“Mesci mescolando una misura d’acqua e due di vino”…*

“Beviamo: perché aspettiamo le lucerne? Un dito è il giorno;
ragazzo mio, tira giù grandi coppe decorate:
il vino, infatti, il figlio di Semele e Zeus, oblio dei mali,
donò agli uomini. Mesci mescolando una misura d’acqua e due di vino,
colme fino all’orlo, e l’una l’altra coppa scacci”
[Alc. fr.346 v]

 

Così Alceo, poeta lirico greco vissuto tra VII e VI sec. a.C., invita a dimenticare le ansie della giornata abbandonandosi al dolce oblio del vino, senza attendere che cali la sera per dare il via al simposio. Infatti proprio per questo Dioniso, figlio di Semele e Zeus, avrebbe donato agli uomini il segreto della vite e del vino, per distrarli dagli affanni e dai dolori della vita.

Alcune kýlikes (coppe) attiche a figure rosse.  Nel tondo scene di simposio.

Ma gli antichi, allora, erano tutti ubriaconi 😀 ?

No! Le fonti, unitamente ai rinvenimenti archeologici, consentono di delineare un quadro molto preciso di come nel mondo greco ed etrusco venisse inteso il consumo di vino. Il simposio, momento che seguiva il banchetto e dedicato alla condivisione del bere (syn-píno, bevo insieme) si connota come un momento di profonda religiosità oltre che di svago e piacere: un vero e proprio rituale. Durante il simposio si prega e si invoca il dio, che, assieme al prezioso liquido, ha insegnato agli uomini anche come farne buon uso. Abbandonarsi al bere smodato, infatti, porta l’uomo alla perdita del controllo e lo fa regredire a una stato naturale privo di freni inibitori, al pari delle Menadi invasate o dei Sileni (in parte umani e in parte ferini) che compongono il corteggio del dio, perdendo così quella identità sociale tanto importante nella pólis greca.

Dioniso con un sileno nel tondo di una coppa attica a figure rosse

Per questo motivo il vino si consuma mischiato ad acqua; più acqua che vino nelle proporzioni usuali di tre a uno (miscuglio che Ateneo derideva come “vino delle ranocchie”!), mentre più di rado (è il caso di Alceo) il vino era usato in proporzioni maggiori. Per mescolare si utilizzavano i crateri o i dínoi, vasi panciuti e con l’imboccatura larga da cui era comunque facile attingere il liquido. Il vino puro era ritenuto un eccesso da barbari.

I vasi “panciuti” per il consumo del vino: il cratere (al centro) e i dínoi (ai lati)

L’acqua che si aggiungeva poteva essere sia calda che fredda, a seconda delle stagioni; in estate, infatti, il vino veniva sovente mescolato direttamente a neve o ghiaccio, o raffreddato grazie all’ingegnoso sistema degli psyktéres, dei vasi dalla conformazione adatta per galleggiare all’interno di un cratere: potevano contenere neve o ghiaccio essi stessi, raffreddando così contenuto del cratere, oppure, al contrario, essere posti colmi di vino, all’interno di un vaso contenente neve o ghiaccio.

Un esempio di psyktér, che andava inserito all’interno di un cratere (fonte)

Oltre che con l’acqua, però, occorre dire che il vino veniva “truccato” anche con altri ingredienti: per mitigarne il sapore aspro, infatti, si aggiungevano spezie, miele, resina e vi si grattugiava dentro persino il formaggio (nei servizi da simposio greci ed etruschi, infatti, è spesso presente anche la grattugia!).

 

Grattugia in bronzo da un corredo funerario etrusco. Anche i Greci avevano strumenti analoghi nei serviti da banchetto!

Il consumo vero e proprio, all’interno del simposio, avveniva secondo regole precise: all’inizio si eleggeva un simposiarca, che decideva la proporzione tra acqua e vino (e quindi il tono della serata), il numero di coppe che sarebbe toccato a ciascun commensale e le norme che avrebbero regolato la festa, con le eventuali “penitenze” (di carattere burlesco o derisorio) per chi non le avesse rispettate. Talvolta si ingaggiavano professionisti che allietassero gli ospiti, come musicisti, acrobati o danzatori, oppure gli stessi commensali si cimentavano in giochi di abilità come il kóttabos, che consisteva nel rovesciare, lanciando l’ultima goccia di vino dalla coppa, piccoli recipienti collocati in equilibrio instabile su una particolare asta (il rhábdos kottabiké). Nato come forma di libagione, il kóttabos assunse spesso un carattere amatorio, poiché chi colpiva il bersaglio lo faceva pronunciando il nome della persona di cui sperava procurarsi il favore. La coppa andava presa per l’ansa con l’indice ed appoggiata con la base al polso; il lancio avveniva quindi con gesti assai delicati e calibrati, sempre più difficili man mano che la serata, tra canti e declamazioni, volgeva al termine nell’ubriachezza generale.

Partecipanti al simposio intenti nel gioco del kóttabos (fonte)

Sebbene l’ubriachezza e le sue nefaste conseguenze fossero normale amministrazione al termine dei simposi, non mancavano i moniti per i bevitori: spesso il tondo interno delle coppe è infatti decorato dal Gorgonéion, la testa di Medusa, il cui sguardo pronto a pietrificare fissava dritto negli occhi il bevitore non appena la coppa si svuotava del suo prezioso contenuto. All’esterno, invece, sono comuni le scene di banchetto, mentre un particolare tipo di coppa inventata dal ceramografo Exekías nella seconda metà del VI secolo a.C. presenta, oltre a una scena figurata, anche due grandi occhi apotropaici da cui prende il nome: la coppa “a occhioni”. Queste coppe, sollevate da chi beveva fino a coprire il viso, si trasformavano in una sorta di maschera (gli occhioni in corrispondenza degli occhi e il piede che diventa un buffo naso), proteggendo il bevitore dagli sguardi maligni altrui e facendo al contempo sorridere gli altri commensali.

Le coppe “a occhioni”. Al centro, il Gorgonéion che si può trovare dipinto all’interno delle coppe.

Ponte tra umano e divino, conforto alla vita e al tempo stesso pozione capace di risvegliare l’istinto bestiale dell’uomo, il vino è protagonista di uno dei più importanti momenti della vita sociale e politica dell’antichità, e ancora oggi sono proprio gli splendidi contenitori creati per assolvere le molteplici funzioni del suo consumo che ce ne raccontano la storia e i miti ad essa collegati.

* Delle aperture straordinarie del MAF del mese di agosto, quella di martedì 7 sarà dedicata proprio al vino, con visite guidate incentrate su questo tema.

Annunci

Eracle, il più umano degli eroi

Quest’anno le “Notti dell’Archeologia”, a cui il MAF aderisce con le tre aperture straordinarie serali del mese di luglio sono intitolate a “Eroi e miti dell’antichità“, a cui di volta in volta sono dedicate diverse visite guidate. Anche qui vogliamo suggerirvi un percorso, sulle orme di quello che forse nel mondo antico è stato l’eroe per antonomasia, il più caro di tutti ai cuori degli uomini, con le sue fragilità e la sua grandissima forza: Eracle.

hercules-clip-art-Hercules-Phil1
Eracle nella versione Disney! (fonte)

Figlio della mortale Alcmena e di Zeus, che una notte si sostituì nel letto al marito di lei Anfitrione, fin da giovane Eracle dimostrò una forza e un coraggio straordinari, che gli valsero il compimento delle celebri dodici fatiche. Le imprese furono assegnate all’eroe da Euristeo per espiare l’uccisione della moglie da lui compiuta in un momento di follia, provocatagli dalla gelosissima Era, sempre avversa al palese frutto di uno dei tanti tradimenti del regale consorte. Tutta la vita di Eracle è parimenti costellata da azioni nobili e da deleterie intemperanze, dovute all’avversità della regina degli dei come al suo carattere così furioso e incontrollabile. Egli può contare solo su se stesso e sulla divina Atena, sua guida costante, che incarna accanto a lui l’astuzia che aiuta la forza, la saggezza che tempera l’ira: proprio per questo egli diventa prestissimo un modello da imitare per i mortali, il paradigma dell’uomo che, attraverso la successione di errori e prove, giunge ad una agognata ricompensa al termine della propria vita. I mostri che sconfigge sono il riflesso dei lati negativi del suo stesso carattere, e il premio per tanta costanza sono la giovinezza eterna e la riconciliazione con Era, che alla fine lo accoglie sull’Olimpo.

Eracle è sempre rappresentato ammantato con la pelle del Leone Nemeo (la leonté), da lui sconfitto nella prima delle “fatiche”, e armato di clava (fatta con un ramo di olivo, la pianta sacra ad Atena), di arco e frecce o di spada. Al MAF Eracle compare in numerose raffigurazioni, che ci guidano attraverso la storie della sua intricata mitologia.

 

imprese eracle
In senso orario: Eracle e Pholos, Eracle e il cinghiale di Erimanto, Eracle e la cerva Cerinite, Eracle col tripode delfico.

Su un’anfora del Pittore di Würzburg, datata 520-510 a.C., Eracle è ritratto insieme a Phólos: sulla sua strada verso l’Erimànto (in Acaia, Peloponneso), infatti, Eracle raggiunge l’antro di Phólos, un centauro che, pur non essendo saggio quanto Chirone, è comunque meno selvaggio dei suoi compagni e per questo conosce le regole dell’ospitalità. Al centauro Eracle chiede un po’ di vino e l’ospite è inizialmente incerto se scoperchiare il píthos dove conserva il nettare prelibato: ha infatti paura di risvegliare i ben noti istinti bestiali degli altri centauri. Phólos cede alle insistenze di Eracle ma i suoi timori si avverano: i centauri accorrono all’odore del vino e, nella lotta che ne consegue, Chirone, giunto a calmare gli animi, viene involontariamente ucciso da Eracle con una freccia.

sdr
I Cercopi appesi a testa in giù

Su un’anfora a figure nere proveniente da Chiusi datata al 510-500, Apollo ed Eracle si contendono un animale che alcuni identificano con la cerva cerinite, la cerva con le corna d’oro sacra ad Artemide che Eracle riuscì a catturare e portare, con il permesso della dea, ad Euristeo. Sull’altro lato della stessa anfora è il buffo episodio di Eracle e i Cercopi, che si inserisce in una serie di episodi nei quali il forzuto eroe è protagonista di eventi quasi farseschi: i malefici Cercopi sottraggono le armi al figlio di Zeus e ne vengono prontamente puniti; mentre sono appesi a testa in giù, si ricordano della madre che li aveva messi in guardia dallo straniero “dalle natiche pelose” e scoppiano in risate che alla fine inducono lo stesso Eracle a lasciarli liberi. È propro il sentimento di forte immedesimazione con un eroe che passa la vita a rimediare ai propri errori e che fa sì che di Eracle si dimentichi quasi l’ascendenza divina, rendendolo protagonista di situazioni irriverenti e buffonesche.

Su altri due vasi esposti al secondo piano del MAF è possibile riconoscere alcune delle fatiche di Eracle: sul cratere a colonnette di Mison (datato al 490-480 a.C.) troviamo l’eroe con il tripode delfico, oggetto di una contesa con Apollo. Vistosi rifiutare l’oracolo dalla Pizia, infatti, Eracle avrebbe provato a portare via dal santuario il tripode, lottando con il dio e restandone sconfitto. Su un’anfora a figure nere datata al 510-500 a.C. è invece il compimento della cattura del cinghiale di Erimanto, così feroce e pericoloso che Euristeo, quando Eracle glielo consegnò, si nascose in un píthos, un grosso vaso, per il terrore.

Eracle è una divinità greca che viene poi accolta e trova la sua collocazione anche nel mondo etrusco e romano. Gli Etruschi lo chiamano Hercle; il suo nome (“herc”) si trova sul  Fegato di Piacenza (II-I sec. a.C.) e le sue prime raffigurazioni lo vedono con arco e faretra o con la clava. Al MAF è rappresentato in diversi bronzetti, databili dall’età arcaica a quella ellenistica, sempre con la leonté e la clava sollevata in atto di colpire il bersaglio.

bronzetti etruschi ercole

Talvolta, Hercle viene raffigurato in situazioni per noi sconosciute, del tutto etrusche, che non trovano corrispettivo nel mondo greco, come nell’incisione su uno specchio da Volterra in cui l’eroe, adulto, è allattato da una dea che l’iscrizione identifica come Uni.

specchi_tavolette
Specchio etrusco con Hercle e Uni

La preponderanza­­­ delle immagini che mostrano l’eroe sulla via dell’immortalità e vicino agli dèi, rivelano chiaramente che in Etruria, come in Grecia, già nel VI sec. a.C. egli era considerato un semi-dio, per il fatto stesso di aver dovuto lottare per conquistare la propria immortalità, e che era probabilmente sentito più vicino agli uomini di altre divinità. Insomma, Hercle deve essere stato considerato dagli Etruschi un apportatore di prosperità e forza vitale: un Ercole molto vicino a quello romano.

ercole
Bronzetti romani di Ercole. In basso, l’Ercole seduto di tipo lisippeo

Tra i numerosi bronzetti di epoca romana conservati al MAF, citiamo in ultimo l’ercole seduto (epitrapézios); anche se pesantemente restaurata, la scultura ripropone un tipo derivato da un’opera di Lisippo, che mostrava l’eroe seduto, con la clava a riposo e nell’atto di sollevare una coppa di vino. Si tratta di Ercole che, giunto al termine delle sue avventure terrene e spossato, riflette sul senso delle imprese compiute. A questo punto lo attende soltanto l’ascensione all’Olimpo con le altre divinità.

L’estate del MAF: aperture serali straordinarie

Per tutta l’estate, a partire da questa sera, il MAF prolungherà l’orario di apertura ogni martedì, restando aperto dalle 19,00 alle 22,00. Per ogni sera è in programma una visita guidata a tema, che sarà ripetuta più volte durante la serata e coinvolgerà vari settori del Museo puntando l’attenzione di volta in volta su elementi diversi delle collezioni, dai capolavori ai reperti meno noti e più curiosi. Durante le aperture serali sarà possibile anche la visita al giardino monumentale, con la ricostruzione delle tombe etrusche.

LOCANDINA piccolo
Clicca sull’immagine per scaricare il pdf del programma!

Nel mese di luglio le aperture saranno parte delle Notti dell’Archeologia, la manifestazione estiva che ogni anno coinvolge i musei della Toscana con eventi speciali accomunati da un unico tema. Quest’anno l’attenzione è puntata su “Eroi e miti dell’antichità“, e il MAF ha scelto di dedicare le tre serate di luglio alla scoperta degli eroi, delle eroine e dei mostri che dagli eroi sono stati combattuti e sconfitti.

Notti archeologia 2018 _ 685_195

Sul volgere della stagione, all’inizio di settembre, protagonista sarà invece la festa della Rificolona, una tradizione per la città di Firenze e soprattutto per il quartiere della Santissima Annunziata in cui il Museo sorge: sarà dunque per noi l’occasione di scoprire come gli Antichi rischiaravano il loro cammino e le loro case!

Vi aspettiamo dunque, a partire da questa sera, per scoprire ogni settimana un MAF diverso! Il biglietto di ingresso è, come al solito, di 4 euro; l’ultimo ingresso è alle 21,15.

Così diversi…così uguali!

Spesso il mondo antico ci appare come qualcosa di lontanissimo dalla nostra vita quotidiana e facciamo fatica a vedere negli oggetti esposti in un museo qualcosa che realmente qualcuno ha usato e maneggiato. Certamente molto è cambiato, ma ci sono utensili insospettabili che nella loro prima realizzazione hanno centrato talmente bene l’obiettivo per il quale erano stati creati che sono rimasti pressochè identici fino ai giorni nostri! Non ci credete? Eppure è proprio tra gli oggetti che usiamo tutti i giorni che è più facile trovare assonanze con i reperti antichi. Cosa c’è di più abituale per noi del grattugiare un po’ di formaggio su un piatto di pasta o del versare la minestra fumante nelle scodelle per cena?

grattugia
Grattugia etrusca dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (650-600 a.C.) che conserva ancora parte dell’immanicatura in legno

In effetti l’azione che gli Etruschi svolgevano era identica a quella che facciamo noi ogni giorno: afferravano per il manico la grattugia e ci strofinavano sopra il formaggio (o anche radici di spezie); ugualmente con il simpulum, che oggi chiameremmo ramaiolo, attingevano del liquido da un recipiente per versarlo in un altro. La differenza è che questi due utensili servivano per arricchire e poi servire non del cibo, ma il vino! Erano infatti due elementi essenziali del servizio da simposio.

ramaiolo
Simpulum dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (675-650 a.C.)

Sempre per restare in ambito culinario abbiamo addirittura due strumenti in uno: un imbuto e allo stesso tempo un colino. Si tratta dell’infundibulum, oggetto dalla raffinata fattura che grazie alla cerniera permetteva di sollevare il colino se il liquido da travasare non doveva essere filtrato.

infundibulum
Infundibulum dalla Tomba dei Flabelli di Populonia (580-560 a.C.)

Ancora in cucina abbiamo un oggetto pensato appositamente per i più piccoli, potrebbe essere considerato l’antenato del nostro biberon.

guttus
Poppatoio a forma di animale e poppatoio a vernice nera (età ellenistica)

 

Si chiama guttus, letteralmente un vaso che fa uscire il liquido una goccia alla volta. Talvolta era realizzato a forma di animale per risultare ancora più accattivante per il bambino, con la stessa attenzione che mettiamo oggi nel decorare gli oggetti dedicati ai piccolissimi, e poteva avere anche la funzione di un sonaglino. Spesso infatti all’interno conteneva dei piccoli pallini di argilla che non potevano uscire dallo stretto condotto dal quale il bambino beveva, ma che risuonavano quando il vaso veniva scosso, ma solo dopo che il latte era finito! Un biberon-giocattolo che rispondeva sia a criteri di sicurezza  che di estetica per il destinatario insomma.

Usciamo finalmente dalla cucina e mettiamoci comodi: questi vi ricordano qualcosa?

cuscini
Particolare del sarcofago di Larthia Seianti (Chiusi, II sec. a.C.)

Qui entrano in gioco fattori quali il gusto e la moda del tempo, ma sicuramente forma e dimensione rivelano che non molto è cambiato dal II sec. a.C. nel quale visse Larthia Seianti, almeno per quanto riguarda i cuscini!

Terminiamo questa breve carrellata con un’altra azione quotidiana, la chiusura delle finestre. Accanto ai moderni impianti a serrande avvolgibili resistono ancora nelle nostre case le persiane in legno o in altri materiali.

persiana
Persiane egizie di epoca tarda (provenienza sconosciuta) e persiane del MAF

Nelle case degli Egizi non servivano solo ad oscurare, ma fungevano anche da chiusura della finestra, che non aveva lastre di vetro.

Questi sono solo alcuni dei moltissimi possibili esempi, tutti visibili nelle sale del museo, a ricordarci che gli antichi non erano poi così diversi da noi!

Reperti “vecchi”, sale nuove!

Da ieri, venerdì 6 aprile, al secondo piano del MAF sono visitabili le nuove sale dedicate al Vaso François, al Sarcofago delle Amazzoni e ai Bronzetti greco-romani, recentemente riallestite grazie alla generosa donazione di Laura e Jack Winchester, liberalmente offerta al Museo Archeologico attraverso la Fondazione non profit Friends of Florence (allestimento stato curato dall’architetto Chiara Fornari e realizzato dalla ditta Machina s.r.l.).

dav
L’apparato didattico a corredo della sala

Il celebre Vaso François, capolavoro dell’arte vascolare greca, collocato in una nuova  nuova vetrina, è il fulcro di una nuova sala tutta nera, sulle cui pareti spiccano le riproduzioni (retroilluminate e in grande scala) del fregio principale con il matrimonio di Peleo e Teti. L’esposizione è corredata da un apparato didattico bilingue (in italiano e in inglese) e da due postazioni informatiche nelle quali i visitatori potranno agevolmente scorrere le immagini, approfondire i miti, le saghe e le storie degli antichi dei ed eroi della Grecia classica e della Guerra di Troia, scoprendo così quale fu il fascino che il Rex Vasorum (il Re dei Vasi) esercitò sugli aristocratici etruschi della potente città di Chiusi, che tra il 565 e il 550 a.C. lo acquistarono e lo posero in una grande tomba a sette camere.

PhotoGrid_1522961978940(1)
Le riproduzioni del fregio principale retroilluminate

Per la prima volta, inoltre, sono esposti accanto al grande cratere di Ergotimos e Kleitias due vasi figurati (della bottega del pittore Lydos) che solo recenti ricerche d’archivio hanno individuato come possibili elementi del corredo funerario di cui il Vaso François faceva parte. Uno di essi raffigura il Giudizio di Paride sulla bellezza delle tre dee Era, Atena e Afrodite, mito all’origine della Guerra di Troia, che quindi andrebbe a completare il ciclo mitologico della saga, integrandolo così con la parte iniziale della storia.

vetrine_vf
I vasi prodotti nella bottega del Pittore di Lydos e il cratere nella nuova vetrina

In occasione dell’inaugurazione è stata presentata anche la guida del Vaso François, curata dal direttore Mario Iozzo, dettagliata e ampiamente illustrata (pubblicata dalla casa editrice Polistampa), destinata al pubblico anche non specialistico, disponibile sia in italiano che in inglese grazie alla traduzione di Andrew J. Clark.

Layout 1
La guida edita da Polistampa

Il rinnovamento dell’apparato espositivo riguarda anche il Sarcofago delle Amazzoni, esempio unico al mondo di sepolcro di marmo dipinto (350 a.C.), destinato a una aristocratica dama di Tarquinia, nonna di un alto magistrato che l’ha onorata commissionando la splendida sepoltura. Ora protetto da un moderno dispositivo ad allarme sonoro, è stato anch’esso dotato di un nuovo apparato didascalico e didattico in doppia lingua, chiaro e comprensibile a tutti, che illustra le scene figurate e traduce le iscrizioni incise sulla sua superficie, spiegando anche il motivo per cui sono doppie. Anche in questo caso, due postazioni informatiche offrono ai visitatori la possibilità di scorrere le immagini e di avere approfondimenti (sia in italiano che in inglese) sulle raffigurazioni, la scoperta, lo stile, le pitture e i loro colori, le scene e i miti raffigurati.

PhotoGrid_1522961858233(1)
Il Sarcofago delle Amazzoni e l’apparato didattico della sala

Ai capolavori già esposti nella Sezione delle Collezioni, infine, si aggiunge negli splendidi ambienti realizzati all’epoca di Pietro Leopoldo di Toscana un’altra importante sezione, quella allestita da G. Carlotta Cianferoni e dedicata ai Bronzetti greco-romani. Tre ambienti e undici vetrine che accolgono 180 pregiatissime statuette di bronzo, sia originali greci che copie di età romana, un tempo parti della grande collezione mediceo-lorenese e in parte restaurate e integrate da artigiani e artisti della loro corte (tra i quali Benvenuto Cellini).

IMG_20180405_135558
L’ultima delle sale dedicate ai bronzetti

Ad esse si accompagnano ritratti di tragediografi, poeti e filosofi greci e parti di grandi statue in bronzo, nonché, a completamento dell’esposizione, statue in marmo e oreficerie che permettono un confronto tra quanto raffigurato su alcune opere in bronzo e gli oggetti reali.

sdr
Gli ori in mostra

Vi aspettiamo!

 

Vasi a… fumetti!

Il tema della campagna di comunicazione del Mibact per il mese di marzo è dedicato ai #fumettineimusei: l’iniziativa, che prevede anche una mostra all’Istituto Centrale per la Grafica, ha promosso il racconto attraverso albi illustrati di alcuni musei italiani, e prevede di puntare l’attenzione su tutte quelle immagini d’arte che in qualche modo rimandano al mondo dei fumetti. Tra tutte le “istantanee” di miti, storie e scene di vita quotidiana che l’antichità ci ha lasciato, noi abbiamo scelto quelle della ceramica greca ed etrusca accompagnate da iscrizioni, vere e proprie vignette ante litteram.

6

Nella fitta rete di scambi (talvolta scontri) economici e culturali intessuta tra Greci ed Etruschi attraverso le sponde del Mediterraneo, la ceramica prodotta ad Atene per la facoltosa committenza tirrenica non è soltanto un bene di prestigio da esibire nella cerchia sociale di appartenenza, ma è anche un modo per veicolare conoscenze e consolidare un comune patrimonio culturale. I miti e le storie raccontati per immagini raggiungono in maniera immediata e straordinariamente efficace i destinatari, anche senza bisogno di un testo. A volte, però, un brevissimo testo di accompagnamento c’è: un nome, un titolo, in qualche caso addirittura le parole che escono dalla bocca di un personaggio (del resto il greco era capito in Etruria!). Un esempio straordinario di questa trasmigrazione di immagini, concetti e parole è, ancora una volta, il vaso François: Atene si racconta attraverso le storie degli eroi e degli dei e ogni personaggio, per non essere frainteso, ha il suo nome scritto accanto, persino gli animali!

Kleitias,_decorazione_del_vaso_françois,_570_ac_ca.,_caccia_al_cinghiale_calidonio,_02
Dettaglio della caccia al Cinghiale Calidonio: non solo gli eroi (Meleagro, Atalanta, Melanione, Peleo…) hanno il nome, ma anche i cani che li aiutano

Anche gli Etruschi scrivono, sui vasi prodotti ad imitazione delle figure rosse ateniesi, il nome dei personaggi. Su questo stamnos (vaso per liquidi) è rappresentata la costruzione di una scultura, un cavallo: l’artigiano ha scritto sopra il nome, Epoiio, che ce lo fa identificare inequivocabilmente con Epeo, il costruttore del cavallo di Troia. Questa iscrizione, in lingua e caratteri greci, è stranamente “sbagliata” (la dicitura corretta in greco sarebbe Epeios). Forse l’artigiano conosceva così bene la lingua che ha giocato intenzionalmente con le parole, trasformando Epeio in Epoio, con riferimento al verbo fare, creare (poieo) oppure, visto che già un paio di secoli Omero i dittonghi greci “ei” e “oi” si cominciavano a semplificare verso la i, ha trascritto male il nome che aveva sentito dai cantastorie (magari propio sotto l’influsso di poieo!).

dav
L’artigiano lavora alla testa del cavallo, mentre sopra è appoggiata la zampa posteriore. Sul capo dell’artigiano corre l’iscrizione, che ci fa identificare la scena con una storia ben precisa, piuttosto che con una generica scena di fonderia. Lo stamnos si data tra la fine del IV e l’inizio del V sec. a.C.

Infine due vasi greci, su cui sono rappresentate scene di vita quotidiana, dalle botteghe alle abitazioni private. Su una pelike da olio (una sorta di anfora dal fondo appiattito) un venditore (di olio, appunto!) cerca di richiamare l’attenzione di una facoltosa signora dicendole “Kalo, nai?” (“Buono, eh?”) mentre, sull’altra faccia, un venditore di ceramica scaccia due cani dalla propria bottega gridando “Kyna h(i)emi” (“Via, cani!”).

pelike_olio
Le due facce della pelike attribuita alla cerchia del Pittore di Antimédes (ca. 520 a.C.)

Sul fondo di una coppa da vino, invece, un simposiasta (cioè un partecipante al simposio, il momento dedicato al bere che seguiva i banchetti) canta, probabilmente la strofa d’inizio di un canto d’amore: “Phile, kai…” (“Ama, e…”).

dav
Il giovane tiene con la sinistra il grande skyphos in cui è contenuto il vino, e con la destra il rametto che, passando di mano in mano, indicava colui al quale di volta in volta toccava declamare o cantare. Sotto la kline ci sono i calzari, che ci si toglievano quando si arrivava in come ospiti in casa di qualcuno.

In tutti questi casi le parole escono proprio dalla bocca di chi le pronuncia, come in un vero fumetto, che restituisce tutta la vividezza delle scene, tanto che sembra quasi di veder gesticolare i protagonisti, sentire gli schiamazzi di un giorno di mercato e il canto stonato di un commensale che ha bevuto un po’ troppo.

Restauri in diretta al MAF: la statua di Leda

Scroll down for english version

Da qualche giorno è in corso al MAF il restauro della Statua di Leda, una interessante copia romana di marmo del II sec. d.C., a grandezza naturale, di un originale greco di età Ellenistica (III sec. a.C.), la cui storia rimane carica di mistero. Certamente esposta per lungo tempo all’aperto, verosimilmente in un giardino, non apparteneva alle collezioni mediceo-lorenesi (non viene infattidagli Uffizi) e non ha numero di inventario… faceva forse parte degli arredi del Palazzo della Crocetta già all’epoca di Cosimo II e Maria Maddalena de’ Medici?

Leda-MAF-WEB
La “Leda” del MAF

Il restauro, a cura di Daniela Manna e Simona Rindi, diretto da Mario Iozzo, con il coordinamento generale di Stefano Casciu e con la supervisione tecnica dei restauratori del Museo, Fabrizio Gennai e Stefano Sarri, è realizzato grazie al sostegno finanziario di Friends of Florence. Il progetto fu candidato alla prima edizione del Premio Friends of Florence Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze nel 2012 e da quest’anno ha potuto trovare un donatore che ne ha permesso l’avvio.

800px-Leda_Melzi_Uffizi
Leda col cigno, di scuola leonardesca, conservato agli Uffizi (fonte)

L’area dei lavori è situata lungo il percorso di visita del Museo, in modo da consentire a tutti i visitatori di osservare dal vivo un restauro in corso d’opera. Con una durata prevista di circa due mesi, il restauro della Leda (che sarà accompagnato da analisi ed esami condotti con tecniche non invasive) chiarirà molti punti spinosi, innanzitutto se la testa sia pertinente o se non sia addirittura una integrazione del XVI secolo. La ripulitura e il restauro restituiranno certamente la bellezza originale a questa immagine della sensuale Leda, la bella moglie di Tindaro, re di Sparta, che fece innamorare Zeus, il quale la sedusse sotto forma di un grande cigno magico (solitamente anch’esso raffigurato, ma non in questa statua). Dal Padre degli Dei così trasformato, Leda generò due uova, dalle quali nacquero Castore e Polluce, i Dioscuri (Dios-Kouroi, i figli di Zeus) e Clitemnestra ed Elena (la donna più bella del mondo, per la quale sarebbe poi scoppiata la Guerra di Troia).

Statua di Leda e il cigno
La Leda conservata ai Musei Capitolini (fonte)

A few days ago has begun at MAF the restoration work on the Statue of Leda. The Leda, a second-century A.D. Roman statue, is an interesting, full-size, marble copy of a Greek original from the Hellenistic Period (third century B.C.). The marble statue’s history is still somewhat mysterious. There is no doubt that it stood outdoors for a long period, most probably in some garden. We do know that it was not part of the Medici-Lorraine collections since it does not come from the Uffizi and does not have an inventory number… Could it  have been in Palazzo della Crocetta – the home of the Archaeological Museum – in the days of Cosimo II and Maria Maddalena de’ Medici?

The restoration, to be conducted by Daniela Manna and Simona Rindi, directed by Mario Iozzo, coordinated by Stefano Casciu and under the technical supervision of the museum’s staff restorers, Fabrizio Gennai and Stefano Sarri, has been made possible thanks to the financial support of the Friends of Florence Foundation. Originally a candidate in the first edition of the Friends of Florence Award Grant – Florence Art and Restoration Fair in 2012, the Leda project has now found a donor making it possible to start the work.

The work site is located along the museum’s visitor itinerary so that people will be able to see the restorations first hand. The project, that will take approximately two months, will include non-invasive tests and analyses that should help clear up many issues – above all whether the head is pertinent or a sixteenth-century addition. The cleaning and restoration will definitely bring out the statue’s original beauty.

Leda was the wife of Tyndareus, king of Sparta. She was admired by Zeus who came down to earth disguised as a swan and seduced her. (The swan is usually depicted in paintings and sculptures, but interestingly enough, not in this case.) Leda who had lain with her husband that night as well, “gave birth” to two eggs which hatched Castor and Pollux, also called the Dioscuri – children of Zeus, and Clytemnestra and Helen, the most beautiful woman in the world who caused the Trojan War.