Dal palazzo alla basilica: il camminamento nascosto di una sfortunata principessa Medici

Tra le diverse caratteristiche di un museo, un elemento che spesso viene sottovalutato è l’edificio che lo ospita. Le ricchissime collezioni del Muso archeologico di Firenze vantano invece un “contenitore” di eccezione: il Palazzo della Crocetta, progettato dall’architetto Giulio Parigi ed edificato nel 1620.

Si tratta, come moltissimi altri palazzi della città, di una residenza della famiglia dei Medici, destinata però ad un membro particolare della famiglia, la principessa Maria Maddalena, ottava figlia di Ferdinando I e Cristina di Lorena, sorella dunque del granduca Cosimo II.

Maria Maddalena nel ritratto conservato presso la villa medicea di Cerreto Guidi.

La fanciulla nacque probabilmente deforme, come tramanda il Vasari “fortemente malcomposta nelle membra”, nel 1600. Condannata dalla sua condizione fisica, sicuramente con problemi di deambulazione, ad una vita ritirata, pur scegliendo il Monastero della Crocetta per prendere i voti, non smise mai di essere una Medici. Il fratello avviò una “bellissima fabbrica” adiacente al Monastero per permettere a Maria Maddalena di condurre una vita all’altezza del suo rango, protetta dagli sguardi del mondo esterno. Il Palazzo, dotato anche di un giardino, venne provvisto di alcuni collegamenti con il Monastero: uno sopraelevato e l’altro sotterraneo (successivamente demoliti e solo in parte ricostruiti). Viene aggiunta inoltre una lunga “Galleria, che partendo da gl’interni appartamenti di essa, distendendosi sopra un ameno Giardino, viene a finire nel riverito Tempio della Santissima Nunziata”, come riferisce il poeta di corte Andrea Salvadori. Su tutto l’edificio fu estesa la clausura riservata al convento, in modo da permettere alle monache di partecipare alla vita della principessa. Naturalmente ciò non vale per il “corridore”: a differenza del Giardino viene infatti espressamente dichiarato “fuor di clausura”, in quanto comunicante con l’interno della basilica, e tenuto chiuso con una chiave della quale esistevano solo due copie: una di Maria Maddalena e l’altra in custodia alla Madre Superiora.

“ … né sia lecito alle monache che per qualsivoglia accidente…mettano il piede in detto corridore” (come decretato dall’Arcivescovo di Firenze nel 1621)

Il “dilettevol Passeggio” venne decorato con immagini sacre, che aiutassero la principessa “nella sua grata solitudine” a rivolgere in alto suoi pensieri e a provare “in Terra qualche parte della gioia del Cielo”. Il lungo camminamento termina direttamente all’interno di un coretto della Basilica della Santissima Annunziata. Da questa stanza la principessa e le sue dame di compagnia potevano affacciarsi sull’interno della chiesa grazie ad una larga finestra, protetta da una grata di bronzo dorato e appena visibile dalla navata in basso, e assistere alle celebrazioni senza essere viste.

Il coretto con gli inginocchiatoi e l’affaccio sulla basilica

Con la morte di Maria Maddalena nel 1633 la clausura decade. Il corridoio viene imbiancato e gli altri collegamenti con il Monastero vengono immediatamente demoliti per volere del Granduca; Cosimo II temeva infatti che le monache, abituate al tenore di vita di Maria Maddalena, potessero in seguito accampare pretese sul Palazzo!

Negli anni successivi il palazzo fu abitato da altre principesse educate nel Monastero della Crocetta: Anna figlia di Cosimo II e Vittoria della Rovere sposa di Ferdinando II. Più tardi dimora dei reggenti, negli anni di Firenze capitale divenne sede della Corte dei Conti, fino alla sua consacrazione come sede del Regio Museo Archeologico. Con l’allestimento del Giardino Monumentale da parte di Milani, le arcate che sostengono il corridoio sono sfruttate per la sistemazione delle sculture.

Il giardino all’inizio del Novecento, quando ancora gli arconi di sostegno del Corridoio Mediceo erano visibili dall’esterno

Con la creazione del nuovo Museo Topografico dell’Etruria a partire dal 1929, le stesse arcate sono in parte obliterate dalla costruzione di sale ad esse addossate. Oggi il corridoio rimane racchiuso all’interno della struttura con copertura in vetro costruita negli anni Ottanta, che lo rende visibile solo dall’interno del Museo. Suggestivo spazio espositivo, negli anni è stato variamente sfruttato sia per mostre che allestimenti temporanei e presto tornerà a giocare un ruolo di primo piano nella valorizzazione delle collezioni del MAF… Restate sintonizzati! 🙂

2 aprile 1950: riapre il Museo Archeologico Nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale

Mentre l’indefessa attività degli archeologi si esercita vittoriosamente a dissotterrare e a decifrare i resti dell’antichissima civiltà dell’Oriente, dell’Egitto, della Siria, di Creta, non si arresta il lavoro tenace della scienza attorno all’insoluto problema etrusco“.

Con queste parole apriva il 24 febbraio 1926 l’articolo “Il Museo Archeologico di Firenze com’è e come sarà“, scritto dall’archeologo Doro Levi il quale, dopo aver tracciato, nei toni enfatici tipici di quegli anni, un’ampia panoramica della collezione museale, passava a descrivere i lavori che da lì in avanti avrebbero riguardato il Museo, lavori di ristrutturazione, ampliamento, nuovo allestimento.

L'Articolo de Il Nuovo Giornale del 1926 dedicato agli interventi di ampliamento del Regio Museo alle Antichità d'Etruria
L’Articolo de Il Nuovo Giornale del 24.2.1926 dedicato agli interventi di ampliamento del Museo

Punto focale del grande rinnovamento del Museo è l’acquisto del Palazzo Ex-Innocenti che affaccia su Piazza SS. Annunziata. Da qui avverrà il nuovo ingresso al Museo, motivo per cui si rende necessario modificare totalmente il percorso di visita, quindi ripensare l’allestimento, soprattutto del Museo Topografico d’Etruria.

Il Palazzo non è di proprietà statale, pertanto negli anni ’30 si avviano tutte le pratiche necessarie all’acquisizione al demanio e all’acquisto da parte dello Stato. Il procedimento ha inizio nel 1934; tra perizie e preventivi nel 1937 il Ministero non ha ancora deciso se acquistare o meno l’immobile; solo nel 1938, finalmente, esprime parere favorevole. Finalmente il 29 novembre 1940 viene stipulato l’atto di compravendita e il 29 settembre 1941 l’edificio passa per il tramite del demanio in consegna al Ministero dell’Educazione Nazionale e quindi alla Soprintendenza per le Antichità d’Etruria.

Prospetto del Palazzo Innocenti, in vista dell'acquisizione al Museo
Prospetto del Palazzo Innocenti, in vista dell’acquisizione al Museo

Inutile dire che con la Guerra tutto rimane incompiuto: il Museo è chiuso al pubblico, i lavori sono sospesi, è sospeso il pagamento dell’ultima rata. Durante la guerra il Museo non subisce particolari danni, le sue opere sono al sicuro; sale agli onori della cronaca solo durante i giorni della Battaglia di Firenze, e alla fine della guerra si ritrova a fare i conti (per fortuna relativamente pochi), con la difficoltà da un lato di ristrutturare ciò che la guerra ha danneggiato, e dall’altro di riprendere i lavori di riallestimento laddove si erano interrotti. L’acquisto dell’edificio Ex-Innocenti viene saldato il 26 ottobre 1945.

Il carteggio che segue dal 1946 in avanti tra la Soprintendenza alle Antichità d’Etruria, nella persona del Soprintendente Antonio Minto, e la Direzione Generale alle Antichità del Ministero della Pubblica Istruzione è un continuo rimpallo di responsabilità tra la Direzione Generale che chiede di velocizzare i lavori per consentire al più presto l’apertura di uno tra i musei archeologici ritenuti più importanti d’Italia, la Soprintendenza, che “accusa” il Genio Civile di essere in ritardo sui lavori, e il Genio Civile che risponde di avere lavori più urgenti da fare: la guerra si è appena conclusa, del resto, e sono molte le ricostruzioni di edifici e opere pubbliche di cui Firenze necessita. Inoltre i fondi a disposizione sono sempre troppo pochi. E almeno su questo aspetto sono tutti d’accordo. Ne è consapevole lo stesso soprintendente Antonio Minto il quale, rispondendo ad un sollecito del Ministero scrive nel 1946:

“Il progetto di costruzione di un nuovo ingresso dal lato di Piazza SS. Annunziata fu approvato fin dal 1925 e in tutti questi anni si è provveduto ad ordinare le collezioni archeologiche in vista di questo nuovo orientamento. Non è quindi più possibile riaprire nemmeno provvisoriamente il vecchio ingresso (…). D’altra parte la cittadinanza fiorentina, per prima, e tutti gli studiosi e visitatori italiani richiedono, con tono di protesta, che esso venga finalmente riaperto. L’Ufficio del Genio Civile di Firenze è oberato attualmente di lavori che, per loro natura, rivestono per esso carattere di assoluta urgenza e che, pertanto, nonostante tutto l’interessamento, l’estensione in forma esecutiva del progetto di massima non potrà essere attuata che con molto ritardo.”

Se sulle prime Antonio Minto giustifica le scelte del Genio Civile, in un secondo tempo il ritardo lo irrita, e se ne lamenta con la Direzione Generale alle Antichità e Belle Arti:

“(…) Com’è ben noto è da più di un ventennio che le raccolte archeologiche fiorentine attendono questa loro sistemazione ed il cattivo stato [del museo] costituisce una visione poco edificante nel cuore della città, in una piazza monumentale com’è quella della SS. Annunziata.”

E in effetti il ritardo nell’apertura del Museo colpisce l’opinione pubblica: ne parla La Nazione, in un articolo del 23 febbraio 1948: “Auguriamoci che davvero la nostra città possa, quale capitale della Regione Toscana, attuare nel campo degli studi archeologici questo rinnovamento”.

Targa dedicata ad Antonio Minto e al suo operato per l'ampliamento del Museo
Targa dedicata ad Antonio Minto e al suo operato per l’ampliamento del Museo

Il museo riapre i battenti, finalmente, il 2 aprile 1950. L’apertura, su piazza SS. Annunziata 9b, è limitata al solo Museo Topografico dell’Etruria, che già da solo consta di 41 sale. Le altre sezioni invece restano ancora chiuse per penuria di personale ed aprono solo agli studiosi che ne fanno richiesta e compatibilmente con la disponibilità di personale.

L’ultimo ostacolo all’apertura del Museo dal nuovo ingresso su P.za SS. Annunziata è un parcheggio di biciclette, che staziona davanti al portone. Con una richiesta al sindaco di Firenze da parte del Soprintendente Minto, di rimuovere definitivamente questo parcheggio, si chiude definitivamente l’epopea della riapertura del Museo.

4/11/1966: l’Arno esonda e spazza via il Museo Topografico dell’Etruria

Oggi, 4 novembre, si ricorda una delle ricorrenze della storia recente di Firenze più impressa nella memoria dei suoi abitanti: l’alluvione del 1966 è stata un evento talmente eccezionale da condizionare molti aspetti della vita della città negli anni a venire. Chiunque abbia vissuto quel tragico evento porta con sé un ricordo indelebile. Non solo le persone, ma anche i monumenti e gli istituti culturali della città quel giorno furono scossi dall’ondata di acqua e fango. Tra questi il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Questa è la storia di quei terribili momenti e delle conseguenze che ne derivarono: il Museo Archeologico, infatti, dopo quel 4 novembre, non sarà più lo stesso…

Nei giorni fra l’Ottobre e il Novembre del 1966 la zona di Firenze fu colpita da violente e intense precipitazioni. La situazione già difficile precipitò nella notte fra il 3 e il 4 Novembre, quando l’Arno straripò in più punti, inondando il centro di Firenze e molte altre parti della città e della provincia fiorentina. Fu un evento eccezionale ed inaspettato per le sue proporzioni: mai a Firenze l’Arno, sebbene avesse spesso esondato, aveva raggiunto una tale furia.

alluvione
L’Arno esondato visto dal Piazzale Michelangelo

Anche il Museo Archeologico di Firenze venne raggiunto dalle acque melmose e piene di nafta: a essere danneggiate pesantemente furono le collezioni del Museo Topografico dell’Etruria, situato al piano terreno del Museo, dove le acque arrivarono in qualche sala a oltre due metri di altezza, lasciando una coltre di fango oleoso su gran parte di ciò che avevano sommerso e causando moltissimi danni, non solo per la quantità di oggetti danneggiati, ma anche per la distruzione dell’ordine in cui erano esposti e conservati e per la cancellazione di gran parte degli elementi di identificazione diretta. Vennero rovesciate le vetrine poste al centro delle sale, in parte anche trascinate via dalla violenza dell’acqua e caddero i palchetti di alcune delle vetrine collocate lungo le pareti. I reperti colpiti dalla furia delle acque furono danneggiati dalla caduta, per l’immersione in acqua o anche solo a causa della forte umidità; gran parte dei cartellini inventariali si staccarono e andarono perduti, mentre altri pezzi non erano ancora stati inventariati al momento dell’alluvione: in sostanza nel giro di poche ore venne in gran parte distrutto il lavoro paziente e metodico compiuto dagli studiosi sui materiali della civiltà etrusca dalla fine dell’800 in poi.

Le Sale del Museo Topografico alluvionate e il Cortile Romano in una foto del Gennaio 1968
Le Sale del Museo Topografico alluvionate e il Cortile Romano in una foto del Gennaio 1968
Le vetrine del Museo Topografico fotografate dopo l’alluvione.
Le vetrine del Museo Topografico fotografate dopo l’alluvione.

Oltre al Museo Topografico furono completamente sommersi dall’alluvione anche il Laboratorio e l’Archivio Fotografico, luogo che custodiva una documentazione insostituibile. Si procedette pertanto all’immediato tentativo di recupero di tutti i positivi e negativi in esso contenuti: le operazioni di lavaggio e asciugatura delle lastre furono svolte presso il Museo di Fiesole e portarono al recupero di circa il 90% delle lastre.

Il Gabinetto Fotografico dopo l'alluvione
Il Gabinetto Fotografico dopo l’alluvione
Lavaggio delle lastre fotografiche presso il Museo di Fiesole
Lavaggio delle lastre fotografiche presso il Museo di Fiesole

Per procedere a un recupero di tutti i materiali si partì dalla raccolta della documentazione bibliografica, per poi documentare con fotografie la situazione del Museo dopo il passaggio dell’alluvione, scattando fotografie sala per sala e vetrina per vetrina; vennero quindi riordinati gli inventari miracolosamente scampati all’ondata e si costituirono all’interno del museo stesso dei depositi provvisti di deumidificatori pronti a ricevere i materiali archeologici via via estratti dalle sale alluvionate. Le operazioni metodiche di recupero vennero iniziate nella seconda metà del Dicembre 1966 e durarono fino all’inizio dell’estate successiva: i materiali archeologici vennero raccolti come si trovavano e, dopo una sommaria pulizia, confrontati per un primo riconoscimento con gli inventari e le fotografie, per poi essere sistemati, ancora in frammenti e sporchi di fango, nei contenitori collocati nei depositi climatizzati in attesa del restauro. Anche il piccolo laboratorio di restauro della Soprintendenza era stato distrutto con tutte le sue attrezzature; si dovette provvedere quindi a organizzare nuovi locali da adibire a laboratorio fotografico e di restauro per il primo intervento: grazie a lavori urgentissimi la Soprintendenza ai Monumenti rese agibili due grandi saloni all’interno dell’immobile del Palazzo ex Innocenti (già di proprietà del Museo in quanto acquistato a cura di Antonio Minto nel 1942), permettendo così di iniziare i lavori di recupero dei materiali.

Operazioni di recupero dei materiali dopo l’alluvione
Operazioni di recupero dei materiali dopo l’alluvione

Dopo l’alluvione si creò quindi un’unità operativa capace di intervenire da subito sui reperti ceramici, mentre per quelli metallici furono necessarie attrezzature più sofisticate e tempi più lunghi (il restauro degli oggetti metallici e il relativo laboratorio, con annesso laboratorio di analisi fisico-chimiche e radiologico, furono così progettati con calma ed entrarono in funzione alla fine del 1969 in locali diversi da quelli degli altri laboratori). Fondamentale fu il contributo dell’Istituto Centrale per il Restauro di Roma e i finanziamenti messi a disposizione dal ministero per i Beni Culturali: il Laboratorio di Restauro di Firenze riuscì in pochi anni a recuperare quasi completamente i reperti alluvionati. Successivamente gli spazi ricavati nel Palazzo Innocenti divennero inadeguati alle dimensioni dell’operazione di recupero, cui si affiancò subito quella altrettanto importante della catalogazione: fu quindi creato un Centro di Restauro dotato di attrezzature specialistiche nella sede del Palazzo Bruciato, dove agli operatori della Soprintendenza furono affiancate anche ditte esterne. Sarà proprio questo Centro a restaurare i due Bronzi di Riace fra il 1975 e il 1980. In seguito il Centro trovò una sede più adeguata in via Manni, dove è rimasto fino al 2002, per essere infine trasferito nell’attuale sede di largo del Boschetto su via di Soffiano.

Dopo l’alluvione il Museo Topografico non è più tornato ad essere quello di un tempo: negli anni ‘90 andarono a vuoto vari tentativi di riaprirlo, tra problemi economici e dubbi metodologici e museografici, finchè le sale non vennero definitivamente smantellate per ricavarne uno spazio espositivo per mostre temporanee (oggi vi è ospitata  la mostra “Signori di Maremma”).