Le gare sportive nell’antica Grecia: non solo Olimpiadi

Le Olimpiadi sono la manifestazione sportiva più importante al mondo. Hanno carattere mondiale, poiché tutte le nazioni della Terra possono partecipare e si svolgono ogni 4 anni. Nelle due settimane di gare la popolazione di ogni stato si concentra a fare il tifo per i propri atleti, qualunque sia la disciplina per la quale gareggiano. Ci sono gli atleti più noti e più amati, quelli meno noti ma ugualmente celebrati. È una grande festa sovranazionale.

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Quando nel 1896 si svolsero le prime Olimpiadi moderne, ad Atene, Pierre Decoubertin volle rievocare proprio lo spirito delle Olimpiadi dell’antica Grecia: anch’esse all’epoca si svolgevano ad intervalli di 4 anni e avevano carattere sovranazionale, tanto che partecipavano sia atleti provenienti dalle varie città stato della Grecia propria che atleti provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale e della Sicilia. I vincitori delle gare diventavano famosi, ad essi venivano dedicati componimenti poetici e statue nei santuari.

Le Olimpiadi erano senz’altro la manifestazione sportiva più importante dell’antica Grecia, ma non erano l’unica. Nel mondo greco l’agonismo era fortemente legato alla religione. Le varie póleis, le città-stato della Grecia, organizzavano molti giochi, alcuni dei quali a livello locale, altri di importanza panellenica, ovvero aperti a tutte le altre città. Non si trattava solo di gare sportive, ma di eventi nel corso dei quali si svolgevano anche celebrazioni religiose, processioni, sacrifici. In molti casi, poi, le gare agonistiche erano fatte per celebrare la morte di personaggi importanti: la descrizione dei giochi funebri organizzati da Achille per i funerali di Patroclo nell’Iliade è la più antica testimonianza di competizioni sportive nell’antichità ed è davvero minuziosa: descrive la corsa a piedi e con i carri, il lancio del disco e del giavellotto, il pugilato, la lotta, lo scontro con le armi, il tiro con l’arco.

i giochi funebri in onore di Patroclo rappresentati sul vaso François, Museo Archeologico Nazionale di Firenze

i giochi funebri in onore di Patroclo rappresentati sul vaso François, Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Oltre alle Olimpiadi, dunque, nell’antica Grecia esistevano tanti altri Giochi. Vediamo brevemente i principali:

I giochi Panatenaici

L'atleta si veste per la corsa armata - oplitodromìa. Firenze, Museo Archeologico Nazionale

L’atleta si veste per la corsa armata – oplitodromìa. Firenze, Museo Archeologico Nazionale

Introdotti da uno dei primi re di Atene, Erittonio, inizialmente erano giochi locali, e solo con Pisistrato nel 528 a.C. furono aperti anche agli atleti delle città alleate. Furono poi sospesi per un certo tempo finché non li ripristinò Pericle nel 460 a.C. Chiamati anche Panatenee, erano celebrati in onore di Atena Poliàs, dea protettrice della città. Momento fondamentale di questa festa era la grande processione che coinvolgeva tutta la città e che giungeva fino all’Acropoli, dove le fanciulle di famiglia nobile vestivano con un peplo la statua della dea. Il fregio scolpito a rilievo della cella del Partenone descrive perfettamente questa processione, cui partecipavano le autorità cittadine, i cavalieri e, simbolicamente gli dei. Le feste duravano alcuni giorni; gli agoni sportivi si svolgevano nel quarto, quinto e sesto giorno: erano lo stàdion, ovvero la corsa, il pentathlon, la lotta, il pugilato, il pancrazio, la corsa dei carri, la corsa a cavallo e la corsa in armi (oplitodromìa). Il premio per il vincitore era un’anfora colma di olio chiamata anfora panatenaica. Su di essa da un lato era rappresentata Atena armata di elmo, scudo e lancia e dall’altro la disciplina nella quale l’atleta aveva trionfato. Nel caso dell’anfora panatenaica del nostro museo (di cui abbiamo parlato qui) la disciplina è la corsa col carro tirato da quattro cavalli, il téthrippon, ma esistevano anfore in premio per ogni specialità.

la corsa col carro - téthrippon - sull'anfora panatenaica del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

la corsa col carro – téthrippon – sull’anfora panatenaica del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

I Giochi Pitici o Delfici

Svoltisi per la prima volta nel 590 a.C., i giochi Pitici si svolgevano a Delfi, dove sorgeva il santuario di Apollo Python, presso il quale si recavano tutti coloro che volevano consultare l’oracolo prima di compiere qualsiasi impresa. Era un luogo di grande importanza, non solo religiosa, ma anche politica, per tutta la Grecia. I Giochi, che avevano valenza panellenica, ovvero erano aperti a tutti i Greci, non erano solo atletici, ma prevedevano anche gare di musica, di drammaturgia e di poesia. Anche questi Giochi si svolgevano ogni 4 anni, ad agosto, nel terzo anno di ciascuna olimpiade e prevedevano gare di atletica e corse di cavalli.

I Giochi Istmici

Scena di lotta su uno stamnos, vaso contenitore di liquidi, dipinto dal pittore di Troilos (490-480 a.C.). Firenze, Museo Archeologico Nazionale

Scena di lotta su uno stamnos, contenitore per liquidi, dipinto dal pittore di Troilos (490-480 a.C.). Firenze, Museo Archeologico Nazionale

Si svolgevano a Corinto, sull’Istmo che unisce il continente alla penisola del Peloponneso. L’istituzione di questi giochi è molto antica e si perde nel mito. Secondo alcuni scrittori antichi i primi a gareggiare nei Giochi Istmici furono addirittura gli dei Poseidone e Eolo, mentre secondo altri li fondò l’eroe Teseo. Erano gare molto frequentate, che richiamavano un grandissimo pubblico e una grandissima partecipazione da tutta la Grecia e non solo. Tuttavia, non raggiunsero mai il livello di importanza dei giochi Olimpici. I Giochi Istimici dovettero essere interrotti nel 146 a.C., anno in cui i Romani distrussero la città di Corinto e ripresero solo quando, un secolo dopo, Giulio Cesare fece ricostruire la città.

Questi erano i principali giochi panellenici che si svolgevano in Grecia e che coinvolgevano e impegnavano attivamente le poleis. L’atleta che gareggiava rappresentava la sua polis e se vinceva veniva onorato e celebrato nella sua città. Non esistevano gare di squadra nell’antichità: era l’atleta singolo che si misurava con se stesso e che vinceva senza bisogno di altri. C’era un solo vincitore, non esisteva un secondo o un terzo classificato. E soprattutto il detto di Pierre Decoubertin, promotore delle Olimpiadi moderne, “L’importante è partecipare” era totalmente estraneo ai Greci: per loro l’importante era vincere, la vittoria dava la gloria, accostava agli dei. E come gli dei, immortali, alcuni nomi e gesta di atleti greci sono giunti fino a noi, grazie alle fonti antiche che ce li hanno trasmessi e alla scoperte archeologiche che ce li hanno restituiti.

Avviso ai visitatori: a Ferragosto il museo è chiuso

ferragosto chiusoA Ferragosto il museo resterà chiuso. Per la precisione sarà chiuso sia domenica 14 che lunedì 15 agosto, mentre riaprirà con il consueto orario martedì 16 agosto.

La chiusura rientra nell’orario estivo 2016 del museo, secondo il quale il museo rimane chiuso tutti i festivi, eccetto la prima domenica del mese che corrisponde alla #domenicalmuseo, istituita dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e che prevede la gratuità del biglietto d’ingresso a quanti vogliono visitare il museo in quel giorno.

Ferragosto è giorno di ferie per eccellenza fin dai tempi dell’imperatore Augusto. Fu proprio lui anzi ad istituire le Feriae Augusti, espressione che significa letteralmente “riposo di Augusto”, per indicare un periodo di festeggiamenti e di riposo, appunto, al termine della lunga stagione dei raccolti agricoli. La festa è poi stata assimilata dalla Chiesa che il 15 agosto celebra l’Assunzione di Maria, ma nel nome ha mantenuto la sua più antica origine romana.

Il MAF alle Olimpiadi

Dal 5 al 21 agosto si terranno a Rio de Janeiro le XXXI Olimpiadi; il Mibact, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del CONI, promuoverà con una iniziativa nazionale la cultura del nostro paese.

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La #domenicalmuseo del 7 agosto sarà infatti dedicata al tema dello sport in tutti i musei che aderiranno all’iniziativa, e sarà esposta un’opera particolare attinente al tema a cui sarà dato particolare rilievo (qui le opere esposte da tutti i musei).

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La copertina dell’evento dedicata al MAF

Il MAF ha scelto di esporre l’anfora panatenaica attribuita al pittore Lydòs, risalente al VI sec. a.C., per il suo stretto legame con le competizioni sportive nell’antichità; la domenica 7 agosto il direttore del museo, dott. M. Iozzo, illusterà l’opera ai visitatori a cadenze regolari.

L’anfora in questione, come recita l’iscrizione, Tón Athénethen áthlon (“questo è [il premio] delle gare in Atene”), alta più di mezzo metro e capace di oltre 40 litri, era una delle 140 che spettavano, colme dell’olio ricavato dagli ulivi sacri ad Atena, al vincitore della più importante gara sportiva delle Panatenee. La principale festa religiosa dell’antica Atene si svolgeva, infatti, in onore della divinità protettrice della città, Athená Poliás (Atena dea della Pólis, ovvero della città con il suo territorio), per otto giorni a partire dall’anniversario della nascita della dea, il 28 del mese di Ecatombeone (fine luglio), e ad essa partecipavano tutti i cittadini liberi, comprese le donne.

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Nel 566 a.C. le antiche celebrazioni furono riorganizzate dal tiranno Pisistrato, che seguendo il modello dei Giochi Olimpici – le analoghe feste che si tenevano a Olimpia in onore di Zeus – stabilì anche per le Panatenee una cadenza quadriennale, ma nel terzo anno di ogni Olimpiade, perché non vi fossero sovrapposizioni. Per la sua antichità, l’anfora, commissionata dal governo di Atene a un vasaio per il quale Lydós lavorava come pittore, è riferibile appena alla terza o quarta edizione dei Giochi Panatenaici, quella del 558 o del 554 a.C., come conferma l’assenza di alcuni elementi (la colonna sormontata da un gallo, simbolo dell’agón, lo spirito della competizione, e l’iscrizione sulla fronte, posta lateralmente e in verticale) che poco dopo, dal 550 circa a.C., diventeranno standard e rimarranno tali per quasi tre secoli.

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La disciplina sportiva premiata è in questo caso il téthrippon, la corsa con la quadriga, raffigurata al galoppo sul lato posteriore del vaso, con l’auriga dalla caratteristica tunica bianca (chitón poderés) e con il pungolo (kéntron) in mano. Sul lato principale, il vincitore, con la benda rossa con la quale si cingerà il capo (tainía niketéria, la “benda della vittoria”), è rappresentato di fronte ad Atena.

Questa anfora ebbe una lunga storia: a un certo punto della sua storia, infatti, lnon sappiamo se vuota o piena, prese la via dell’Etruria, dove finì per essere deposta nella tomba di un aristocratico signore di Orvieto, in cui è stata ritrovata durante gli scavi ottocenteschi.

In Toscana sono due i musei del Polo Museale Regionale che aderiscono all’iniziativa: oltre al Museo Archeologico di Firenze c’è anche il Museo Archeologico Mecenate di Arezzo, che esporrà l’anfora con Pelope e Ippodamia.

L’ashtag per seguire l’evento sui social è #italianmuseums4olympics

Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze visto da voi

Molti visitatori quando entrano in museo chiedono se possono scattare fotografie alle opere esposte. La risposta è presto data: certamente, purché senza flash e senza cavalletto. In particolare la Legge 29 luglio 2014, n. 106 (più nota come Artbonus) all’art. 12 comma 3-bis chiarisce in quale modo i visitatori possono scattare foto all’interno dei musei:

Sono libere le seguenti attività, svolte senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:

  1. la riproduzione di beni culturali, diversi dai beni bibliografici e archivistici, attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione di esso a sorgenti luminose, né, all’interno degli istituti della cultura, l’uso di stativi o treppiedi;
  2. la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere riprodotte a scopo di lucro, neanche indiretto.

In particolare ci interessa il secondo punto, che tocca un tema molto importante: la divulgazione del nostro patrimonio culturale attraverso la diffusione (sui social network) di foto che riproducono opere, monumenti, oggetti, luoghi. Indubbiamente i social media hanno cambiato il nostro modo di comunicare e di vivere e non solo: nel caso delle immagini, ecco che la foto ricordo di un tempo diventa una foto da mostrare, da condividere. Le foto scattate nei musei e condivise sui social diventano esse stesse veicolo di diffusione della conoscenza. Attraverso le fotografie dei visitatori, non solo viene trasmessa l’immagine del museo, ma viene diffusa un’immagine personale, e quindi molto più coinvolgente.

Abbiamo fatto un giro su instagram, il social media dedicato espressamente alla condivisione di immagini. Abbiamo cercato le foto geotaggate con Museo Archeologico Nazionale di Firenze per sapere com’è il museo visto da voi, e ci siamo emozionati.

Come rimanere insensibili, infatti, davanti a questa piccola visitatrice che legge i geroglifici alla sua mamma?

Oppure è l’opera stessa che parla, come il volto stupendo di questa signora dell’oasi del Fayum: una donna egiziana che visse in età romana e il cui ritratto, consegnato all’eternità, oggi ci guarda dritto negli occhi:

O ancora, è un mosaico di immagini a costituire la foto da condividere per veicolare un messaggio: questa storia è la tua storia!

C’è, poi, chi sa cogliere dettagli di grande bellezza e realizza scatti che lasciano a bocca aperta, come questo ritratto del giovane efebo di Fiesole:

A photo posted by Poppy Grima (@poppyfgrima) on

E poi c’è lei, ovviamente, la Chimera di Arezzo, alla quale su instagram è dedicato il maggior numero di scatti:

A photo posted by Avital Legar (@avitalegar) on

Oltre ai visitatori, sono gli stessi musei e istituzioni culturali oggi i primi a condividere immagini delle proprie opere e delle proprie collezioni, col fine di farle conoscere al grande pubblico. È per questo che vi annunciamo che anche il Museo Archeologico Nazionale di Firenze d’ora in avanti ha un suo account su instagram! Ci trovate come @museo_archeologico_firenze. Pubblicheremo le nostre opere, immagini degli eventi in corso e riposteremo le foto dei visitatori. Perché ci piace vedere il museo come lo vedete voi.

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Il Museo Archeologico a MusArt festival 2016

Il mese di luglio a Firenze vedrà protagonista piazza SS. Annunziata, con una serie di eventi che approfitteranno dei suoi spazi e dei monumenti che la circondano. Nell’ambito dell’Estate Fiorentina è infatti in cartellone, dal 19 al 23 luglio, MusArt Festival, un festival pensato per coniugare arte, musica e cibo.

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BitConcerti propone al pubblico di fiorentini e non una serie di ‘percorsi emozionali’ che abbiano il loro fulcro nell’abbinamento di un concerto con la visita di un giardino, di un luogo di culto o di un palazzo monumentale insieme ad occasioni gastronomiche selezionate. Coloro infatti che acquisteranno il biglietto per assistere ad uno dei concerti del festival, potranno visitare gratuitamente alcuni dei luoghi d’arte più significativi, accessibili dalla piazza. Il MAF sarà presente con il suo giardino munumentale, aperto per l’occasione con visite guidate alle tombe etrusche ricostruite al suo interno.

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Le visite potranno avvenire a partire dalle ore 20.00 fino ad inizio concerto. L’allestimento della piazza sarà di tipo teatrale e saranno presenti al suo interno alcuni punti ristoro.

Uno sguardo sul fiume: Dall’Arno, l’archeologia racconta Firenze

Il 2016 è l’anno delle celebrazioni dei 50 anni dall’alluvione del 1966. Tuttavia l’Arno non è stato solo una minaccia, anzi, per la storia di Firenze, è stato soprattutto fonte di vita, ricchezza, contatti. Ce lo racconta “Uno sguardo dal fiume”, la proposta di turismo culturale di Cooperativa Archeologia – Enjoy Firenze, per l’Estate Fiorentina 2016, che è un invito a guardare Firenze da un altro punto di vista.
Dal 7 luglio al 1 settembre, attraverso il metodo dell’archeologia narrante, dieci appuntamenti racconteranno la storia della città vista dal suo fiume e dai protagonisti della sua storia artigianale e produttiva. Un’esperienza unica tra storia, cultura, natura, al tramonto della primavera fiorentina.

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Uno sguardo dal fiume cucirà insieme due momenti, quello di approfondimento all’interno della Torre della Zecca dal titolo “La stanga, il pane di legno e l’acque bianche”, che farà rivivere alcuni aspetti della vita sul fiume nel XVII secolo, attraverso le storie dei traghettatori e foderatori che percorrevano l’Arno da Pratovecchio a Firenze, e due tipologie di itinerario sul fiume: la navigazione del tratto monumentale di Firenze tra Ponte Vecchio e ponte S.Trinita, in collaborazione con l’Associazione Renaioli, effettuata sui barchetti originali, e una seconda proposta di navigazione del tratto “periferico” dell’Arno, con la visione dal fiume degli impianti produttivi storici (mulini e gualchiere), in collaborazione con l’Associazione T-Rafting. In entrambi i casi, a bordo ci sarà una guida archeologica.
Attraverso la visita dal fiume si riscopriranno o si conosceranno per la prima volta edifici storici e attività produttive ormai in disuso, ma che hanno contribuito a rendere Firenze la potenza economica, politica e artistica che fu dal XIV secolo: il trasporto del legno dal Casentino per l’edilizia monumentale, i mulini che “davano da mangiare” alla città, le gualchiere centro di produzione di quei tessuti che resero Firenze celebre nel mondo.

Il tutto sarà possibile grazie al metodo dell’archeologia narrante, una forma di comunicazione sperimentale creata e promossa dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il cui primo obiettivo è far raccontare ai musei e ai siti archeologici le loro storie, senza l’utilizzo dei tradizionali linguaggi educativi, ma attraverso l’azione scenica e le arti performative.
Vedere la città monumentale e i suoi antichi edifici produttivi ormai in disuso dal fiume, raccontati dall’archeologo a bordo, sarà l’occasione per conoscere la città da una prospettiva completamente nuova e per scoprire luoghi incredibili, come i mulini e le gualchiere, visitabili solo dall’acqua. In questo modo, Firenze non sarà più una cartolina e le sue storie meno conosciute torneranno a vivere.

Le date in calendario sono: 7, 12, 20, 21, 26 e 28 luglio; 1, 25 e 30 agosto; 1 settembre. Per gli orari si rimanda al sito www.enjoyfirenze.it. Ingresso a pagamento alle visite, prenotazione obbligatoria allo 055-5520407 e a turismo@archeologia.it. Per ulteriori informazioni www.enjoyfirenze.it

 

 

30 giugno 1816: inizia l’avventura archeologica di Belzoni

Esattamente duecento anni fa iniziava in questo giorno l’avventura archeologica di un appassionato viaggiatore, esperto di idraulica e studioso di arte antica: Giovan Battista Belzoni, ex monaco, commerciante di oggetti sacri, fenomeno da baraccone nei teatri inglesi e massone.

Belzoni ritratto nel frontespizio della sua opera (foto http://digital.library.mcgill.ca/writing_company/fullrecord.php?ID=10575)

Belzoni ritratto nel frontespizio della sua opera (foto http://digital.library.mcgill.ca/writing_company/fullrecord.php?ID=10575)

In Egitto era arrivato la prima volta in cerca di fortuna vendendo le sue competenze idrauliche per un nuovo programma agricolo; al Cairo conobbe la maestosità dell’arte egizia e ne rimase profondamente affascinato. Riuscì ad aggiudicarsi il lavoro di spostamento del grande busto di Ramesse II da Luxor alle acque del Nilo, dove avrebbe potuto essere imbarcato alla volta dell’Inghilterra con destinazione il British Museum. L’impresa di spostamento si concluse in soli quindici giorni, al termine dei quali Belzoni si avventurò più a sud in esplorazione delle rovine archeologiche, e compì scavi a Karnak e nella Valle dei Re.

Tornato al Cairo al termine del 1816 preparò subito un secondo viaggio per l’anno successivo. Il 18 ottobre 1817 scoprì la tomba di Seti I (1289-1279 a.C.), il padre di Ramesse II, decorata da splendidi rilievi policromi: di essi Belzoni fece realizzare tutti i calchi grafici con l’intenzione di realizzare in Inghilterra una ricostruzione della tomba. Quando però la tomba fu visitata nuovamente da una spedizione archeologica, quella guidata da Champollion e Rosellini, si decise per la brutale asportazione dei rilievi, parte dei quali sono oggi conservati al Louvre e al MAF.

Il pilastro della tomba d Seti I: la parte a sinistra è esposta al Museo Egizio di Firenze, quella a destra è invece al Louvre

Il pilastro della tomba d Seti I: la parte a sinistra è esposta al Museo Egizio di Firenze, quella a destra è invece al Louvre

Nel rilievo è raffigurata Hathor, dea madre e dell’amore, in atto di accogliere il defunto Seti; la dea, con gli attributi che la caratterizzano, il disco solare e le corna bovine, stringe la mano del faraone e gli porge una collana. Nella rappresentazione si possono notare i dettagli dell’abbigliamento del tempo, con i monili e gli abiti tessuti di stoffe leggere e trasparenti, così come le ampie parrucche che indossavano sia gli uomini che le donne.

Nel 1818 ripartì per un terzo viaggio in Egitto, accompagnato dal medico e disegnatore Alessandro Ricci, lo stesso che dieci anni dopo si accoderà al seguito di Rosellini e Champollion. Continuò poi a esplorare l’Africa e vi trovò la morte nel 1823, dopo essere stato accolto trionfalmente in Europa per le sue scoperte.

Infine, una curiosità. Per quanto forse non troppo nota, la figura di Belzoni è più legata di quanto si possa pensare all’archeologia così come l’immaginario comune ce la rappresenta: fu proprio l’avventuriero padovano, infatti, ad ispirare il regista e produttore G. Lucas per uno dei suoi più celebri personaggi…

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