“L’Arte di donare”: nuova mostra al MAF

Da oggi 10 marzo 2018 il salone del Nicchio, la grande sala all’inizio del percorso del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ospita una nuova mostra: “L’Arte di donare“. Non una mostra tematica, questa volta: in esposizione si trovano i reperti dalle origini più disparate, che coprono un arco di tempo lunghissimo, dall’antico Egitto al Medioevo, con una incursione addirittura nel contemporaneo.

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Ma cosa possono avere in comune opere così diverse? Si tratta di acquisizioni entrate in anni recenti nelle collezioni del MAF grazie a donazioni, cessioni, permute e prelazioni, in alcuni casi grazie al senso civico di chi le deteneva, e che ha deciso di farne dono al Museo, in altri grazie alla sensibilità del nostro Ministero, che su richiesta di funzionari attenti e competenti è intervenuto con l’esercizio della prelazione per assicurare allo Stato – e quindi alla pubblica fruizione – opere di rilievo che altrimenti sarebbero state destinate all’ammirazione quasi egoistica di pochi privati e comunque fruibili soltanto in un ambito estremamente ristretto. In altri casi ancora, grazie a una politica di scambi e di cessioni finalizzata alla salvaguardia e alla migliore conservazione delle opere stesse.

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Alcuni dei reperti esposti: una coppa apula con sposa ed Eros e un ritratto marmoreo dell’epoca degli ultimi Antonini (fine II sec. d.C.)

Il titolo si ispira all’espressione latina Ars donandi, che richiama alla mente la celebre frase con la quale San Gregorio di Tours (Clermont-Ferrand ca. 538 – Tours 594), spiegò nelle sue Historiae (IV, 29) come Sigiberto I, re dei Franchi, sconfitto e fatto prigioniero da Baian, imperatore degli Avari, riuscì a capovolgere la situazione in proprio favore e a riconquistare la libertà grazie alla propria capacità di offrire doni. Per questo il termine Arte è scritto con la A maiuscola, per sottolineare il rapporto tra il titolo della mostra e gli oggetti donati, piccole e grandi opere dell’Arte e dell’Artigianato antichi: un riconoscimento a quell’azione che deriva dall’apprezzamento e dall’ammirazione per tali opere, la cui importanza i proprietari riconoscono a tal punto da desiderare che esse diventino patrimonio comune.

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Il modellino delle pentecontere ricostruito da G. Tanzilli

Nella mostra sono esposti centoventisei fra amuleti, mummie, statuette e ushabti egizi, sculture in marmo, vasi figurati di produzione greca, magnogreca, etrusca, italica e romana, capitelli tardomedievali, reperti in oro, bronzo, legno, vetro e piombo e volumi antichi. A questi reperti si aggiungono due dettagliati e accuratissimi modellini, ricostruzioni moderne di una nave greca (pentecontere) e di un doppio flauto (aulos) che i giovani e giovanissimi utenti dei nostri Servizi Educativi troveranno certamente di grande interesse nel corso delle attività didattiche che si svolgono di regola all’interno del Museo Archeologico.

La mostra sarà visitabile, a partire dal 10 marzo, secondo gli orari del Museo e con lo stesso biglietto di ingresso. Vi aspettiamo!

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Le Chimere del MAF

La Chimera di Arezzo è senz’altro l’opera più rappresentativa del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Colpisce grandi e piccini, che già la incontrano all’ingresso del museo, dove è esposta una copia a grandezza naturale (che si può toccare). Ma è al primo piano che la Chimera originale, statua etrusca in bronzo di fine V-inizi IV secolo a.C., è esposta.

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Sul blog abbiamo parlato già in altre occasioni della Chimera: dapprima abbiamo raccontato la storia della sua scoperta, ad Arezzo, a metà del Cinquecento; poi abbiamo parlato dell’attualità della Chimera, ovvero di come essa sia un’opera capace di ispirare gli artisti contemporanei; abbiamo parlato anche dei leoni del museo, visto che la Chimera ha corpo e testa principale di leone. Finora abbiamo parlato, insomma, della Chimera, ma mai delle Chimere. Sì, perché al museo si trovano anche altre chimere, che spesso si nascondono e che solo un occhio allenato, o informato, può scovare.

Ecco che allora vi proponiamo una visita trasversale e alternativa, a caccia di tutte le chimere del Museo.

Cominciamo dal Piano Terra, sede dell’esposizione permanente “Signori di Maremma“, dove si trovano almeno due chimere. Una è rappresentata, e in parte perduta, sull’Urna del Duce. Quest’urna cineraria in lamina di bronzo, rivestita in argento, è decorata a sbalzo con fregi di animali più o meno fantastici che sfilano: bovini, grifi, leoni alati e… chimere. Sì, se si osserva attentamente il fregio superiore della cassetta, appena sotto il coperchio, noterete che uno dei leoni rappresentati ha sul dorso una testa di capra.

l'Urna del Duce. Dettaglio della chimera decorata a sbalzo
l’Urna del Duce. Dettaglio della chimera decorata a sbalzo

L’urna del Duce fu rinvenuta nel 1886 da Isidoro Falchi all’interno della cosiddetta Tomba del Duce di Vetulonia sulla collina di Poggio al Bello. La tomba risale al VII secolo a.C. e doveva appartenere ad un personaggio di alto rango visto che, oltre all’urna in argento, il corredo conteneva numerosi oggetti di pregio, come armi e suppellettili per il banchetto in bronzo e una navicella nuragica, che testimonia dei contatti commerciali e minerari tra la Sardegna e la costa toscana.

Dalla Tomba del Littore, sempre da Vetulonia, proviene una fibula del tipo a sanguisuga (detta così per la forma dell’arco) in lamina d’oro la cui lunga staffa è decorata con una serie di animali fantastici, tra cui per l’appunto una chimera (l’ultima della fila), e rettili, realizzati con la tecnica del “pulviscolo”. Questa tecnica consiste nell’impiegare granelli d’oro talmente fini da apparire all’occhio nudo della consistenza quasi della sabbia. La tomba del Littore prende il nome dal rinvenimento, tra gli oggetti di corredo, di un fascio littorio (un fascio di verghe in cui è inserita una scure). Questo oggetto, simbolo del comando divenuto per i Romani l’insegna del potere militare e politico, secondo quanto ci tramanda lo scrittore Silio Italico fu inventato proprio a Vetulonia dagli Etruschi.

La fibula dalla Tomba del Littore con la chimera: riuscite a vederla?
La fibula dalla Tomba del Littore con la chimera: riuscite a vederla?

Se saliamo al primo piano del Museo, nel lungo corridoio nel quale sono esposti specchi etruschi e statuette in bronzo sempre etrusche, nella vetrina centrale antistante la sala della Chimera di Arezzo, troviamo tra i bronzetti proprio una statuetta di chimera. Di nuovo, la riconosciamo per la testa di capra sul dorso: non si individua nella coda la testa di serpente, ma è indubbio che si tratti di una chimera. La statuetta si data al IV-III secolo a.C.

Statuetta in bronzo raffigurante una chimera
Statuetta in bronzo raffigurante una chimera

Un’altra chimera si trova su una moneta etrusca in argento coniata a Populonia nel V secolo a.C. La moneta è esposta nel Monetiere del Museo Archeologico, sala dove sono esposte monete, gemme e cammei dell’immensa collezione medicea e poi granducale nota come Medagliere granducale.

La chimera sulle monete etrusche del Monetiere Mediceo
La chimera sulle monete etrusche del Monetiere Mediceo

Tra le gemme della collezione medicea di nuovo troviamo la chimera. Questa volta, però, è rappresentata mentre combatte contro l’eroe Bellerofonte, il quale la assale a cavallo di Pegaso.

Gemma romana con lo scontro tra Chimera e Bellerofonte a cavallo di Pegaso
Gemma romana con lo scontro tra Chimera e Bellerofonte a cavallo di Pegaso

Concludiamo la nostra “caccia” al secondo piano del museo, dove troviamo una chimera incisa su un’olla in ceramica d’impasto non lavorata al tornio nella I sala dedicata agli Etruschi delle origini. Il vaso proviene da Orvieto e si data al VII secolo a.C. La chimera occupa tutta la pancia del vaso; anche questa volta la si distingue per la testa di capra sul dorso. La pelliccia è resa con tanti riccioli che vogliono suggerire il pelo folto e intanto decorano il corpo.

Vaso di impasto decorato con una chimera
Vaso di impasto decorato con una chimera

Di vetrina in vetrina, dunque, sarete accompagnati dal nostro “mostro preferito” in un viaggio lungo secoli: le chimere saranno un’ottima scusa per (ri)scoprire le sale del museo!

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: inaugura un nuovo percorso di approfondimento

Il prossimo giovedì 9 Aprile, alle ore 17, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze (MAF) e la Soprintendenza Archeologia della Toscana apriranno ai visitatori un nuovo spazio museale.

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Il nuovo percorso di approfondimento corre parallelo al Corridoio Mediceo che collega il Palazzo della Crocetta, sede del Museo, con il Palazzo Ex-Innocenti
Il nuovo percorso di approfondimento corre parallelo al Corridoio Mediceo che collega il Palazzo della Crocetta, sede del Museo, con il Palazzo Ex-Innocenti

Si tratta del ballatoio posto al primo piano dell’Ex-museo Topografico, che corre parallelo al Corridoio Mediceo collegando i due edifici del MAF: il Palazzo della Crocetta, che ospita il Museo Egizio e la sezione delle Antiche Collezioni, etrusche greche e romane, e il Palazzo Ex-Innocenti, dal quale al momento si accede al museo, ma che in un futuro non troppo lontano diventerà la sede del museo etrusco (leggi qui le vicende legate all’acquisizione del Palazzo Ex-Innocenti da parte del Regio Museo Etrusco). Questo luogo di passaggio da oggi diventa uno spazio di sosta e approfondimento, e fintantoché la nuova ala non sarà allestita questo sarà da considerarsi il passaggio conclusivo, al termine del percorso di visita.

La sosta potrà essere effettuata godendo di una vista privilegiata sul giardino monumentale, in cui sono ricostruite tombe etrusche di varia epoca; l’approfondimento propone alcuni temi che aiuteranno a comprendere meglio il percorso museale complessivo del Museo. Si parte dalla definizione di museo archeologico come luogo del racconto di una civiltà, esemplificata in questo caso da quella etrusca, per passare a spunti sui temi del collezionare e del restaurare. Si prosegue poi con il tema della contestualizzazione, nelle declinazioni che ne hanno dato differenti epoche, per finire con una riflessione sui sensi dell’udito, del gusto e del tatto) che completano l’esperienza di una civiltà distante nel tempo.

Uno scorcio del giardino visto dal nuovo spazio di sosta e approfondimento. In primo piano la tomba a tumulo di Casale Marittimo e alle sue spalle la tomba Golini di Orvieto (copia)
Uno scorcio del giardino visto dal nuovo spazio espositivo. In primo piano la tomba a tumulo di Casale Marittimo e alle sue spalle la tomba Golini di Orvieto (copia)

Il Museo inaugura in questo modo l’allestimento di un percorso multisensoriale con cui intende offrire a tutti i suoi visitatori la possibilità di un approfondimento conoscitivo non convenzionale, facendo una esperienza inconsueta – mediante il tatto e l’udito – delle civiltà antiche. Da qualche anno, infatti, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze dedica alcune sue attività proprio ad esperienze di visita museale multisensoriali, in particolare visite tattili ed olfattive, con percorsi studiati principalmente per il pubblico ipovedente, ma aperti a tutti.

I reperti esposti nel percorso di visita, alcuni dei quali, fuori dalle vetrine, fanno proprio parte del percorso tattile, offrono esempi concreti degli approfondimenti suggeriti, mentre una tavola cronologica, che si sviluppa per tutti i cento metri dello spazio di esposizione, fornisce una linea del tempo sulla quale fissare quanto si è già visto nelle sale del museo.

Tra i reperti esposti merita una particolare attenzione il Frontone di Luni, in terracotta, del II secolo a.C., finalmente esposto dopo un lungo restauro. Esso è parte della decorazione architettonica del Grande Tempio tuscanico di Luni e rappresenta un concilio degli dei, con la dea Luna affiancata da Apollo, da un’altra divinità maschile nuda e da due figure femminili interpretate come muse.

Il frontone di Luni finalmente esposto dopo un lungo restauro
Il frontone di Luni finalmente esposto dopo un lungo restauro

In questo nuovo spazio è esposto anche il calco della Minerva di Arezzo (il cui originale è temporaneamente a Palazzo Strozzi per la mostra “Potere e Pathos“), a raccontare le vicende del suo restauro: dapprima quello settecentesco, poi quello degli anni recenti a cura del Laboratorio di Restauro della Soprintendenza, che ha riportato la statua al suo aspetto originario, antecedente il restauro del ‘700.

Progetto scientifico: Giuseppina Carlotta Cianferoni

Progetto museografico: Lucrezia Cuniglio, Roberto Mantovani (libero professionista, Firenze)

Progetto grafico: Studio Tapiro, Venezia

Testi: Approfondimenti e didascalie: G.C. Cianferoni con la collaborazione di Rosalba Settesoldi (libero professionista, Firenze); Tavola cronologica: G.C. Cianferoni, Mario Iozzo; Traduzioni: Lisa Brucciani e Andy Clark (liberi professionisti, Firenze), Stamperia Braille-Regione Toscana

Allestimento: Opere in legno e metallo: Farmobili, Monteroni d’Arbia (Siena); Grafica: Immagine Studio, Monteroni d’Arbia (Siena); Luce e audio: Tiziano Manzini, Incisa Val d’Arno (Firenze); Opere in tessuto: Opera Laboratori Fiorentini, Sesto Fiorentino (Firenze); Opere edili: Restauri Artistici e Monumentali, Firenze

Restauri per l’esposizione: Fabrizio Gennai

Studi e restauri preliminari all’esposizione: Frontone A di Luni: Anna Maria Durante (Soprintendenza Archeologia della Liguria), Maria José Strazzulla (Università degli Studi di Foggia), Emanuela Paribeni, Elena Sorge, Franco Cecchi, Piergiovanni Nagrini e Pasquino Pallecchi; Facsimile dalla tomba François di Vulci: Koinè di Ilaria Scalia, Firenze; Tomba di Novilara: Marina Micozzi (Dipartimento di Scienze dei Beni Culturali dell’Università della Tuscia), Silvia Gori e R. Settesoldi (libere professioniste, Firenze), Renzo Giachetti e Nora Marosi con la collaborazione degli studenti dello Studio Art Centers International (SACI) di Firenze, Elsa Pacciani, Marida Risaliti, Antonino Sentineri. Restauro eseguito con il contributo della famiglia Worthington.

Percorso multisensoriale: G.C. Cianferoni, L. Cuniglio, Manuela Fusi, Arianna Vernillo

Copie: Minerva: Fonderia Marinelli, Barberino Val d’Elsa (Firenze); il vasellame è stato selezionato con la collaborazione di Maria Angela Turchetti

Contributo sonoro: Simone Bellucci

Finanziamento: Direzione Generale Musei; Soprintendenza Archeologia della Toscana

Dove non altrimenti indicato, le persone coinvolte nella sistemazione dell’area di sosta e approfondimento sono dipendenti della Soprintendenza Archeologia della Toscana

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: il restauro della Testa di Cavallo Medici-Riccardi

testa di cavallo medici-riccardiLa testa di Cavallo Medici-Riccardi è attualmente in restauro. Il suo restauratore, Nicola Salvioli, lavora direttamente nella sala del Museo, in modo che i visitatori possano vedere in corso d’opera tutte le operazioni di pulitura di questa statua bronzea, originale greco del IV secolo a.C.. Si tratta di un’opera molto importante non solo per l’arte greca, ma anche per la storia del collezionismo a Firenze nonché per la storia dell’arte rinascimentale: è proprio questa testa di cavallo, che sin dal Quattrocento si trovava a Palazzo Medici-Riccardi, che lo scultore Donatello prese a modello per i suoi monumenti equestri, la Protome Carafa (oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e fino a qualche tempo fa ritenuta anch’essa un originale greco di età classica) e il Monumento al Gattamelata a Padova.

Non si sa esattamente quando fu scoperta e come entrò in possesso dei Medici; a Palazzo Medici-Riccardi essa fu utilizzata come bocca di fontana, ci dicono le fonti, fino al 1815, quando fu esposta agli Uffizi e, in seguito, entrò a far parte delle collezioni del Regio Museo Archeologico, oggi Museo Archeologico Nazionale di Firenze. La sua storia da oggi ci è molto più chiara grazie ai restauri che sono attualmente in corso su di essa. Si tratta di una pulitura che viene effettuata a laser e con l’utilizzo di un gel: un’operazione apparentemente semplice, eppure lenta, delicata e incredibilmente rivelatrice, ad ogni tocco, di preziose informazioni.

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Testa di cavallo Medici-Riccardi. Dettaglio dell’occhio con le tracce di calcare, indizio dell’utilizzo della testa come bocca di fontana

Prima del suo rinvenimento e del suo arrivo nelle collezioni medicee, la testa restò interrata molto a lungo: così dimostrano le ampie tracce di malachite presenti sulla sua superficie, tracce che hanno coperto ben altre tracce, quelle della doratura originale. Doratura che fu in parte asportata anche da una pulitura un po’ troppo aggressiva che la testa subì quando già apparteneva ai Medici. Le numerose tracce di calcare presenti sulla superficie del bronzo, in particolare vicino agli occhi e alla fronte, confermano le fonti secondo le quali essa fu utilizzata come bocca di fontana; ma, diversamente da come si potrebbe immaginare, questa fontana non sprizzava acqua dalla bocca, che è aperta, ma da un foro al di sopra del pennacchio della criniera sulla fronte: in bocca non vi è infatti traccia di calcare, che invece si concentra proprio nella parte alta della testa. Rimuovere queste particelle di calcare non è impresa semplice, anche perché al di sotto di esse si trovano le tracce di doratura: la pulitura in questi punti viene eseguita a ultrasuoni e laser.

Testa di cavallo Medici-Riccardi: il restauro sta rivelando tracce della doratura originale della statua
Testa di cavallo Medici-Riccardi: il restauro sta rivelando tracce della doratura originale della statua

Sono emersi tutti i dettagli della lavorazione e sono stati letti tutti gli interventi che la testa ha subito nel corso del tempo: la doratura è contestuale alla realizzazione della statua, che era un cavallo a figura intera, il cui resto del corpo è andato perduto. Sulla superficie del bronzo si individuano numerosi tasselli, microriparazioni effettuate già in antico nel bronzo laddove, per difetti nella fusione, si venivano a creare dei forellini. Il muso presenta delle ammaccature verificatesi anticamente, in particolare sulle narici, dove addirittura è lievemente deformato, mentre sul dorso del naso mostra dei piccoli tagli piuttosto violenti e diritti, come se fosse stato colpito da colpi di spada.

Intorno al 1660-65 la testa fu restaurata da Bartolomeo Cennini, il quale eseguì una riparazione sul lato sinistro del collo ancora ben leggibile. Lo stesso Cennini eseguì la fascia inferiore, con la quale regolarizzò e rese più elegante la base del collo, a danno però del bronzo originale “in eccesso”, che fu asportato senza tanti complimenti. Nel 1815, quando la testa fu esposta agli Uffizi, fu collocata su una base che da quel momento le appartiene.

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Grazie a questo restauro la testa di cavallo apparirà ancora di più in tutto il suo splendore: un cavallo molto giovane, come mostrano i denti corti, e decisamente innervosito, con le narici dilatate e il muso in tensione. Dobbiamo immaginare che il suo cavaliere lo stesse trattenendo con la mano sinistra, a giudicare dalla lieve torsione della testa e dalla bocca lievemente deformata dal morso tirato. La criniera a spazzola e il pelo nelle orecchie ci dicono che la nostra testa apparteneva alla rappresentazione di un cavallo da guerra.

La testa di cavallo Medici-Riccardi sul banco del restauratore al Museo Archeologico Nazionale di Firenze
La testa di cavallo Medici-Riccardi sul banco del restauratore al Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Fino all’inizio di marzo sarà possibile vedere il restauratore all’opera nella sala del secondo piano del museo dove è momentaneamente allestito il abnco del restauro; dal 13 marzo invece la testa di cavallo Medici-Riccardi sarà esposta a Palazzo Strozzi in occasione della mostra “Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico“. Contestualmente il Museo Archeologico Nazionale ospiterà la mostra “Piccoli, grandi bronzi. Capolavori greci, etruschi e romani“, legata tematicamente alla mostra di Palazzo Strozzi e di cui vi parleremo più diffusamente nei prossimi post..

Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze durante la Seconda Guerra Mondiale

In un post precedente vi abbiamo raccontato la situazione di Firenze e del Patrimonio Archeologico toscano alla fine della Seconda Guerra Mondiale. In questo post invece approfondiamo la situazione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze durante il Conflitto.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale sorprese il Museo Archeologico Nazionale di Firenze nel bel mezzo di un riordino totale delle sue collezioni: fin dal 1925 infatti era stato approvato un progetto per il suo ampliamento e riallestimento il cui nodo centrale era costituito dall’acquisto del Palazzo degli Innocenti prospiciente piazza della SS. Annunziata e via G. Capponi. L’atto di compravendita e il passaggio al demanio statale dell’immobile erano stati decisi e avviati verso la fine degli anni ’30 del Novecento. Con l’inizio della Guerra, però, si bloccò tutto…

Lettera del Minto del 1945 in cui si fa il resoconto dei danni occorsi al Museo Archeologico di Firenze durante la guerra
Lettera del Minto del 1945 in cui si fa il resoconto dei danni occorsi al Museo Archeologico di Firenze durante la guerra

Il Museo subì lo stesso destino di tutti i musei italiani, archeologici e non: le sue collezioni furono riparate in luoghi ritenuti sicuri e il museo stesso fu chiuso al pubblico, anche se fu mantenuto il servizio di vigilanza. Nello specifico, le collezioni archeologiche furono nascoste nei sotterranei del Museo, mentre i Grandi Bronzi, Chimera, Minerva, Arringatore e Idolino di Pesaro, furono trasportati alla Villa Medicea di Poggio a Caiano, che per tutta la durata della Guerra fu utilizzata come deposito di sculture d’arte antica e rinascimentale provenienti, oltre che dall’Archeologico, anche dagli Uffizi e dal Bargello.

L’agosto del 1944 è cruciale per Firenze. Anche il Museo Archeologico rimane coinvolto negli scontri che seguono alla Battaglia di Firenze tra Patrioti, supportati dagli Alleati, e Tedeschi aiutati dai Fascisti. Tuttavia, nonostante quei giorni convulsi, l’edificio riportò pochi danni, prodotti sia dallo spostamento d’aria conseguente ai bombardamenti aerei, che fece esplodere alcuni vetri, sia dalla caduta di proiettili d’artiglieria.

Una lettera che risente ancora dell’allarme e della concitazione degli eventi, firmata dal Soprintendente Antonio Minto e indirizzata al Ministro dell’Istruzione Pubblica, racconta però un episodio di cui il museo fu, suo malgrado protagonista. Racconta infatti il Minto, in una lettera datata 16 agosto 1944 (conservata nell’Archivio Storico della Soprintendenza Archeologica Toscana), che l’edificio “fu oggetto di alcune perquisizioni da parte di squadre armate di patrioti, essendo corsa nel vicinato la falsa voce che nel museo si trovavano nascosti elementi fascisti repubblicani che sparavano dall’alto in direzione di Via della Colonna“. Il Minto racconta che nel corso di un primo sopralluogo, l’11 agosto, si riscontrò che in effetti nessuno poteva aver sparato dall’edificio, né dal tetto. Ma siccome alcuni abitanti di via Laura, forse per deviare le indagini, suggerisce il Minto, continuavano a sostenere che colpi d’arma da fuoco partivano dal Museo o dall’annesso giardino, il 12 agosto il primo custode Carlo Fabiani fu interrogato, per scoprire se nascondesse franchi tiratori all’interno della struttura. Egli fu comunque subito rilasciato, perché non risultò in alcun modo coinvolto.

Civili si sporgono per verificare la presenza di tedeschi o franchi tiratori. Credits Firenze in guerra
Civili si sporgono per verificare la presenza di tedeschi o franchi tiratori. Credits Firenze in guerra

Gli spari dei franchi tiratori continuavano a piovere su via della Colonna, per cui il 13 agosto il museo fu preso d’assalto da una squadra di patrioti, la porta della Soprintendenza in via della Pergola fu sfondata e si innescò una sparatoria che produsse alcuni danni alle finestre e, riporta sempre il Minto, “ai monumenti del Museo Egizio al primo piano“. Fu condotto un esame minuto in ogni singola sala, dalla soffitta agli scantinati, e fu chiaro che nessuno in alcun modo poteva essere penetrato all’interno della struttura e che pertanto nessun colpo di arma da fuoco poteva essere stato sparato dall’interno del museo. Ancora il giorno dopo, un’altra squadra si presentò al museo per verificare la denuncia degli abitanti di via della Pergola che denunciavano nuovamente la presenza di franchi tiratori. Seguì un nuovo sopralluogo, una nuova perquisizione, che ancora una volta dimostrò l’estraneità del museo ai fatti. Ma a quest’ultimo sopralluogo ne seguì un altro, in via Laura: ed è qui che finalmente furono stanati e arrestati i franchi tiratori.

Questo è l’unico episodio che vede protagonista il Museo Archeologico durante la Guerra. Quanto alle opere, esse non subirono danni: le collezioni riparate nei magazzini infatti restarono al sicuro sia dalle esplosioni, sia dalle depredazioni che numerose si registrarono a scapito del Patrimonio artistico fiorentino. I Grandi Bronzi, riparati nella villa medicea di Poggio a Caiano, furono miracolosamente risparmiati dalle depredazioni tedesche. Dalla villa i Nazisti in ritirata avevano portato via ben 58 casse di sculture, tra cui il San Giorgio e il Marzocco di Donatello, il Bacco di Michelangelo e anche una lunga serie di sculture antiche degli Uffizi. Una fortuna, dunque, che Chimera, Minerva, Arringatore e Idolino non siano sembrati di gran valore e quindi degni di essere trafugati…

I Grandi Bronzi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze furono riparati durante la Guerra nella Villa Medicea di Poggio a Caiano
I Grandi Bronzi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze furono riparati durante la Guerra nella Villa Medicea di Poggio a Caiano

Alla fine della Guerra, bisogna contare i danni, con l’aiuto degli Ufficiali della MFAA (Monuments, Fine Arts and Archives), i Monuments Men al seguito dell’esercito Alleato: il Museo di Firenze ha subito relativamente pochi danni, che comunque hanno un costo che si va a sommare ai lavori già in atto prima dell’inizio della guerra per il riallestimento. Passeranno 5 anni prima che il Museo possa riaprire al pubblico con il nuovo allestimento che aspetta dal 1925. Ma questo ve lo racconteremo nella prossima puntata…

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: in mostra l’antico popolo dei Falisci

Inaugura domani, 7 novembre 2014 alle ore 17 presso il Salone del Nicchio del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la mostra “Falisci – il popolo delle colline”.

Ma chi furono i Falisci?

Nella carta dell’Italia preromana, ecco dove si collocava la popolazione dei Falisci

Tra le popolazioni dell’Italia antica, alcuni gruppi etnici “minori” che hanno sempre suscitato un particolare interesse tra gli studiosi, per contro, sono rimasti pressoché ignoti al grande pubblico. Tra questi, i Falisci, una popolazione schiacciata tra i tre grandi gruppi etnici dell’Italia centrale, Etruschi, Latini, Sabini, nota dalle fonti antiche per la strenua e suicida resistenza alla romanizzazione, ma che tutto sommato è marginale nel quadro delle popolazioni pre-romane. La ricchissima documentazione disponibile, però, mostra come questo popolo, proprio per la sua posizione “di confine” servì da catalizzatore culturale, da melting pot centro-italico, sia nella storia antica che nelle ricerche moderne. Geograficamente i Falisci si collocavano nel punto di convergenza delle principali direttrici commerciali dell’Italia centrale preromana. Questo conformò la natura commerciale dei luoghi e diede la luce ad una cultura originale, dagli esiti propri, dal gusto “sovraccarico”, che riassumeva e faceva propri gli stimoli provenienti dai popoli vicini in un prodotto “multietnico”.

In età moderna l’interesse degli antiquari, le prime ricerche “sperimentali” della Carta Archeologica d’Italia, l’opera dei funzionari del Ministero, permisero la raccolta di un’impressionante mole di dati, che fecero di questa zona una delle meglio conosciute e pubblicate del mondo. Da qui la “fortuna” dei Falisci, e però la conseguente dispersione di materiali provenienti dalla media valle tiberina che presero il volo verso i principali musei e collezioni europei dell’epoca.

I materiali falisci si ritrovarono in Italia, invece, al centro di una contesa, un vera e propria “guerra dei Musei” che vide contrapposti, alla fine dell’ottocento, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e il Museo Centrale dell’Etruria di Firenze, che volevano accaparrarsi i materiali a colpi di offerte agli antiquari e di interpellanze parlamentari.

Nonostante la fortuna negli studi e nelle ricerche, i Falisci non sono molto noti al pubblico al di fuori del loro territorio nel Centro Italia. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze da oggi colma questa lacuna, esponendo la ricca collezione di materiali che, coinvolti pesantemente nell’alluvione del 1966, attendevano ancora uno studio complessivo. È stato quindi avviato un progetto di risistemazione e di riedizione complessiva dei più di 800 reperti del Museo fiorentino, ricostituendone i contesti, tramite un effettivo riscontro dei dati di acquisizione.

locandina falisci

La mostra sottolinea l’elevato interesse antiquario oltre che archeologico della documentazione dell’Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, e vede la collaborazione dell’Università degli Studi di Siena e del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze. La realizzazione dell’esposizione è stata resa possibile dal supporto finanziario privato del Trust Sostratos.

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: report della Giornata delle Famiglie al Museo

Domenica 12 ottobre 2014 si è svolta la 2° Giornata Nazionale delle Famiglie al Museo, F@mu, cui hanno aderito in tutta Italia quasi 600 musei. Tra questi il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, che ha proposto ai bambini accompagnati dalle famiglie alcuni laboratori e un activity book da utilizzare nel corso della visita al museo.

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Il tema di quest’edizione di F@mu era “Il filo di Arianna”, pertanto i laboratori, allestiti lungo il percorso museale, erano legati al tema del filo, dunque della tessitura, e del labirinto, il labirinto del Palazzo di Cnosso all’interno del quale l’eroe Teseo uccide il Minotauro ed è aiutato ad uscire proprio dal filo di Arianna.

I tre laboratori, ripetuti a differenti orari in modo da consentire ai bambini di partecipare a più attività, hanno visto la partecipazione di numerosi bambini che si erano prenotati nei giorni precedenti.

2014-10-12 09.57.03Il laboratorio di tessitura, “dal filo al tessuto”, ha visto una partecipazione prevalentemente femminile: le giovani tessitrici si sono cimentate nella realizzazione di una piccola striscia di tessuto utilizzando varie lane grazie ad un piccolo telaio, mentre veniva raccontato loro come le donne tessevano nell’antichità e come anzi quest’attività, prerogativa totalmente femminile, fosse anche un’attività di prestigio. Al termine della lavorazione a telaio, le giovani tessitrici potevano portare con sé il risultato della loro fatica: e una bambina, entusiasta del suo lavoro, ha pensato bene che col suo pezzo di tessuto potrà realizzare una bella gonna per la sua Barbie… Hanno partecipato anche dei maschietti e uno tra loro, che inizialmente non lo voleva fare, ha confessato alla sua mamma che è stato il laboratorio che l’ha divertito di più…

Un momento del laboratorio di tessitura
Un momento del laboratorio di tessitura
La moneta di rame a imitazione della moneta col Labirinto di Cnosso
La moneta di rame a imitazione della moneta col Labirinto di Cnosso

L’altro laboratorio nel quale i bambini potevano creare qualcosa con le loro mani era “Il prezioso labirinto” allestito nella sala della Chimera, che un tempo costituiva una delle due stanze del Monetiere Mediceo e Granducale (oggi il Monetiere è allestito in una sola stanza, alla quale si accede dalla sala della Chimera). Sotto gli occhi della Chimera i bambini hanno inciso un disco di rame a imitazione di alcune monete, appartenenti proprio alla collezione del Monetiere, coniate a Cnosso e che raffigurano il Labirinto! Alcuni bambini non hanno fatto la moneta solo per sé, ma anche per i propri genitori e una bimba ne ha regalato una persino all’operatrice che le aveva insegnato a incidere il rame!

Giovanni mostra orgoglioso la sua moneta
Giovanni mostra orgoglioso la sua moneta!

Al primo piano, nella Sala delle Urne, i bambini potevano poi giocare al Labirinto di Minosse, un gioco dell’Oca nel quale i partecipanti impersonavano Teseo e, per poter procedere fino ad uscire dal Labirinto, aiutati da Arianna e dal filo, dovevano rispondere ad alcune domande sul mito del Minotauro che avevano precedentemente ascoltato. Il Gioco in qualche caso è diventato un vero gioco di squadra, grazie alla partecipazione dei genitori che non solo facevano il tifo per i loro piccoli eroi, ma anzi collaboravano e giocavano insieme ai loro figli.

Un momento del gioco dell'oca nel Labirinto di Minosse
Un momento del gioco dell’oca nel Labirinto di Minosse
I bambini ascoltano e guardano il mito di Teseo sul Vaso François
I bambini ascoltano e guardano il mito di Teseo sul Vaso François

Infine al 2° piano, i bambini, seduti davanti al Vaso François, hanno dapprima ascoltato tutto il mito di Teseo, inviato a Cnosso a salvare i giovani Ateniesi che venivano inviati come tributo ogni anno al re Minosse di Creta per sfamare il Minotauro, mostro metà toro e metà uomo, che viveva nel Labirinto del palazzo di Cnosso. Quindi hanno osservato sul Vaso François la fine della storia narrata dal mito, col ritorno dei giovani Ateniesi che sbarcano ad Atene e danzano e, a conclusione di questo percorso labirintico lungo il filo di Arianna, hanno visto, su un altro vaso che spesso passa inosservato tra tutti i vasi della collezione di arte greca del museo, l’episodio più importante del mito di Teseo: l’eroe che uccide il Minotauro.

Tra un laboratorio e l’altro le famiglie hanno visitato il museo; i bambini hanno così potuto svolgere i compiti assegnati nell’activity book sia nella sezione etrusca che nel Museo Egizio, coinvolgendo anche in quest’attività i propri genitori. Infine, al termine della loro visita, hanno consegnato all’ingresso un loro disegno che parteciperà ad un concorso nazionale indetto da F@mu e che pubblichiamo anche qui:

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A ricordo di questa Giornata, ai bambini è stato consegnato un Diploma di partecipazione che hanno ritirato con un certo orgoglio.

La consegna dei diplomi
La consegna dei diplomi

Per una mattina le sale del museo hanno risuonato delle voci allegre dei bambini; è stata una bella occasione per il personale del Museo, che ha curato l’organizzazione e la gestione dell’evento, ed è stata una bella esperienza per le famiglie. Il commento che ci ha lasciato una ragazzina vale più di mille parole: “… in generale questa visita è stata l’esperienza più bella della mia vita. Ringrazio chi ha fatto sì che le emozioni scaturite in me rimangano impresse nella mia memoria. Ma ringrazio soprattutto i miei genitori per avermici portata; siete dei grandi esempi da seguire“. E soprattutto con l’ultima frase, la Giornata delle Famiglie al Museo può dirsi perfettamente riuscita.

Il sorriso di Eleonora quando riceve il diploma è il sorriso di tutti i bambini che hanno partecipato e anche il nostro, che li abbiamo visti divertirsi imparando!
Il sorriso di Eleonora quando riceve il diploma è il sorriso di tutti i bambini che hanno partecipato e anche il nostro, che li abbiamo visti divertirsi imparando!