#lartechelegge… in Etruria!

Sembra una contraddizione in termini, parlare dei libri del popolo di cui quasi tutte le fonti scritte sono andate perdute, ad eccezione delle sintetiche iscrizioni su reperti e monumenti. Eppure si può, senza misteri né rivelazioni, affidandoci saldamente ai reperti archeologici e alla paziente comparazione tra gli oggetti in nostro possesso e le fonti iconografiche, cioè le immagini che gli Etruschi di loro stessi hanno lasciato.

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Alfabeto etrusco (incisione sulla tavoletta di Marsiliana d’Albegna)

La nostra conoscenza dei supporti etruschi per scrittura  (tavolette, dittici o rotoli) deriva, nella quasi totale assenza di questo tipo di realia, in gran parte dalle scene di lettura e scrittura che vediamo riprodotte in incisioni e rilievi. In questo quadro costituiscono preziose eccezioni la tavoletta di Marsiliana e il liber linteus. La prima (675-650 a.C.) è una tavoletta destinata alla scrittura: le lettere venivano incise con uno stilo sulla cera spalmata nella parte incassata del supporto. Sul bordo reca un alfabeto di 26 lettere, scritte da destra verso sinistra.

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La tavoletta in avorio da Marsiliana, esposta al MAF

Il secondo è un rotolo di lino, oggi ricomposto dalle sottili strisce in cui era stato diviso in antico; esse erano infatti state riutilizzate per fasciare la mummia di una donna dell’Egitto di età ellenistica, portata a Zagabria dallo scopritore e oggi ancora conservata nel museo della città. Il testo etrusco su questo rotolo conteneva una serie di prescrizioni religiose relative a sacrifici da compiere in determinati giorni per Nethuns, il dio etrusco corrispondente a Nettuno.

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Il libro (rotolo) di lino di Zagabria (fonte)

Una conferma iconografica dell’uso delle tavolette si trova sullo specchio Casuccini, nel quale un personaggio femminile sorregge un dittico con incise delle lettere (si tratta della trascrizione della profezia emessa dalla testa di Orfeo, in basso), e sullo specchio con Eracle allattato da Uni: sullo sfondo Tinia (Zeus) regge una tavoletta con una iscrizione che spiega la scena.

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Lo specchio Casuccini, a sin., e lo specchio con Eracle allattato da Uni, a destra (entrambi al MAF)

Le frequenti raffigurazioni di oggetti legati alla scrittura si spiegano con la voluta ostentazione del ruolo sociale di chi deteneva questo potere: sono infatti i magistrati cittadini che spesso sono accompagnati da scrivani che registrano le decisioni ufficiali (per esempio sui cippi chiusini di età arcaica), e nei cortei che li accompagnano compaiono, tra musici e littori, uomini che portano le tavolette. Dittici, tavolette e rotoli sono inoltre raffigurati nelle mani dei defunti sui coperchi delle urne volterrane di età ellenistica. Oltre che alla sfera politica, in Etruria la scrittura è saldamente ancorata anche alla dottrina religiosa: i romani presentano gli Etruschi come popolo molto devoto e dedito all’applicazione rigidissima delle norme scritte. Persino demoni e divinità scrivono, e tengono in mano i rotoli con il destino dei defunti. La etrusca disciplina, cioè la scienza etrusca, è quell’insieme di norme contenute in libri che Cicerone chiama fulgurales (sull’interpretazione dei fulmini), fatales (sulla divisione del tempo e la durata della vita) e rituales (su vari aspetti della vita religiosa, come la fondazione delle città). La religione etrusca è rivelata e scritta, perché secondo la leggenda sarebbe stata dettata da Tagete, un bambino vecchio nato da un solco della terra a Tarquinia.

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Coperchio di urna cineraria da Chianciano, fine V sec. a.C., esposto al MAF. Accanto al defunto è un demone femminile alato che stringe in mano il rotolo su cui è scritto il fato.

Al di là delle leggi e dei testi religiosi, purtroppo, possiamo solamente supporre l’esistenza di altri testi letterari etruschi; la conquista romana e l’avvento della lingua latina hanno infatti filtrato tutta la tradizione esistente, tanto che già Lucrezio (De rerum naturae, 6, 380), nel I sec. a.C., era perplesso di fronte alla consultazione di un testo etrusco da parte di un aruspice perché questi svolgeva il rotolo in direzione opposta rispetto ai romani (perché era scritto da destra a sinistra, a differenza dell’uso del latino in quel periodo, quando si scriveva da sinistra a destra). Livio (Ab urbe condita, 9, 36, 3-4), analogamente, si stupisce di trovare nelle sue fonti che i Romani aristocratici del IV sec. a.C. andassero a studiare a Caere per imparare le lettere etrusche, quando al suo tempo gli studi venivano compiuti in Grecia. Le fonti iconografiche, ancora una volta, parlano però laddove i testi mancano, e suggeriscono, nelle scene che non siamo in grado di interpretare completamente, l’esistenza di miti o versioni storiche diversi da quelli a noi tramandati dalla letteratura latina (un esempio è proprio lo specchio sopra citato in cui Eracle viene allattato da Uni).

Il console, il trono e la caccia: il tardoantico in tre bronzi del MAF

Il recente spostamento di un pezzo per una mostra* ha fornito l’occasione per il riallestimento di una vetrina nel corridoio dei bronzi al secondo piano del museo. Sono stati qui collocati tre bronzi tardoantichi, tutti datati nel corso del IV e V sec. d.C., che, oltre ad essere preziosi manufatti di toreutica, molto hanno da raccontare sulle abitudini e sulla vita dell’alta società dell’epoca.

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Piatto di Ardaburio. L’iscrizione recita: “vir inlustris comes et magister militum et consul ordinarius”

Il piatto di Ardaburio è un piatto d’argento che reca il nome di Flavius Ardabur Aspar, un comandante alano (della regione iranica) ucciso nel 471 d.C.; si tratta di un missorium o piatto di largizione, cioè un piatto onorifico donato come gratifica per un merito militare o per celebrare una ricorrenza. Al centro è rappresentato proprio lui, Ardaburio, seduto, con in mano lo scettro del potere consolare; con la destra regge quello che sembra un panno appallottolato. Si tratta della mappa, il pezzo di stoffa che i magistrati lasciavano platealmente cadere per dare il via nei giochi circensi, e che nella tarda antichità diventa un attributo distintivo della carica pubblica ricoperta. Accanto a lui è raffigurato il figlio, nello stesso atteggiamento. Ai lati sono due figure simboliche, probabilmente Roma (armata e con il globo in mano) e, forse, Costantinopoli. Al di sopra della scena, all’interno di due clipei, altri due consoli: Ardabur padre, console nel 427 d.C., e Plinta, console nel 419 e probabilmente imparentato con la famiglia.

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Spesso in età tardo antica le ville e i monumenti sono decorati con scene di circo; un esempio è il mosaico dalla villa romana del Casale presso Piazza Armerina (fonte)

I missoria nascono come oggetti donati dagli imperatori, ma ben presto anche i privati, seguendo l’esempio imperiale, adottano l’usanza di distribuire in omaggio al proprio seguito vasellame d’argento, per esempio in occasione della loro assunzione a un’importante carica pubblica. L’onnipresente presenza militare, la ricchezza e magnanimità del signore, i giochi del circo sono tutti elementi immancabili nel quadro della vita pubblica dei ricchi funzionari dell’impero nella tarda antichità, quando oramai i confini si sono ritirati e la capitale d’Occidente si è spostata a Ravenna (dal 402 d.C.). E in privato, come conducevano la vita questi signori?

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Facendo un balzo indietro di quasi un secolo possono rispondere la spalliera di trono e la placchetta intarsiata esposte nella stessa vetrina e datate entrambe alla metà del IV sec. d.C. La spalliera è la decorazione in lamina bronzea della parte posteriore di un trono di legno, a cui in origine era fissata; è decorata con scene incise e intarsiate in rame e argento, rappresentanti episodi di caccia. A sinistra è la cattura di un cavallo con il laccio; al centro la caccia al cervo con l’aiuto dei cani; a destra un cacciatore a piedi che conduce i cani. Le scene sono presumibilmente ambientate nel parco della grande villa porticata che compare sullo sfondo, dalla struttura complessa, con più padiglioni, che doveva essere la sede del ricco proprietario.

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La piccola lamina (larga circa 10 cm, intarsiata in oro e argento) presenta una analoga scena, suddivisa in due registri: nella parte superiore un cervo, già ucciso, viene trasportato legato a una pertica dai cacciatori accompagnati da un cane; sotto, invece, è il momento dell’uccisione. Sullo sfondo anche qui ci sono strutture architettoniche a padiglione che rimandano a un ambiente comunque antropizzato.

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Le stesse scene si trovano sui mosaici, come questo proveniente da Roma e conservato alla Centrale Montemartini, datato alla prima metà del IV sec. a.C. (fonte)

L’importanza della caccia quale attività tradizionalmente nobilitante (ma anche funzionale al reperimento di animali da sfruttare nei giochi gladiatori) in questo periodo è ben nota dalle numerosissime rappresentazioni musive che si conoscono, non a caso riconducibili ad ambienti di ville private, proprio quelle immortalate sullo sfondo delle scene stesse.

I reperti bronzei nuovamente esposti al MAF sono dunque estremamente significativi: non solo sono rare testimonianze del un periodo poco rappresentato nel nostro museo, ma aprono anche squarci interessanti sulla vita delle classi agiate nel momento cruciale di trasformazione e passaggio dalla storia antica a quella altomedievale.

* Il pezzo spostato è la lucerna con i santi Pietro e Paolo, in prestito a Pisa per la mostra “Nel solco di Pietro. La cattedrale di Pisa e la basilica vaticana”, fino al 23 luglio 2017.

#danzaconlarte al MAF: il dinos campana con i danzatori

Anche in questo post, come nel post precedente, dedicato alla geranos rappresentata sul vaso François, parliamo di danza nell’arte antica. Lo facciamo, ancora una volta prendendo spunto da un vaso della collezione del museo.

Il dinos campana attribuito a The Ribbon Painter, Firenze, Museo Archeologico Nazionale, 540-520 a.C.

Esso è esposto, in una vetrina tutta per sé, al II piano del museo; non è un vaso particolarmente grande, e serviva per mescolare l’acqua e il vino durante i banchetti degli aristocratici etruschi di Cerveteri. Tuttavia non è un vaso di produzione etrusca. Su di esso sono rappresentati dei danzatori a vernice nera che ne movimentano la superficie.

Questo manufatto appartiene ad una categoria poco diffusa, quella dei dinoi campana. Il dinos è per l’appunto un vaso utilizzato nel banchetto. Si chiama così perché in greco la parola dine, che significa girandola, indica il senso della tornitura e una sorta di impressione a girandola sul fondo dovuta proprio al segno lasciato dal tornio. Il nome Campana deriva invece dal Marchese Giovanni Pietro Campana che per primo collezionò oggetti di questo tipo e li identificò come classe a sé. Il Marchese Campana fu, nel corso dell’Ottocento, un grandissimo collezionista di antichità: sculture, vasi greci, gioielli antichi; verso la fine della sua carriera, però, caduto in disgrazia, gli fu confiscata l’intera collezione dallo Stato Pontificio; essa fu dispersa tra numerosi musei esteri (in primis il Louvre) e italiani, tra cui anche il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Tuttavia il dinos campana del nostro museo non appartenne alla collezione Campana, ma faceva già parte delle collezioni medicee e granducali.

I ballerini sul corpo del vaso: ognuno compie un movimento diverso

La storia del dinos campana è interessante. Esemplari di questa tipologia di vasi sono stati rinvenuti soltanto in corredi e tombe di Cerveteri: i ricchi aristocratici di Caere (in lingua etrusca Kaisra) amavano esibire proprio questo tipo di vasi, e non altri, al centro del banchetto. La produzione di essi però non si colloca né a Cerveteri e dintorni, né tantomeno in Etruria, ma addirittura nel Nord della Ionia, ovvero in quella parte della Turchia nordoccidentale in cui un tempo sorgevano le città di Focea e Clazomene: qui pochi artigiani lavorano tra il 540 e il 520 a.C. producendo questi manufatti che sono acquistati principalmente dalle classi artistocratiche di Cerveteri. Il nostro vaso, in particolare, viene attribuito al pittore noto come The Ribbon Painter, il cui marchio distintivo è un nastro attorcigliato sul fondo del vaso; nel nostro esemplare al posto del nastro si alternano fiori di loto a foglie dalla forma a cuore.

Sul vaso è rappresentata una scena di danza piuttosto dinamica: 11 giovani ballerini nudi sono raffigurati in pose molto vivaci tutte differenti le une dalle altre; non è stato rappresentato un ballo di squadra, perché ognuno sembra seguire una sua precisa coreografia con una movenza specifica. I ballerini hanno mani allungate e braccia lunghissime, cosce grosse, caviglie sottili e piedi allungati: la resa anatomica è semplificata, ma efficace e rende l’idea di corpi sinuosi che si muovono ritmicamente a passo di danza. Gli occhi a mandorla dei loro volti sono l’indizio definitivo che ci rivela la provenienza dall’area orientale dell’Egeo dell’artista.

“Giochi e gare al museo”: la F@Mu 2016 al MAF

Il giorno 9 ottobre 2016 si svolgerà, al MAF come su tutto il territorio nazionale, la giornata Nazionale delle Famiglie al Museo. La manifestazione, promossa dall’Associazione Famiglie al Museo e patrocinata dal Mibact e numerose istituzioni italiane, è dedicata ai piccoli fruitori dei musei accompagnati dagli adulti e vede nel 2016 la sua quarta edizione.

locandinafamu2016-def-850x1195Il MAF, che sin dal primo anno ha preso parte all’iniziativa con laboratori didattici e giochi studiati appositamente per i piccoli visitatori, quest’anno è risultato vincitore del concorso indetto dall’associazione Famiglie al Museo per la scelta del tema dell’edizione 2016, con la proposta “Giochi e gare al museo – il museo palestra della mente”: per questo spetterà al Museo fiorentino ospitare la cerimonia di apertura della manifestazione, nel corso della quale sarà insignito della targa di riconoscimento.

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Per l’occasione è stata allestita la mostra “Giochi e gare… dall’antichità al Museo”, organizzata dal MAF grazie a fondi ministeriali, con il contributo di Unicoop Firenze, dell’Associazione Famiglie al Museo e dell’associazione Friends of Florence.

La seconda domenica di ottobre, dalle ore 9.30, sarà dato il via alla Giornata delle Famiglie al Museo. Tutti i bambini che entreranno con i loro accompagnatori (ingresso gratuito per ciascun bambino e per due suoi accompagnatori) saranno dotati di un acticvity book con giochi e quiz da completare durante il percorso di visita: ad accompagnare i piccoli visitatori sarà, idealmente, un bambino dell’antica Grecia con la passione per lo sport e la pittura, Kleitias… Sì, proprio quello che “da grande” dipingerà il vaso François!

Una pagina dell'activity book

Una pagina dell’activity book

k_disegna_col_blogNel museo saranno predisposte tre postazioni disegno, una per piano, per fermarsi a disegnare e ritagliare le ghirlande di cartoncino distribuite ai bambini. Su prenotazione, invece, si terranno due laboratori a tema, ripetuti tre volte ciascuno nel corso della mattinata (alle ore 9.30, 11.00, 12.30): “A scuola di disegno con Kleitias” (laboratorio di pittura a figure nere su ceramica) e “Un giorno alle gare di Olimpia” (gioco dell’oca gigante con quiz sullo sport nell’antichità).

Sempre dalle 9.30, ogni ora, si ripeteranno le visite guidate alla mostra “Giochi e gare… dall’antichità al museo”.

La mostra, collocata all’interno del percorso espositivo – al secondo piano del Museo -, è stata appositamente studiata con scopi didattici e pensata per essere fruita, sia con l’accompagnamento di un adulto che in autonomia, dai piccoli visitatori del Museo Archeologico. Si presenta, infatti, come un’esperienza interattiva attraverso la quale i bambini possono apprendere, grazie all’osservazione degli oggetti esposti, lo svolgimento dei giochi sportivi nel mondo greco in occasione delle Olimpiadi antiche, con l’aiuto di ricostruzioni visive e sonore, i paesaggi sonori realizzati in collaborazione con Francesco Landucci.

Uno dei pezzi esposti, con la corsa dei carri

Uno dei pezzi esposti, con la corsa dei carri

A conclusione del percorso, i bambini potranno infatti anche maneggiare alcune ricostruzioni degli attrezzi antichi per il salto e incoronarsi con una corona d’olivo, come i veri vincitori dei giochi antichi, scattandosi una foto nella postazione dedicata!

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Per informazioni e prenotazioni: 055 23575 oppure scarica il volantino cliccando sull’immagine!

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Gli antichi Romani dicevano “Mens sana in corpore sano!” È latino e significa che per ognuno di noi è importante prendersi cura del proprio corpo (mangiando cibi sani e nutrienti e facendo attività fisica, per esempio) e della propria MENTE… Ma come ci si prende cura della MENTE????? Andando a scuola ma anche cercando di essere sempre bambini curiosi pronti a scoprire il mondo che ci circonda! Per allenare il corpo… si può andare in palestra, naturalmente. Per allenare la MENTE… Beh! Possiamo andare tutti al Museo!!!!

Incontri al Museo 2016-2017

Come ogni anno, con l’autunno tornano al MAF gli “Incontri al Museo“, il ciclo di conferenze gratuite che si terranno, negli ambienti del museo, dal mese di settembre 2016 al mese di maggio 2017. Delle 11 conferenze in programma, tre sono dedicate alla figura di J.J. Winckelmann, in onore delle celebrazioni per il giubileo winckelmaniano e costituiranno un complemento alla mostra allestita nel Salone del Nicchio, che resterà visitabile fino a gennaio 2017.

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Il primo incontro, in programma per il 22 settembre, sarà dedicato alla presentazione del Notiziario della Soprintendenza Archeologia del 2015; le altre conferenze, invece, costituiranno un’opportunità di approfondimento delle antichità etrusche della Toscana e dell’archeologia greca. Per marzo è inoltre prevista la proiezione di un cortometraggio, “Timodemo“, del pittore Rodolfo Meli.

20160909_124657-1-1-1Cliccando sull’immagine qua sopra è possibile scaricare il pdf del programma. Come sempre vi aspettiamo numerosi!

Il Museo Archeologico a MusArt festival 2016

Il mese di luglio a Firenze vedrà protagonista piazza SS. Annunziata, con una serie di eventi che approfitteranno dei suoi spazi e dei monumenti che la circondano. Nell’ambito dell’Estate Fiorentina è infatti in cartellone, dal 19 al 23 luglio, MusArt Festival, un festival pensato per coniugare arte, musica e cibo.

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BitConcerti propone al pubblico di fiorentini e non una serie di ‘percorsi emozionali’ che abbiano il loro fulcro nell’abbinamento di un concerto con la visita di un giardino, di un luogo di culto o di un palazzo monumentale insieme ad occasioni gastronomiche selezionate. Coloro infatti che acquisteranno il biglietto per assistere ad uno dei concerti del festival, potranno visitare gratuitamente alcuni dei luoghi d’arte più significativi, accessibili dalla piazza. Il MAF sarà presente con il suo giardino munumentale, aperto per l’occasione con visite guidate alle tombe etrusche ricostruite al suo interno.

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Le visite potranno avvenire a partire dalle ore 20.00 fino ad inizio concerto. L’allestimento della piazza sarà di tipo teatrale e saranno presenti al suo interno alcuni punti ristoro.

Il giardino della Crocetta e la Mostra dei Fiori

Nell’ultima settimana di aprile la città di Firenze è tradizionalmente sede della Mostra Primaverile di Piante e Fiori promossa dalla Società Toscana di Orticultura, una manifestazione che ha la sua origine già alla metà del XIX secolo.

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Un evento apparentemente slegato dal Museo Archeologico, ma intimamente connesso con il Palazzo della Crocetta e il suo giardino. Ancora prima che i vialetti di ghiaia e le sale dell’edificio divenissero la dimora di tombe e corredi etruschi, infatti, il Giardino Ameno costituiva semplicemente uno dei tanti giardini delle ville cittadine che venivano utilizzati per le esposizioni annuali di piante e fiori.

Il giardino all'inizio del Novecento, quando ancora mancava la parte del Museo Topografico e gli arconi di sostegno del Corridoio Mediceo erano visibili dall'esterno

Il giardino all’inizio del Novecento, quando ancora mancava la parte del Museo Topografico e gli arconi di sostegno del Corridoio Mediceo erano visibili dall’esterno

In particolare ebbe luogo nel giardino del museo la mostra tenuta dal 23 al 26 settembre 1852: articolata in tre sezioni, di Piante e fiori, Frutta e ortaggi e Mobili, istrumenti ed altri oggetti di giardinaggio, raccoglieva le esposizioni di diversi giardini storici e granducali, come Boboli, La Petraia, Castello, Poggio a Caiano e il Giardino dei Semplici. Si trattava della prima mostra dei Fiori.

Il giardino quando ancora ospitava alberi da frutto al posto delle tombe etrusche

Il giardino quando ancora ospitava alberi da frutto

Tra gli espositori erano poi appassionati esponenti di nobili famiglie fiorentine ma anche produttori e titolari di stabilimenti orticoli. Dai cataloghi originali si può ricavare la grandissima varietà di piante conosciute e coltivate nei giardini dell’epoca, di molto superiori a quelle presenti oggi. La mostra della Crocetta fu una sorta di banco di prova per decidere la possibilità di fondare la Società Toscana di Orticultura, e il suo successo fece sì che la Società vedesse la luce due anni dopo.

Le azalee che ancora oggi adornano il giardino al massimo della loro fioritura

Le azalee che ancora oggi adornano il giardino al massimo della loro fioritura

Nel 1860 la mostra fu nuovamente ospitata  dal Giardino del MAF, e il successo crescente delle edizioni successive consentì poi alla Società l’acquisto di un terreno (l’attuale giardino dell’orticoltura) con duplice funzione di orto sperimentale e sede delle esposizioni, che dal 2000 sono tornate stabilmente ad esservi allestite.

Il tasso centenario del MAF, che sicuramente ha "partecipato" anche alla mostra del 1852!

Il tasso centenario del MAF, che sicuramente ha “partecipato” anche alla Mostra del 1852!

Nell’edizione di questa primavera un pannello richiama l’edizione della mostra del 1860, la seconda nel Giardino della Crocetta; un sottile filo rosso che collega i luoghi e le strutture della città, ancora oggi vivi e restituiti al grande pubblico in occasioni ed eventi particolari.

Il manifesto della mostra del 1860 (foto A. Pirali)

Il manifesto della mostra del 1860 (foto A. Pirali)

Se il giardino oggi non apre più i cancelli agli espositori di piante, disvela comunque le sue fioriture e i suoi segreti (non solo archeologici) ai visitatori in occasione delle visite olfattive, di concerti e inaugurazioni. E dal momento che questi eventi hanno luogo prevalentemente in estate… stay tuned! 😉

 

12/10/1492: l’Europa scopre il Mondo che non c’era

La data che oggi ricorre, il 12 ottobre, è di quelle che si imparano fin da bambini, una data che segna l’inizio di una nuova epoca storica, l’incontro e la vicendevole scoperta di due civiltà: la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

In realtà l’abile navigatore genovese stava cercando di arrivare nell’Estremo Oriente passando da Ovest, giocando sul fatto che la terra era rotonda. Intuizione geniale, se non fosse che incappò in un continente totalmente sconosciuto che si frapponeva tra l’Oceano atlantico e l’Oriente. Lui non se ne rese mai conto, pensò davvero di essere arrivato nel Levante, ma le conseguenze dei suoi viaggi furono incredibili e diedero il via alla grande stagione delle esplorazioni geografiche. Tra i vari esploratori che gli succedettero, Amerigo Vespucci, fiorentino, per primo si rese conto di essere giunto su un nuovo continente, che da lui prese il nome di America. Un mondo nuovo era definitivamente stato scoperto, un mondo di cui si ignorava l’esistenza. Il Mondo che non c’era aspettava soltanto di essere esplorato. E in tanti partirono dall’Europa, per conoscerlo.

Ma perché parlare della scoperta dell’America? Cosa c’entra con le collezioni archeologiche di Firenze?

Maschera in oro, cultura Lambayeque, Perù; è stata scelta come simbolo della mostra "Il mondo che non c'era"

Maschera in oro, cultura Lambayeque, Perù; è stata scelta come simbolo della mostra “Il mondo che non c’era”

Un indizio è la gigantesca riproduzione di una maschera funebre peruviana in lamina d’oro che troneggia all’ingresso del museo, porta virtuale per la mostra “Il mondo che non c’era”, dedicata proprio all’arte dell’America centro-meridionale di epoca precolombiana e ospitata al Museo Archeologico Nazionale di Firenze fino al 16 marzo 2016. Il collegamento, però, può spingersi oltre: i Medici, infatti, proprio coloro che hanno iniziato a collezionare antichità dando origine al nucleo delle raccolte archeologiche cittadine, furono tra i primi anche a raccogliere stranezze e oggetti preziosi che venivano portati dal Nuovo Mondo. Gli “exotica” giunti per stupire le corti europee erano piante, animali, oggetti (primi tra tutti quelli in oro) e purtroppo persino uomini; nei gabinetti delle curiosità si raccoglievano mantelli di piume, monili, armi indigene: qualcosa arrivò anche nello Studiolo dei Medici, ed oggi è confluito nel Museo di Antropologia e nel Museo degli Argenti.

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Ritratto di Montezuma appartenuto alle collezioni medicee

Tra gli oggetti giunti a Firenze è anche una piccolissima maschera in giadeite che è conservata tra le gemme del Museo Archeologico di Firenze, un fine prodotto di arte azteca. Gli Aztechi vissero nel Messico centrale tra il 1200 e il 1521 d.C.; l’ultimo loro grande sovrano, che subì la definitiva sconfitta da parte degli Spagnoli, fu Montezuma II. La testina dell’Archeologico una volta  arrivata a Firenze fu montata su un ovale in rame e le furono aggiunti due rubini al posto degli occhi. Il suo aspetto attuale, così vivace, è dunque il frutto di un’integrazione, e non il suo aspetto originale.

testina atzeca, collezione Medici, Firenze Museo Archeologico Nazionale

Testina atzeca, collezione Medici, Firenze Museo Archeologico Nazionale

Gli oggetti centroamericani e sudamericani appartenenti alla collezione Medici non sono giunti per caso, ma a seguito di una spedizione che il Granducato di Toscana volle e finanziò nel 1608: la cosiddetta Spedizione Thornton. Il capitano inglese Robert Thornton fu incaricato di organizzare una spedizione nel Brasile Settentrionale, che avesse come scopo quello di sviluppare il commercio di legname pregiato tra l’Amazzonia e l’Italia, creando una base coloniale toscana tra i possedimenti spagnoli e portoghesi lungo la costa atlantica brasiliana. Il viaggio di Thornton durò un anno, dopodiché nel 1609 il galeone fece rientro a Livorno, portando con sé un carico di oggetti esotici e preziosi, di animali e di indigeni. Ferdinando I, però, era morto da pochi mesi, e il suo sogno di creare un avamposto commerciale in Brasile era scomparso con lui: Cosimo II, suo successore, preferì non impiegare risorse ed energie per un’impresa così lontana e nebulosa. Finisce dunque così, con un’esplorazione lungo il fiume Orinoco e il Rio delle Amazzoni e con qualche cassa di oggetti bizzarri con i quali arricchire le collezioni di mirabilia medicee, l’incontro di Firenze con il Nuovo Mondo.

Incontro che oggi al MAF si rinnova, con la mostra “Il Mondo che non c’era”.

Maschera in onice verde, Messico, cultura Teotihuacan, Collezione Medicea, ora Museo degli Argenti

Maschera in onice verde, Messico, cultura Teotihuacan, Collezione Medicea, ora Museo degli Argenti

Il MAF e Michelangelo: le collezioni di antichità dei Buonarroti tra via Ghibellina e via della Colonna.

Dal 14 al 19 luglio Firenze celebra, con la Settimana Michelangiolesca, uno dei suoi più amati e ammirati cittadini, il grande Michelangelo Buonarroti, proprio nei giorni in cui ricorre l’anniversario delle celebrazioni funebri a lui dedicate. La settimana, nata l’anno scorso a cinquecentocinquanta anni dalla sua morte, ha assunto quest’anno il carattere di un vero e proprio festival. Forse, però, non tutti sanno che in città, oltre alle più famose opere del Maestro, è possibile visitare il palazzo della famiglia Buonarroti, sede di un museo che ospita, tra le altre, una collezione di oggetti antichi. Oggetti che hanno una storia lunga e articolata, che nel XIX secolo passa anche dal Palazzo della Crocetta: è proprio ricordandola, dunque, che il MAF offre in questi giorni il suo tributo al grande artista.

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Casa Buonarroti (foto http://www.casabuonarroti.it/it/)

Nei primi decenni del ‘600 Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568-1647), pronipote di Michelangelo, cominciò ad adoperarsi per decorare il palazzo di famiglia in via Ghibellina in modo da rendere il giusto onore alla fama dell’avo. Nei suoi progetti era anche una raccolta di antichità, quell’antico che tante volte aveva ispirato l’illustre parente nella realizzazione delle sue opere. Michelangelo durante la sua giovinezza si era infatti formato nel Giardino di San Marco, che accoglieva gran parte delle collezioni di antichità di Lorenzo il Magnifico, lì disposte ad uso e studio degli artisti che ruotavano attorno alla corte medicea. Nonostante il suo amore per l’arte antica, tuttavia, egli non creò mai una propria raccolta.

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Il giardino di San Marco nel XVI sec. (foto https://it.wikipedia.org/wiki/Giardino_di_San_Marco)

Sullo scorcio del secolo la collezione archeologica di famiglia venne incrementata da un altro discendente di Michelangelo, l’erudito Filippo (1661-1733), che, coerentemente con gli interessi degli studiosi del proprio tempo, cominciò a dedicarsi anche allo studio dell’arte etrusca.  Le antichità rimasero nel palazzo Buonarroti fino al 1881, quando fu deciso di trasportarle nel museo archeologico fiorentino da poco costituito, dove i materiali furono inventariati e soltanto in parte esposti. Del trasferimento fu grande promotore l’allora direttore Milani, che riteneva che le antichità ben poco avessero a che fare con la celebrazione del genio michelangiolesco nel palazzo della famiglia. Dopo il ritorno di qualche opera a Casa Buonarroti nel 1965, è stato soltanto nel 1996 che i pezzi della collezione archeologica sono tornati tutti al loro posto.

Casa Buonarroti in un'incisione del XIX sec.

Casa Buonarroti in un’incisione del XIX sec.

Tra i pezzi due volte trasferiti ne ricordiamo soltanto alcuni: sono quelli che, chi visitasse il museo delle Antiche Collezioni e il Museo Buonarroti, potrebbe divertirsi a riconoscere e confrontare tra loro. Prima tra tutte un’urna cineraria in terracotta di origine chiusina, datata al II sec. a.C., come tante che oggi fanno bella mostra di sé nella sala IX del Museo. La particolarità del pezzo sta però nell’eccezionale conservazione della policromia, probabilmente quella originale, in particolare nella scena di combattimento stampata sulla cassa.

L'urna di Casa Buonarroti (in alto) e quelle esposte nel Museo (in basso)

L’urna di Casa Buonarroti (in alto) e quelle esposte nel Museo (in basso)

Ancora, si ricollegano immediatamente agli ex voto fittili conservati al secondo piano del museo gli ex voto anatomici, una testa maschile e un utero, da casa Buonarroti, datati al III-II sec. a.C. Riproduzioni in terracotta di parti od organi del corpo umano, venivano donati dai devoti nei santuari per chiedere alle divinità una guarigione o in cambio di una grazia ricevuta.

Teste e utero, ex voto fittili da Casa Buonarroti (in alto) e dal Museo Archeologico (in basso)

Teste e utero, ex voto fittili da Casa Buonarroti (in alto) e dal Museo Archeologico (in basso)

Infine, chi ha presente la produzione etrusca di bucchero, ben rappresentata nelle prime sale del secondo piano del Museo, non stenterà a riconoscere i numerosi esempi di vasellame da banchetto della caratteristica ceramica nera conservati a casa Buonarroti, sia di VII che di VI sec. a.C.

Vasellame in bucchero dal Museo Archeologico (in alto) e da Casa Buonarroti (in basso)

Vasellame in bucchero dal Museo Archeologico (in alto) e da Casa Buonarroti (in basso)

Anche in questo caso, dunque, la storia di Firenze intreccia all’interno della stessa trama persone, luoghi e tempi diversi, e la città del David dischiude i suoi tesori più antichi anche a chi, purista del Rinascimento, una visita all’Archeologico non l’avesse ancora programmata!

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: in mostra l’antico popolo dei Falisci

Inaugura domani, 7 novembre 2014 alle ore 17 presso il Salone del Nicchio del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la mostra “Falisci – il popolo delle colline”.

Ma chi furono i Falisci?

Nella carta dell’Italia preromana, ecco dove si collocava la popolazione dei Falisci

Tra le popolazioni dell’Italia antica, alcuni gruppi etnici “minori” che hanno sempre suscitato un particolare interesse tra gli studiosi, per contro, sono rimasti pressoché ignoti al grande pubblico. Tra questi, i Falisci, una popolazione schiacciata tra i tre grandi gruppi etnici dell’Italia centrale, Etruschi, Latini, Sabini, nota dalle fonti antiche per la strenua e suicida resistenza alla romanizzazione, ma che tutto sommato è marginale nel quadro delle popolazioni pre-romane. La ricchissima documentazione disponibile, però, mostra come questo popolo, proprio per la sua posizione “di confine” servì da catalizzatore culturale, da melting pot centro-italico, sia nella storia antica che nelle ricerche moderne. Geograficamente i Falisci si collocavano nel punto di convergenza delle principali direttrici commerciali dell’Italia centrale preromana. Questo conformò la natura commerciale dei luoghi e diede la luce ad una cultura originale, dagli esiti propri, dal gusto “sovraccarico”, che riassumeva e faceva propri gli stimoli provenienti dai popoli vicini in un prodotto “multietnico”.

In età moderna l’interesse degli antiquari, le prime ricerche “sperimentali” della Carta Archeologica d’Italia, l’opera dei funzionari del Ministero, permisero la raccolta di un’impressionante mole di dati, che fecero di questa zona una delle meglio conosciute e pubblicate del mondo. Da qui la “fortuna” dei Falisci, e però la conseguente dispersione di materiali provenienti dalla media valle tiberina che presero il volo verso i principali musei e collezioni europei dell’epoca.

I materiali falisci si ritrovarono in Italia, invece, al centro di una contesa, un vera e propria “guerra dei Musei” che vide contrapposti, alla fine dell’ottocento, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e il Museo Centrale dell’Etruria di Firenze, che volevano accaparrarsi i materiali a colpi di offerte agli antiquari e di interpellanze parlamentari.

Nonostante la fortuna negli studi e nelle ricerche, i Falisci non sono molto noti al pubblico al di fuori del loro territorio nel Centro Italia. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze da oggi colma questa lacuna, esponendo la ricca collezione di materiali che, coinvolti pesantemente nell’alluvione del 1966, attendevano ancora uno studio complessivo. È stato quindi avviato un progetto di risistemazione e di riedizione complessiva dei più di 800 reperti del Museo fiorentino, ricostituendone i contesti, tramite un effettivo riscontro dei dati di acquisizione.

locandina falisci

La mostra sottolinea l’elevato interesse antiquario oltre che archeologico della documentazione dell’Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, e vede la collaborazione dell’Università degli Studi di Siena e del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze. La realizzazione dell’esposizione è stata resa possibile dal supporto finanziario privato del Trust Sostratos.