietro. La cattedrale di Pisa e la basilica vaticana”, fino al 23 luglio 2017.

#lartechelegge… in Egitto!

Torna anche quest’anno la campagna Maggio dei Libri, promossa dal Centro per i Libri e la Lettura e sostenuta dal Mibact con l’ashtag #lartechelegge, che contraddistinguerà la campagna social di questo mese. I visitatori dei musei italiani potranno divertirsi alla ricerca di libri, papiri, scritture raffigurati in sculture, vasi e affreschi delle epoche e delle collezioni più disparate, per condividerli poi sui social. Noi intanto cominciamo, se non proprio dall’inizio, almeno da mooolto tempo fa!

La scrittura dell’antico Egitto è uno degli aspetti che più affascina e intriga fin da bambini: chi non ha mai sentito parlare di geroglifici, di cartigli, della stele di Rosetta e della storia della sua decifrazione?

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I geroglifici dipinti nel XIX secolo come decorazione nella  sala III del museo. Vi si possono leggere i nomi di Umberto e Margherita di Savoia.

I geroglifici costituiscono un sistema estremamente complesso di scrittura; ad essi si accompagnavano altri due sistemi, lo ieratico (dal greco hierós, sacro) e il demotico (dal greco démos, popolo), il primo utilizzato dai sacerdoti come sistema semplificato di scrittura e il secondo, da esso derivato, impiegato per le esigenze della vita quotidiana soltanto dal VII sec. a.C. Mentre il geroglifico si serve di disegni stilizzati (a cui può corrispondere un oggetto -pittogrammi-, un concetto -ideogrammi- o semplicemente un suono), gli altri due sistemi impiegano segni più corsivi e più veloci da tracciare.

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Papiro con scrittura geroglifica (a sinistra) e ieratica (a destra)

Proprio per questa sua complessità, la scrittura era appannaggio di pochi eletti: il faraone, certamente, pochi nobili appartenenti alla sua corte e, soprattutto, gli scribi. Il loro percorso di studi iniziava fin da bambini e, perché acquisissero al meglio la capacità di scrivere, richiedeva molti anni: l’alfabeto infatti, che all’inizio contava circa settecento segni, vide aumentarli a dismisura nel corso dei secoli, fino a oltre cinquemila.

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La pianta di papiro coltivata nel giardino del MAF

Ma quali erano i “libri” degli antichi Egizi? I papiri, naturalmente. I fogli di papiro erano ottenuti lavorando la parte interna del fusto della pianta, che cresceva lungo le sponde del Nilo. Le strisce sottili che se ne ricavavano venivano giustapposte in più strati, con le fibre disposte in senso orizzontale o verticale, alternate; gli strati aderivano poi l’uno all’altro grazie alla loro stessa secrezione e venivano infine battuti e pressati; i lunghi rettangoli così ottenuti erano poi conservati arrotolati su se stessi. Si scriveva utilizzando lo stilo, una sottile bacchettina di legno che veniva spesso mordicchiata ad una estremità per renderla più flessibile e precisa; l’inchiostro utilizzato era di due colori: rosso, ottenuto con la polvere di minio o di cinabro, e nero, ottenuto con la fuliggine. A restituirci queste preziose informazioni sono i corredi di scribi che sono giunti fino a noi, che comprendevano le boccettine per la conservazione dell’inchiostro (dei veri e propri calamai) e le tavolette per riporre lo stilo e preparare il colore, come quelle conservate al museo.

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Il corredo dello scriba

I papiri non erano però l’unico supporto per la scrittura: oltre alle stele, incise e sovradipinte, per gli “appunti volanti” venivano utilizzati anche i cocci dei vasi rotti (óstraka in greco) o schegge di pietra avanzate dall’opera degli scultori: un comodo supporto usa e getta di nessun valore, che consentiva di non sprecare i preziosi fogli di papiro. Quelli conservati nel nostro museo riportano appunti, ma anche numeri e conteggi:

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Óstraka (in basso a sinistra i conteggi)

Gli scribi sono spesso rappresentati nelle sculture e nei rilievi egizi, quasi sempre sono seduti a gambe incrociate, la posizione che li contraddistingueva e che consentiva loro di appoggiare sulle gambe la tavoletta necessaria per sostenere il foglio su cui scrivevano.

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Il rilievo degli scribi

C’è però al MAF un rilievo molto famoso di epoca amarniana, noto appunto come rilievo degli scribi, che ci restituisce una scena molto vivida e articolata: su piani diversi sono rappresentati quattro scribi, intenti a fissare nella stessa direzione, con in mano la tavoletta e lo stilo, pronti a trascrivere tutto ciò che stanno ascoltando, come dei moderni giornalisti. La caratteristica di questo rilievo è la grande naturalezza con cui sono rese le figure e il rispetto della profondità della scena in contrapposizione alla consueta piattezza e schematicità, elementi che caratterizzano l’arte egizia soltanto nell’epoca della XVIII dinastia (quella di Tutankhamon), chiamata amarniana dalla città di El Amarna, in quel tempo capitale del regno. Il rilievo, del quale il MAF possiede solo un frammento, si completa con il pezzo oggi conservato al museo di Leiden, nel quale è ritratto il faraone che detta la legge.

#danzaconlarte al MAF: il dinos campana con i danzatori

Anche in questo post, come nel post precedente, dedicato alla geranos rappresentata sul vaso François, parliamo di danza nell’arte antica. Lo facciamo, ancora una volta prendendo spunto da un vaso della collezione del museo.

Il dinos campana attribuito a The Ribbon Painter, Firenze, Museo Archeologico Nazionale, 540-520 a.C.

Esso è esposto, in una vetrina tutta per sé, al II piano del museo; non è un vaso particolarmente grande, e serviva per mescolare l’acqua e il vino durante i banchetti degli aristocratici etruschi di Cerveteri. Tuttavia non è un vaso di produzione etrusca. Su di esso sono rappresentati dei danzatori a vernice nera che ne movimentano la superficie.

Questo manufatto appartiene ad una categoria poco diffusa, quella dei dinoi campana. Il dinos è per l’appunto un vaso utilizzato nel banchetto. Si chiama così perché in greco la parola dine, che significa girandola, indica il senso della tornitura e una sorta di impressione a girandola sul fondo dovuta proprio al segno lasciato dal tornio. Il nome Campana deriva invece dal Marchese Giovanni Pietro Campana che per primo collezionò oggetti di questo tipo e li identificò come classe a sé. Il Marchese Campana fu, nel corso dell’Ottocento, un grandissimo collezionista di antichità: sculture, vasi greci, gioielli antichi; verso la fine della sua carriera, però, caduto in disgrazia, gli fu confiscata l’intera collezione dallo Stato Pontificio; essa fu dispersa tra numerosi musei esteri (in primis il Louvre) e italiani, tra cui anche il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Tuttavia il dinos campana del nostro museo non appartenne alla collezione Campana, ma faceva già parte delle collezioni medicee e granducali.

I ballerini sul corpo del vaso: ognuno compie un movimento diverso

La storia del dinos campana è interessante. Esemplari di questa tipologia di vasi sono stati rinvenuti soltanto in corredi e tombe di Cerveteri: i ricchi aristocratici di Caere (in lingua etrusca Kaisra) amavano esibire proprio questo tipo di vasi, e non altri, al centro del banchetto. La produzione di essi però non si colloca né a Cerveteri e dintorni, né tantomeno in Etruria, ma addirittura nel Nord della Ionia, ovvero in quella parte della Turchia nordoccidentale in cui un tempo sorgevano le città di Focea e Clazomene: qui pochi artigiani lavorano tra il 540 e il 520 a.C. producendo questi manufatti che sono acquistati principalmente dalle classi artistocratiche di Cerveteri. Il nostro vaso, in particolare, viene attribuito al pittore noto come The Ribbon Painter, il cui marchio distintivo è un nastro attorcigliato sul fondo del vaso; nel nostro esemplare al posto del nastro si alternano fiori di loto a foglie dalla forma a cuore.

Sul vaso è rappresentata una scena di danza piuttosto dinamica: 11 giovani ballerini nudi sono raffigurati in pose molto vivaci tutte differenti le une dalle altre; non è stato rappresentato un ballo di squadra, perché ognuno sembra seguire una sua precisa coreografia con una movenza specifica. I ballerini hanno mani allungate e braccia lunghissime, cosce grosse, caviglie sottili e piedi allungati: la resa anatomica è semplificata, ma efficace e rende l’idea di corpi sinuosi che si muovono ritmicamente a passo di danza. Gli occhi a mandorla dei loro volti sono l’indizio definitivo che ci rivela la provenienza dall’area orientale dell’Egeo dell’artista.

#danzaconlarte al MAF: la “geranos”, la danza delle gru

Aprile trascorrerà, nella oramai ben nota campagna mensile di comunicazione Mibact, sotto l’insegna della danza, con l’ashtag #danzaconlarte. L’antichità ci ha lasciato innumerevoli rappresentazioni di danzatori e ballerini, ma forse non tutti sanno che una delle più importanti danze corali della Grecia antica quotidianamente si ripete in una delle vetrine più famose del MAF: quella del vaso François!

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Il lato B del Vaso François

Sul labbro del vaso, dal lato comunemente noto come B, è infatti la rappresentazione della geranos“, la “danza della gru”, celebrata da Teseo e dai giovani ateniesi scampati al Minotauro nel santuario di Apollo sull’isola di Delo.
Vuole il mito che Teseo, figlio del re di Atene Egeo, avesse accompagnato le sette coppie di ateniesi che la città doveva pagare come tributo al re di Creta Minosse, padre del Minotauro; i giovani sarebbero stati introdotti nel labirinto dove viveva il mostro dal corpo umano e testa di toro, affinché questi se ne cibasse.  Quando Teseo giunse a Creta la figlia di Minosse, Arianna, innamoratasi dell’eroe, gli consegnò un gomitolo di filo: srotolandolo mentre si addentrava nel labirinto e seguendolo dopo aver ucciso il mostro, Teseo uscì indenne dalla trappola cretese e salpò verso la patria, portando con sé Arianna. Prima di arrivare ad Atene la nave di Teseo fece però rotta verso l’isola di Nasso, dove Arianna fu abbandonata, e successivamente verso il santuario di Apollo a Delo, l’isola che aveva dato i natali al dio. Qui Teseo con i giovani ateniesi celebrò la buona riuscita dell’impresa con un rito particolare, quello della geranos, appunto. Si trattava di una danza in cui giovani e fanciulle, alternati, si tenevano per mano e con complesse evoluzioni spiraliformi mimavano l’ingresso e l’uscita dal labirinto, come racconta Callimaco nell’Inno a Delo:

“Teseo […] quando navigava, di ritorno da Creta coi fanciulli. Fuggivano il terribile muggito del selvatico figlio di Pasifae e la curva struttura tortuosa del labirinto. E ridestando, dea, il suono della cetra, con un cerchio di danze circondarono il tuo altare e Teseo guidò il coro.”
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Il fregio del labbro in cui è rappresentata la geranos

Sul vaso sono rappresentate, in contemporanea in un’unica scena, diverse sequenze, con una complessa sovrapposizione di piani temporali e spaziali. A sinistra si vede la nave di Teseo con a bordo i giovani esultanti: si tratta dell’arrivo a Delo, dove tutti festeggeranno celebrando l’impresa. In un continuum sono poi rappresentati i giovani che si tengono per mano, un maschio e una femmina, che seguono in un corteo danzante Teseo, che li guida con il suono della lira. Il fastoso abbigliamento dell’eroe e lo strumento che sostiene sono una chiara indicazione del fatto che si tratti di una “istantanea” della celebrazione e non del momento dell’uscita dal labirinto, quando Teseo sarà stato armato e vestito di abiti più semplici. Davanti a Teseo, accompagnata dalla nutrice (piccola, perché di importanza minore) si trova Arianna, che porge all’eroe un gomitolo.

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Teseo che conduce il corteo di danzatori al cospetto di Arianna, che gli porge il gomitolo, e della nutrice

Questo particolare apparentemente incongruente (Arianna era stata appena abbandonata sull’isola di Nasso!) introduce un altro piano di lettura: la celebrazione della geranos doveva prevedere, infatti, che i partecipanti al rito facessero rivivere tutta l’impresa che avevano portato a compimento in tutti i suoi momenti costitutivi, e la consegna del gomitolo era un momento saliente per il buon esito della vicenda. La geranos dipinta da Kleitías sul vaso François, dunque, non è soltanto il racconto di ciò che sarebbe avvenuto a Delo quando vi approdò Teseo col suo seguito, ma la rappresentazione di tutte le geranos che regolarmente, ogni anno, venivano ripetute sull’isola da celebranti sempre diversi: è il mito che rivive e si attualizza, ogni volta, attraverso le celebrazioni rituali.
Un ultimo, intrigante particolare, riguarda il nome della danza: geranos in greco antico significa gru. La gru è uno degli animali tradizionalmente legati ad Afrodite, e sappiamo che a Cipro e Nasso è attestato un culto di Arianna-Afrodite. Secondo Plutarco (Thes. 21) e Callimaco (Del. 306-309) Arianna, al momento della partenza da Creta, avrebbe donato a Teseo una statua di Afrodite, poi portata fino a Delo. Se quindi non si vuole supporre un semplice caso di coincidenza terminologica tra geranos-danza e geranos-uccello,  come pure da alcuni studiosi è stato proposto, la danza di Delo è veramente la danza delle gru. Questa danza, nota da un numero piuttosto consistente di rappresentazioni, avrebbe inoltre un fondamentale valore iniziatico. Per Teseo la vicenda del Minotauro infatti non è che l’ultima delle prove da superare per accedere a pieno titolo, al suo ritorno ad Atene, alla regalità in successione del padre; per i giovani che compivano il rituale si trattava di un rito di passaggio che dal mondo dei bambini li trasferiva definitivamente nella sfera degli adulti.

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Il particolare della nave di Teseo. nel cerchio rosso è ciò che rimane della firma di Kleitìas.

La geranos del François, dunque, agli occhi di chi sapeva leggerla, era molto di più di un semplice fregio decorativo: era un messaggio importante e denso di significato, così importante che una delle due firme che il pittore Kleitìas ha voluto apporre alla sua opera si trova proprio in corrispondenza della nave di Teseo.

Chimera Relocated: per un mese sarà a Palazzo Vecchio

In occasione del G7 per la Cultura, evento politico-culturale di portata mondiale che sarà ospitato a Firenze i giorni 30 e 31 marzo 2017, sono state predisposte alcune iniziative culturali di forte impatto. Una riguarda proprio la nostra Chimera di Arezzo, che si trasferirà per un mese, dal 28 marzo al 28 aprile 2017, nella Sala Leone X di Palazzo Vecchio. L’iniziativa si intitola “Chimera relocated. Vincere il mostro“.

La Chimera di Arezzo

Più che di un trasferimento, per la Chimera si tratta di un momentaneo “ritorno a casa”: sì, perché fu proprio nella Sala Leone X che essa fu collocata all’indomani della sua scoperta ad Arezzo a metà del Cinquecento. In un vecchio post abbiamo raccontato le vicende del suo ritrovamento, che avvenne il 15 novembre del 1553. Della sua scoperta era stata data immediata comunicazione a Cosimo I de’Medici, signore di Firenze, il quale la fece collocare, su suggerimento di Giorgio Vasari, proprio nella sala di Leone X, a simboleggiare  le forze negative e i nemici che Cosimo I aveva dovuto fronteggiare e sconfiggere, lui, novello principe etrusco. Vasari scrisse proprio “ha voluto il fato che la si sia trovata nel tempo del Duca Cosimo il quale è oggi domatore di tutte le chimere“.

Il ritrovamento fu senza dubbio una fortunata circostanza in un momento culturale in cui Cosimo I sosteneva un certo revival etrusco orientato a sostenere una primazia dell’arte etrusca su quella classica e romana, dovuta alla sua anteriorità, e a giustificare quindi culturalmente le sue ambizioni politiche.

La Chimera stette nella sala di Leone X fino al 1712, quando fu trasferita agli Uffizi. Qui la ritrae il pittore Johan Zoffany nel 1772, all’interno di una Tribuna degli Uffizi stracolma di opere d’arte e di oggetti antichi. Al 1784 risale invece il suo restauro con l’aggiunta della coda. Sì, perché al momento del suo rinvenimento, la Chimera era stata rinvenuta priva della coda che presumibilmente doveva aver avuto la forma di un serpente. A completare l’opera ci pensò lo scultore-restauratore Francesco Carradori, il quale realizzò un’inedita coda a testa di serpente che morde il corno della testa di capra morente sul dorso della Chimera. Ed è con queste fattezze che la Chimera si presenta oggi.

La Chimera nel centro della Sala Leone X di Palazzo Vecchio. Alle sue spalle il busto di Cosimo I de’Medici

Insieme alla Chimera, nella sala di Leone X il prossimo mese saranno esposti un busto di Cosimo I e una lettera indirizzata a Baccio Bandinelli nella quale è tratteggiata la figura della Chimera: è uno dei primissimi documenti nei quali si parla di essa.

Chimera Relocated fa parte delle manifestazioni di G7OFF, collaterali al G7 della Cultura. Nel corso di quest’esposizione temporanea, i visitatori del Museo Archeologico Nazionale in possesso del biglietto potranno accedere alle sale di Palazzo Vecchio con biglietto ridotto. Un ciclo di visite e attività per giovani, adulti e famiglie coi bambini accompagna la mostra per tutta la sua durata (qui il programma completo).

L’iniziativa è svolta in collaborazione tra il Comune di Firenze, MUS.E Firenze e il Polo Museale Regionale della Toscana, di cui il Museo Archeologico Nazionale di Firenze fa parte.

#creaturefantastiche sui gioielli etruschi

Se avete visitato la mostra permanente “Signori di Maremma” al piano terra del Museo sarete rimasti senz’altro abbagliati dallo splendore dell’oro di alcuni gioielli appartenuti al corredo della Tomba del Littore di Vetulonia.

La collana in vaghi d’oro e una delle fibule in oro della Tomba del Littore, Vetulonia, 630-625 a.C.

La tomba fu rinvenuta nel 1897 dall’archeologo Isidoro Falchi. Era una fossa centrale ad unica deposizione, ricoperta di pietre e terra. Al suo interno era stato inumato un uomo, di cui però si conservavano, al momento del ritrovamento, scarsissimi resti ossei. Il corredo invece, si è preservato piuttosto bene ed ha restituito un quadro molto interessante del personaggio. Tra gli oggetti più eclatanti vi è un’ascia bipenne (a due lame) in ferro, legata ad un fascio di verghe: è proprio essa che ha dato il nome alla tomba, del Littore appunto, per il riferimento ai fasci littorii dei magistrati romani; tramanda il poeta latino Silio Italico che fu proprio da Vetulonia che i Romani presero l’uso dei fasci, durante il regno di Tarquinio Prisco.

Del corredo della tomba fanno parte numerosi frammenti in bronzo riferibili ai finimenti di un carro. Questi, insieme all’ascia bipenne e ai gioielli in oro, tratteggiano la figura di un personaggio di altissimo lignaggio, sicuramente un capo.

E vediamoli, finalmente, questi gioielli.

Dovevano essere stati deposti tutti insieme in un contenitore a lato della testa del defunto; sono tutti in oro, finemente lavorati da orafi esperti. Una collana in vaghi di lamina d’oro, una coppia di fermatrecce e una coppia di armille (bracciali), una fibula a sanguisuga e una fibula a drago (così nominate per la forma dell’arco) fanno già intendere la bravura degli orafi. Ma su altri gioielli questi artisti dell’oro hanno dato fondo a tutta la loro arte, realizzando dei veri preziosi capolavori. Sui quali sfilano tante creature fantastiche.

Sono tre grandi fibule decorate a stampo, due fibule più piccole, ma finemente decorate a pulviscolo e uno spillone dalla capocchia decorata a pulviscolo. La decorazione a pulviscolo è una finissima tecnica di lavorazione dell’oro che consiste nel saldare insieme granelli di oro piccolissimi su una lamina. Quando i grani sono veramente microscopici, come nei casi che andremo a vedere, si parla di pulviscolo, nei casi in cui i grani sono più grandi, si parla di granulazione. Si tratta di una tecnica giunta in Etruria, a Vetulonia in particolare, per il tramite di artigiani provenienti dall’Oriente mediterraneo. Siamo in quella fase che si definisce Orientalizzante: VII secolo a.C.

Una delle tre grandi fibule decorate a sbalzo con creature fantastiche

Le tre grandi fibule colpiscono per le loro dimensioni eccezionali. Sono lunghe infatti 20-21 cm, e sono fibule del tipo a sanguisuga, così definito per via dell’arco rigonfio che richiama, nella forma, una sanguisuga. Sono in lamina d’argento rivestita in foglia d’oro. La staffa è percorsa da una sfilata di animali fantastici, principalmente leoni alati, e sfingi, che marciano verso destra, tutti ordinatamente uno dietro l’altro. Le tre fibule sono pressoché identiche, e sull’arco hanno, sempre a sbalzo, decori a motivi vegetali. Si datano tra il 630 e il 625 a.C.

Un’altra fibula a sanguisuga, con lunga staffa, in oro ma di dimensioni minori, 15 cm, e più sottile, è decorata, sia sull’arco che sulla staffa, a pulviscolo: sulla staffa in particolare animali alati, volatili e serpentelli avanzano in fila verso destra. Chiude la fila una chimera, riconoscibile dalla testa di capra sul dorso.

La fibula con arco configurato a sfinge

Un’altra fibula d’oro, più piccola, lunga 8,5 cm, ha l’arco configurato a sfinge alata. Il volto della sfinge è finemente cesellato, le ali e il corpo sono decorate a pulviscolo, così come a pulviscolo sono resi gli animali che sfilano sulla staffa.

Lo spillone in oro dalla tomba del Littore. Dettaglio della testa sferica

Infine, un lungo spillone in oro ha una testa sferica decorata, sempre a pulviscolo, con animali fantastici che sfilano in entrambe le direzioni.

Sfilate di animali reali e fantastici sono molto comuni nel periodo Orientalizzante, sia in Etruria che in Grecia. In entrambi i casi l’ispirazione deriva dall’Oriente Mediterraneo, da cui i Greci prendono l’iconografia delle creature fantastiche, come leoni alati, sfingi, grifi, e le ripropongono nelle proprie produzioni artistiche, principalmente sulla ceramica. Analogamente in Etruria, fregi di animali reali e fantastici che sfilano si trovano sulle oreficerie, come in questo caso, ma anche sui vasi di produzione etrusco-corinzia, sui buccheri e, a Vetulonia, su un oggetto eccezionale: l’urna cineraria rivestita in argento della Tomba del Duce, decorata a sbalzo, sia sulla cassa che sul coperchio a doppio spiovente, con teorie di animali reali e fantastici: leoni, tori, chimere, grifi. Siamo anche in questo caso nella seconda metà del VII secolo a.C., in presenza di un personaggio di altissimo lignaggio, con un corredo ricchissimo. L’urna fu rinvenuta in frammenti e non fu facile ricostruirne la forma e la decorazione. Anche se è stata integrata in più punti, tuttavia è stato possibile intuirne la decorazione su tutta la superficie. Anch’essa è esposta alla mostra “Signori di Maremma” e testimonia di un periodo ricchissimo e floridissimo per le aristocrazie etrusche.

#creaturefantastiche… d’Egitto!

La campagna social del Mibact per il mese di marzo è dedicata alle creature fantastiche. Il nostro museo è per sua stessa natura un meraviglioso bestiario di mostri, demoni, creature ibride e magiche che, se certo non spaventano più come un tempo, non cessano comunque di esercitare il loro potente fascino sui visitatori grandi e piccini. 

Le sale in cui forse la fantasia dei curiosi trova maggiore soddisfazione sono quelle del Museo Egizio, che ci restituiscono nei vividi colori originali le immagini delle numerosissime divinità che “popolavano” le sponde del Nilo.

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Le principali divinità egizie (fonte)

Nell’antico Egitto la divinità mantiene sempre una importante componente zoomorfa: ogni dio viene indifferentemente raffigurato in forma umana (se ne ha una), animale o con il corpo umano e la testa animale. È così per Horus, il dio-falco figlio di Osiride, o per Hathor, la dea-vacca che incontriamo sotto forma di animale e in forma umana, ma con le corna di vacca (tra le quali è inserito il disco solare) nel rilievo di Seti I. Hathor era la dea-madre, dea dell’amore e aveva il compito di scortare il faraone nell’Aldilà.

Hathor

La dea Hathor in forma umana, a sinistra, e in forma di vacca, a destra

La scultura in granito rosa che rappresenta la dea proviene dall’Iseo del campo Marzio a Roma, dove fu portata come bottino; accucciato tra le zampe dell’animale è il faraone Horemheb (1319-1291 a.C.), identificato da una iscrizione, intento a bere il latte dalle sue mammelle. Il latte aveva per gli antichi Egizi un importante significato rituale, legato alla purificazione e alla resurrezione.

Toth,  invece, il dio inventore della scrittura, ha addirittura due forme animali, di babbuino e di ibis. Toth lo troviamo nei frammenti di papiro che ci restituiscono una parte ben nota del libro dei morti, quella relativa all’ingresso del defunto nell’Aldilà e alla cerimonia della pesatura del cuore. Il libro dei morti era un testo sacro nell’antico Egitto in cui erano raccolte preghiere e il racconto di tutti i passaggi che l’anima doveva affrontare per arrivare nel Regno dei Morti, compreso quello della pesatura: il cuore del defunto (che rimaneva nel corpo mummificato, a differenza degli altri organi che venivano rimossi) veniva messo sul piatto di una bilancia, mentre sull’altro era posta la piuma attributo della dea Maat, divinità dell’ordine, della verità e della giustizia.

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Scena della pesatura del cuore: da sinistra Thot, con testa di Ibis, è il giudice e scrive; Ammit, di cui si vede solo la testa di coccodrillo, è pronta a divorare il cuore impuro; Anubi, con testa di sciacallo, ha il ruolo di accompagnare il defunto; sulla bilancia è di nuovo rappresentato Toth, questa volta in forma di babbuino; alla scena è presente anche Horus, con testa di falco.

Solo se la bilancia fosse rimasta in equilibrio il cuore sarebbe stato puro e avrebbe permesso di accedere alla vita eterna; in caso contrario il cuore sarebbe stato divorato da Ammit, un mostro femmina chiamato anche “la divoratrice“, che si trova sempre rappresentato in questa scena: una creatura con testa di coccodrillo, parte anteriore del corpo di leone e parte posteriore di ippopotamo.

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Un’altra creatura fantastica, la cui benevola presenza aleggia nelle ultime sale del Museo Egizio, è Bes: un nano grottesco dalle fattezze mostruose, con gli occhi sporgenti e la lingua fuori tra i riccioli di una folta barba.

bes

Bes è un demone protettore della casa e che sovrintende alla nascita dei bambini: il suo aspetto minaccioso e le sue smorfie hanno la funzione di allontanare gli spiriti maligni. La scultura conservata al museo, datata al periodo tolemaico, in origine era probabilmente il capitello di una colonna.

E voi, quali altre #creaturefantastiche avete trovato?

#8marzoalmuseo: la più bella tra le donne (e tra le dee!)

Cipride*, che fra gli dei il desiderio dolce fomenta, e sopraffà in suo dominio le stirpi di genti mortali…
(Inno omerico ad Afrodite)

L’8 marzo al MAF è l’occasione per raccontare le donne nel mondo antico: i volti più noti del museo, la vita quotidiana e il mito. Quest’anno vi presentiamo infatti un itinerario alla ricerca della più bella tra le donne e le dee, Afrodite, proprio a partire dal recente riallestimento all’interno del percorso museale di una scultura che la rappresenta.
La prima Afrodite che accoglie i visitatori si trova al piano terreno, nell’ambiente di passaggio oltre l’ingresso del museo: si tratta di una scultura in marmo probabilmente italico. Si tratta dell’Afrodite “tipo Louvre-Napoli”, derivante da un prototipo verosimilmente di bronzo della fine del V sec. a.C., attribuito allo scultore Callimaco. La copia esposta sarebbe da datare ancora in tarda ellenistica (I sec. a.C.).

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Una copia? Sì, la maggior parte delle sculture greche che conosciamo sono repliche (risalenti a varie epoche) delle statue originali; esse venivano create ad uso dei ricchi cittadini romani, che amavano utilizzarle per decorare le dimore della Capitale e, soprattutto, i loro fastosi giardini, che risultavano così “popolati” da divinità e creature fantastiche seminascoste nel verde, come in una ambientazione teatrale.

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La replica, integra, conservata al Louvre (fonte)

La statua del tipo in questione raffigura la dea con un braccio alzato a sollevare un lembo del mantello ed uno portato in avanti; le copre il corpo un chitone leggerissimo, reso con un panneggio che gli studiosi definiscono “bagnato“: la stoffa infatti aderisce completamente al corpo, disegnandone le forme in maniera sensuale, come se fosse inzuppata d’acqua.
Un’altra Afrodite, o meglio Turan, come la chiamavano gli Etruschi, si trova al primo piano del museo, incisa su uno specchio in bronzo etrusco. L’incisione decorava la parte posteriore dello specchio, dalla superficie leggermente concava (sull’altra, leggermente convessa e lucidata, ci si specchiava). Nello specchio sono incise quattro figure: a sinistra la coppia formata dagli amanti Laran (Marte) e Turan; a destra Elena e Paride, coppia nata proprio per l’intercessione della dea. Turan, qui abbigliata con una lunga tunica, è spesso rappresentata sugli specchi e sugli oggetti della toeletta femminile per la sua affinità col mondo muliebre.

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Altre immagini di Afrodite si trovano rappresentate sui vasi attici esposti al secondo piano del museo, e anche queste sono legate al ciclo della guerra di Troia,  o meglio alla sua ragione scatenante. La guerra tra Greci e Troiani scaturì infatti a seguito del rapimento di Elena, moglie di Menelao, da parte di Paride, principe troiano. Ma perché Elena fu rapita? La causa furono proprio le trame di Afrodite, che nella gara di bellezza con Atena ed Era corruppe il giudice Paride con la promessa dell’amore della più bella tra le donne, appunto Elena. Sui vasi conservati al MAF Afrodite è rappresentata sia  nella scena col giudizio di Paride che come invitata al matrimonio di Peleo e Teti.  Fu proprio a quel matrimonio, infatti, che Eris,  la dea della discordia, adirata per non essere stata invitata, lanciò sul tavolo la mela d’oro con su scritto “alla più bella”, provacando il litigio tra le dee.

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Anfora attica, 510 a.c. circa.

Su un’anfora a figure nere le tre dee sono condotte da ermes, messaggero degli dei, al cospetto di Paride, che dovrà scegliere la più bella; sul vaso François, invece, nel fregio principale, Afrodite partecipa accompagnata da Ares al corteo divino in onore delle nozze di Peleo. Le figure non si vedono, ma siamo certi della loro presenza grazie ai nome scritto vicino all’ansa.

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Ricordiamo che mercoledì 8 marzo, per la Giornata Internazionale della Donna, l’ingresso al MAF (come in tutti i musei statali) sartà gratuito per tutte le donne.

*Afrodite viene chiamata anche Cipride perché, subito dopo la nascita dalla spuma del mare, sarebbe approdata a Cipro, dove era particolarmente venerata.