“La fragilità del segno”: una mostra dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria al MAF

Dal 23 settembre al 26 novembre 2017 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita al II piano la mostra “La fragilità del segno. Arte rupestre dell’Africa nell’archivio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria”.

La mostra, a cura di Anna Revedin, Luca Bachechi, Andrea De Pascale, Silvia Florindi, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze – Polo Museale della Toscana, intende promuovere la vasta e preziosa documentazione scientifica posseduta dall’Istituto relativa alle missioni in Africa e agli studi di Paolo Graziosi, il principale studioso italiano di arte preistorica e fondatore dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.

incisione rupestre – archivio fotografico Graziosi

L’attuale quadro geo-politico interroga prepotentemente le Istituzioni e le persone su quale possa essere il futuro delle più antiche e significative testimonianze del passato nelle zone colpite e martoriate da guerre e ideologie distruttive e su come preservarne la memoria e risvegliare l’attenzione e l’interesse di un più vasto pubblico su questo inestimabile ma fragile Patrimonio dell’Umanità.

Obiettivo della mostra è quindi far conoscere al pubblico, attraverso i documenti dell’archivio fotografico Graziosi, alcune delle più antiche e straordinarie attestazioni artistiche dell’umanità, situate in luoghi attualmente inaccessibili a causa di conflitti interni e internazionali.
In mostra saranno visibili immagini e filmati realizzati fra gli anni ’30 e gli anni ‘60 nelle missioni di studio di Graziosi sull’arte rupestre africana, e in particolare le riproduzioni delle grandi incisioni preistoriche della Libia, attualmente inaccessibili perché in zone di guerra, creando un contesto di grande impatto emotivo.

Oltre alle sezioni dedicate alle ricerche Graziosi è prevista una sezione dedicata al tema “Heritage in danger” in quanto “I siti rupestri di Tadrart Acacus”, sito Patrimonio Mondiale UNESCO dal 1985, è stato inserito nel luglio 2016 nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo.
Il percorso espositivo si svilupperà secondo il progetto di Vincenzo Capalbo in un percorso immersivo attraverso tre sezioni: una prima sezione introduttiva sul Patrimonio artistico e documentario in pericolo e sulla figura di Paolo Graziosi; una seconda sezione, dedicata alle ricerche di Graziosi (oggi continuate da Luca Bachechi) nell’attuale Etiopia; una terza sezione dedicata ad immagini e filmati sull’arte rupestre e sulle ricerche etnografiche di Graziosi in Libia.

Dall’Archivio Fotografico Graziosi

L’inaugurazione sarà sabato 23 settembre alle ore 11,00. Per l’occasione verrà realizzata da Virgilio Sieni una coreografia sul tema della fragilità. La mostra sarà poi visitabile tutti i giorni secondo l’orario di apertura del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, compresa nel biglietto di ingresso.

Il Catalogo, a cura di A. De Pascale e L. Bachechi, sarà di circa 170 pagine, la metà delle quali dedicate a immagini tratte dall’archivio Graziosi. Conterrà una serie di brevi saggi introduttivi di inquadramento scritti dai maggiori studiosi del settore, ma con taglio divulgativo, adatti ad un pubblico non specialista. IIPP, Firenze, settembre 2017.

La mostra fa parte del progetto IIPP “Archeologia nel deserto” in corso di realizzazione con il contributo del MIUR (L.6/2000) e della Fondazione CRF sull’archivio fotografico di Paolo Graziosi, di proprietà dell’Istituto.

L’Archivio Fotografico IIPP è stato dichiarato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana di interesse storico particolarmente importante ai sensi del DL 42/2004, con decreto n.608/2012. Proviene dal lascito di Paolo Graziosi: comprende 10338 immagini digitalizzate (diapositive, negativi e positivi fotografici) e alcune decine di filmati (16 mm sia in b/n che a colori) riguardanti lo studio della preistoria e della protostoria, e gli avvenimenti ad esso collegati (ricerche, scavi, convegni) svoltisi durante il XX secolo; i documenti più antichi risalgono alla fine degli anni venti del secolo scorso. Si tratta di uno dei fondi di documentazione visiva scientifica più importanti del settore in Italia e di fondamentale importanza per gli studi sulla Preistoria europea e africana.

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Firenze, Museo Archeologico Nazionale: in mostra “Il mondo che non c’era”

Dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita la mostra “Il mondo che non c’era“, dedicata alle civiltà precolombiane, totalmente sconosciute al mondo occidentale prima del viaggio di Cristoforo Colombo. Un corpus di capolavori mai visti prima d’ora, eredità della Collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali accompagneranno il visitatore in un viaggio di scoperta delle civiltà precolombiane.

mostra-precolombiana

Perchè una mostra di arte precolombiana a Firenze, e proprio al Museo Archeologico? Sebbene, a differenza di altre importanti città europee, la nostra città non sia mai stata capitale di vasti imperi coloniali, l’interesse collezionistico dei Medici, cui ancora oggi si devono i nuclei fondamentali di tutte le principali collezioni museali, ha fatto sì che già a partire dal Cinquecento si raccogliessero qui tanti reperti di interesse etnografico provenienti anche dalle Americhe. A differenza di quanto poteva accadere in altre città, centro naturale di arrivo e smistamento di questi materiali, a Firenze i Medici mandavano appositamente a cercare questi tesori. E proprio tra la collezione glittica del Museo Archeologico è approdata una mascherina di giada riconosciuta come atzeca, mentre al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti appartiene una maschera di onice verde della cultura Teotihuacan: entrambe sono oggi ammirabili nella mostra in mezzo a tantissimi altri oggetti, in totale più di 120.

Maschera in onice verde, cultura Teotihuacàn, Messico, Museo deegli Argenti

Maschera in onice verde, cultura Teotihuacàn, Messico, Museo deegli Argenti

In mostra una serie di opere d’arte espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e delle Ande (Panama, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina): dagli Olmechi ai Maya, agli Aztechi; dalla cultura Chavin, a quelle Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

sculture in terracotta dipinta provenienti dall'Ecuador, cultura Jama-coaque

sculture in terracotta dipinta provenienti dall’Ecuador, cultura Jama-coaque

Promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana-Museo Archeologico Nazionale di Firenze, prodotta con atto di mecenatismo da Ligabue Spa, la mostra presenta pezzi eccezionali e unici appartenuti proprio alle collezioni medicee, così come opere preziose del Musée du Quai Branly di Parigi e di prestigiose collezioni internazionali. Ma il nucleo centrale sarà costituito da una vasta selezione di opere delle antiche culture americane – mai esposte fino ad oggi – appartenenti alla Collezione Ligabue.

A pochi mesi dalla sua scomparsa – avvenuta lo scorso gennaio a 83 anni – questa mostra vuole essere anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue da parte del figlio Inti, che continua l’impegno nella ricerca culturale e scientifica e nella divulgazione, attraverso il Centro Studi fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo: paleontologo veneziano, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. Oltre ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

Vaso a forma di felino, cultura Lambayeque, Perù

Vaso a forma di felino, cultura Lambayeque, Perù

Una parte di questa collezione sarà il cuore della mostra, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Quai Branly e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig) specialista delle arti preispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. Un’esposizione straordinaria che consentirà di scoprire le società, i miti, le divinità, i giochi, le scritture, le capacità tecniche e artistiche di quei popoli.

Sarà eccezionale, tra le altre, la presenza di diverse maschere in pietra di Teotihuacan, la più grande città della Mesoamerica, anzi il primo vero centro urbano del Messico centrale, e di un nucleo preziosissimo di vasi Maya d’epoca classica, preziosissime fonti d’informazione – con le loro decorazioni e iscrizioni – sulla civiltà e sulla scrittura Maya, e ancora le figurine antropomorfe in ceramica cava prodotte dalla cultura Olmeca, che nel tempo hanno ispirato pittori del calibro di Diego Rivera e Frida Kahlo.

Grande urna con coperchio in ceramica policroma, cultura Maya, Messico

Grande urna con coperchio in ceramica policroma, cultura Maya, Messico

La mostra “Il mondo che non c’era” regala al pubblico un’esperienza diversa, solitamente destinata ai musei etnografici. E non c’è dubbio che gli oggetti coinvolti non abbiano avuto un valore etnografico ai tempi della scoperta dell’America e dei Conquistadores spagnoli, che li portarono in Europa, dove furono accolti con lo stupore e la meraviglia che solleva tutto ciò che è nuovo ed esotico. Tuttavia si tratta di testimonianze di culture scomparse: quella Nazca e Moche, in Perù, oppure quella Olmeca in Messico, già prima di Cristo, mentre quelle Maya, Atzeca e Inca proprio con l’arrivo, violento e sanguinoso, degli Spagnoli, che non si fecero scrupoli – e forse neanche se ne resero conto – nel cancellare dalle loro terre intere culture. Solo le ricerche archeologiche che oggi si conducono in Mesoamerica e Sudamerica – tra le quali si inseriscono anche le spedizioni del Centro Studi Ligabue – ci consentono di scoprire qualcosa in più su queste antiche civiltà, altrimenti note solo attraverso gli oggetti importati e le testimonianze scritte dei viaggiatori dell’epoca.

 

Piccoli Grandi Bronzi. Capolavori greci, etruschi e romani in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Inaugura il 20 marzo al Museo Archeologico Nazionale di Firenze la mostra “Piccoli Grandi Bronzi. Capolavori greci, etruschi e romani delle collezioni mediceo-lorenesi”. La mostra, che sarà aperta fino al 21 giugno 2015, e che sarà ospitata nel Salone del Nicchio del Museo, è a cura di Andrea Pessina, Mario Iozzo, Giuseppina Carlotta Cianferoni ed è realizzata in collaborazione e in concomitanza con la mostra Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico a Palazzo Strozzi.

piccoli grandi bronzi La mostra Piccoli Grandi Bronzi proporrà al pubblico parte della straordinaria collezione di statuette bronzee raccolte nel corso di circa tre secoli dalle dinastie medicea e lorenese e oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Attraverso oltre 170 reperti, di dimensioni comprese tra 10 e 60 cm, molti dei quali di straordinaria qualità e non di rado anche di profondo significato storico, il visitatore verrà condotto in un percorso artistico, mitologico e iconografico. L’esposizione metterà anche in luce come le dinastie Medici e Lorena raccolsero queste opere preziosissime, consentendo di ripercorrere la storia del collezionismo e del gusto dal Quattrocento al Settecento.

L’arco cronologico delle statuette si ricollega alla mostra Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico (Firenze, Palazzo Strozzi, 14 marzo – 21 giugno 2015): tutte le opere esposte sono di età ellenistica e romana (incluse alcune etrusche del periodo della romanizzazione dell’Etruria); una parte ripete tipi di età classica testimoniando – proprio come avviene nella mostra di Palazzo Strozzi – il proseguimento della tradizione più antica nelle forme espressive dell’ellenismo, un fenomeno che investì in pieno sia il mondo etrusco e italico che quello romano.

"Incognita negra" è una creazione cinquecentesca che combina una brocca miniaturistica a testa di negretta di età ellenistica con parti moderne.

“Incognita negra” è una creazione cinquecentesca che combina una brocca miniaturistica a testa di negretta di età ellenistica con parti moderne.

L’esposizione prevede tre sezioni principali (il Collezionismo, fino all’acquisizione delle opere nel Museo Archeologico; la Varietà tematica, con spaccati sull’uso, la funzione e i Contesti dei bronzetti) e si articolerà secondo vari temi iconografici, quali “Zeus, ovvero il fulmine, lo scettro e l’aquila”, “Afrodite ed Eros: Amor…ch’è palpito dell’universo intero”, “Mercurio, o l’astuto gioco dell’inganno”, “Dioniso, un dio venuto dall’Oriente”, “Il sonno e la morte”, “Diana: la fatale magia dei boschi”, “Poseidone, il dio dei flutti”, “Apollo, il dono luminoso della sapienza”,“La Vittoria e il Destino di uomini e città”, “Nel segno della speranza: salute e medicina”, “Cavalli e cavalieri, dal campo di battaglia alla dignità regale”. Attraverso questo percorso tematico, che raggruppa i bronzetti secondo un preciso contesto narrativo, saranno illustrate le riproduzioni in miniatura di Divinità ed Eroi (Venere, Bacco con il suo repertorio di Satiri e Menadi che lo accompagnavano e di animali a lui sacri, Mercurio, Diana, Giove, Minerva, Apollo, la misteriosa Ecate o l’emblematico Hypnos, il dio del sonno, la Vittoria e la Fortuna, così come Ercole, le Amazzoni e le Nereidi); Figure umane (sovrani come Alessandro Magno, Arsinoe d’Egitto, Demetrio Poliorcete, che si fecero raffigurare come dei o vi si identificarono); Atleti e cavalieri (che non di rado furono elevati a livello divino); Attori, teatranti e figure grottesche, che di quel mondo divino si beffavano per intrattenere i loro spettatori e le corti che li ospitavano (analogamente a quanto avveniva presso i Medici e i Lorena).

Copia in miniatura di epoca romana (II sec. d.C.) di un originale greco attribuito a Policleto (V sec. a.C.), che con questa figura vinse un celebre concorso per il grande santuario di Artemide, a Efeso

Copia in miniatura di epoca romana (II sec. d.C.) di un originale greco attribuito a Policleto (V sec. a.C.), che con questa figura vinse un celebre concorso per il grande santuario di Artemide, a Efeso

Parallelamente saranno sviluppati alcuni temi per chiarire al visitatore l’uso e la funzione dei bronzetti (che potevano essere votivi, funerari, arredi di ambienti con destinazione specifica come lupanari, larari, triclini o giardini); il loro rapporto con la grande scultura, che riecheggiano o di cui sono copia fedele, benché miniaturizzata, per cui spesso i bronzetti costituiscono un prezioso contributo alla ricostruzione di originali perduti; l’importanza che ebbero nella diffusione di culti religiosi, di specifiche iconografie e di stili e persino come propaganda politica; l’interpretazione che delle figurine davano i Medici e i Lorena e gli artisti che presso la loro corte li restauravano (saranno esposte gemme e statuette antiche integrate e completate in oro da Benvenuto Cellini, la cui casa-laboratorio era proprio accanto all’odierno Museo Archeologico); i criteri di selezione in base ai quali i Signori di Firenze collezionarono le pregevoli statuette, che raccolsero a centinaia, e le particolari valenze socio-culturali e soprattutto politiche e autorappresentative di cui caricarono alcune figure del mito. In divinità come Venere e soprattutto Ercole, infatti, alcuni membri delle due famiglie si identificarono o videro modelli da imitare e da proporre ai loro sudditi, motivazioni che giustificano la scelta delle decine di raffigurazioni proprio di queste due divinità.

Il punto di vista iconografico costituirà il fil rouge dei vari settori della mostra e ad alcune raffigurazioni saranno affiancate raffinate gemme, cammei, avori e rarissime monete (come quella, rarissima – e praticamente unica per il suo perfetto stato di conservazione – che raffigura la statua di Zeus a Olimpia, una delle sette meraviglie del mondo, opera di Fidia) restituiscono in altri materiali, ben più preziosi e cromaticamente più efficaci, l’immagine che gli antichi si creavano dei loro dei antropomorfi.

statuetta in bronzo di età augustea che copia un originale greco di Fidia o Mirone, la Maestà di Giove.

statuetta in bronzo di età augustea che copia un originale greco di Fidia o Mirone, la Maestà di Giove.

Great Small Bronzes. Greek, Etruscan and Roman Masterpieces sets out to offer visitors an overview of the outstanding collection of bronze statuettes put together by the Houses of Medici and Lorraine in the course of some three centuries and now in the Museo Archeologico Nazionale di Firenze. The exhibition will be showcasing 171 works in a fascinating exploration of art, mythology and iconography illustrated by the reproductions in miniature of Gods and Heroes (including Venus, Bacchus, Mercury, Diana, Jupiter, Minerva, Apollo, the mysterious Hecate and the emblematic Hypnos); Human Figures (such rulers as Alexander the Great, Arsinoë of Egypt and Demetrios Poliorketes, who had themselves portrayed as gods or even identified with them); Athletes and Horsemen (who were not uncommonly ranked with the gods); and Actors, Players and Grotesque Figures, who regularly mocked the world of the supernatural to entertain their audiences or the courts whose guests they were.

The statuettes on display are connected, in terms of their chronology, with Palazzo Strozzi’s exhibition on Power and Pathos. Bronze Sculpture of the Hellenistic World (Palazzo Strozzi, Florence, 14 March – 21 June 2015) because all of the exhibits are from the Hellenistic and Roman eras (including a number of Etruscan finds from the time of Etruria’s “Romanisation”). Some of the statuettes mirror the style of the Classical age, testifying here – as indeed they do in the exhibition at Palazzo Strozzi – to the continuation of the older tradition in the expressive mode typical of Hellenism, a phenomenon which spread throughout both the Etruscan and Italic and the Roman worlds.

The exhibition will also be looking at such themes as the use and function of small bronze statuettes (which could be designed for devotional use, for funerary purposes or as decorative items); their relationship with large sculpture (which they either echoed or of which they were faithful if smaller copies, thus making them a valuable source for the reconstruction of lost originals); and the important role that they played in the spread of religious worship, of specific iconographies and styles (whether established or innovative), and even their use for political propaganda.

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: in mostra l’antico popolo dei Falisci

Inaugura domani, 7 novembre 2014 alle ore 17 presso il Salone del Nicchio del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la mostra “Falisci – il popolo delle colline”.

Ma chi furono i Falisci?

Nella carta dell’Italia preromana, ecco dove si collocava la popolazione dei Falisci

Tra le popolazioni dell’Italia antica, alcuni gruppi etnici “minori” che hanno sempre suscitato un particolare interesse tra gli studiosi, per contro, sono rimasti pressoché ignoti al grande pubblico. Tra questi, i Falisci, una popolazione schiacciata tra i tre grandi gruppi etnici dell’Italia centrale, Etruschi, Latini, Sabini, nota dalle fonti antiche per la strenua e suicida resistenza alla romanizzazione, ma che tutto sommato è marginale nel quadro delle popolazioni pre-romane. La ricchissima documentazione disponibile, però, mostra come questo popolo, proprio per la sua posizione “di confine” servì da catalizzatore culturale, da melting pot centro-italico, sia nella storia antica che nelle ricerche moderne. Geograficamente i Falisci si collocavano nel punto di convergenza delle principali direttrici commerciali dell’Italia centrale preromana. Questo conformò la natura commerciale dei luoghi e diede la luce ad una cultura originale, dagli esiti propri, dal gusto “sovraccarico”, che riassumeva e faceva propri gli stimoli provenienti dai popoli vicini in un prodotto “multietnico”.

In età moderna l’interesse degli antiquari, le prime ricerche “sperimentali” della Carta Archeologica d’Italia, l’opera dei funzionari del Ministero, permisero la raccolta di un’impressionante mole di dati, che fecero di questa zona una delle meglio conosciute e pubblicate del mondo. Da qui la “fortuna” dei Falisci, e però la conseguente dispersione di materiali provenienti dalla media valle tiberina che presero il volo verso i principali musei e collezioni europei dell’epoca.

I materiali falisci si ritrovarono in Italia, invece, al centro di una contesa, un vera e propria “guerra dei Musei” che vide contrapposti, alla fine dell’ottocento, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e il Museo Centrale dell’Etruria di Firenze, che volevano accaparrarsi i materiali a colpi di offerte agli antiquari e di interpellanze parlamentari.

Nonostante la fortuna negli studi e nelle ricerche, i Falisci non sono molto noti al pubblico al di fuori del loro territorio nel Centro Italia. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze da oggi colma questa lacuna, esponendo la ricca collezione di materiali che, coinvolti pesantemente nell’alluvione del 1966, attendevano ancora uno studio complessivo. È stato quindi avviato un progetto di risistemazione e di riedizione complessiva dei più di 800 reperti del Museo fiorentino, ricostituendone i contesti, tramite un effettivo riscontro dei dati di acquisizione.

locandina falisci

La mostra sottolinea l’elevato interesse antiquario oltre che archeologico della documentazione dell’Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, e vede la collaborazione dell’Università degli Studi di Siena e del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze. La realizzazione dell’esposizione è stata resa possibile dal supporto finanziario privato del Trust Sostratos.

In margine alla mostra “La Sardegna Nuragica”: la Sardegna e l’Etruria Settentrionale

La mostra “Miti e simboli di una civiltà mediterranea: la Sardegna Nuragica” non è solo l’occasione per far conoscere la civiltà nuragica al di fuori dei suoi confini, ma anche per approfondire alcuni aspetti, poco noti al grande pubblico, che riguardano i rapporti tra la Sardegna e la Toscana a partire dal IX secolo a.C. Ecco allora che la mostra è l’occasione per riscoprire alcuni interessanti materiali provenienti da tombe etrusche di Populonia e Vetulonia, i centri maggiormente in contatto con i naviganti Sardi.

banner Sardegna nuragica

In mostra, infatti, troverete, accanto a bronzetti e altri manufatti nuragici rinvenuti in Sardegna, anche un discreto numero di oggetti nuragici provenienti però da tombe e da siti della Toscana, in particolare da Vetulonia e Populonia, appartenenti alle collezioni dei Musei Archeologici di Firenze. La mostra è così l’occasione per mostrare al pubblico l’entità di questi materiali, che a tutta prima sembrerebbe inconsueto rinvenire dalle nostre parti. Perché mai infatti dovrebbero trovarsi in Etruria navicelle nuragiche e bronzetti provenienti dalla Sardegna? E perché così numerosi?

Per meglio capire l’intensità dei contatti tra Sardegna e Toscana, proviamo a tracciare un quadro della situazione intorno all’IX secolo a.C. E certo, un elemento fondamentale è la disponibilità di metalli sulle coste toscane e sull’Isola d’Elba.

Materiali nuragici provenienti da contesti archeologici dell'Etruria (Vetulonia e Populonia)

Materiali nuragici provenienti da contesti archeologici dell’Etruria (Vetulonia e Populonia)

Il processo che porta alla formazione di grandi agglomerati di popolamento a Populonia, direttamente sul mare, e a Vetulonia, sulla collina che domina la laguna costiera del Prile, è legato infatti alle straordinarie ricchezze minerarie delle quali il territorio dispone: il controllo da parte delle popolazioni locali sulle Colline metallifere e, soprattutto, sull’Isola d’Elba, favorisce forme di accumulazione particolarmente vistose. Il richiamo esercitato da questi centri di approvvigionamento del minerale spiega la loro apertura verso l’esterno, in un periodo estremamente precoce che comincia già nel IX sec. a.C. Questa apertura è documentata anche dalla presenza di una notevolissima quantità di materiali, soprattutto bronzei, prodotti nella Sardegna nuragica: manufatti che parlano di una intensa attività di interscambio con le popolazioni della grande isola tirrenica. Esiste di fatto una tradizione letteraria che avvicina Sardi ed Etruschi: in particolare, secondo un commento ad un passo dello storico Timeo, Tirreno, il fondatore del popolo etrusco, sarebbe giunto dalla Lidia con la moglie, chiamata Sardò, nome da cui discenderebbe quello della grande isola “ricca di argento”. Anche i Sardi sono del resto ricordati dalle fonti antiche come abili navigatori ed è interessante sottolineare la presenza di piccoli nuclei di materiali di manifattura etrusca, in particolare rasoi e fibule, in siti sardi di cultura nuragica.

Una vetrina della mostra sulla Sardegna Nuragica in cui sono esposti materiali nuragici provenienti da siti etruschi. Tra tutti si riconosce una navicella nuragica

Una vetrina della mostra sulla Sardegna Nuragica in cui sono esposti materiali nuragici provenienti da siti etruschi. Tra tutti si riconosce una navicella nuragica

Per quanto riguarda l’Etruria settentrionale costiera, la massima concentrazione dei materiali sardi si registra a Vetulonia e a Populonia. La varietà di materiali nuragici presenti in Etruria è notevole: si va dalle notissime navicelle nuragiche ad oggetti di ornamento personale, ad armi, a pendagli e a vasellame. Di queste tipologie di materiali, certamente le navicelle nuragiche sono quelle che più colpiscono l’immaginazione e che costituiscono tutt’oggi un vero rebus per gli archeologi: si tratta di oggetti caricati di un valore simbolico e sacrale molto elevato, come dimostra la loro esclusiva presenza, in Sardegna, in contesti santuariali, pozzi sacri e templi, e simboleggiano allo stesso tempo la nave ed il gruppo sociale che nei commerci, nella marineria e molto probabilmente anche nella pirateria, traeva il sostentamento per sé e per coloro che restavano a terra. In Etruria questi oggetti si ritrovano in contesti funerari, nei corredi di sepolture di personaggi d’alto lignaggio, e sono un ulteriore elemento per celebrarne il proprietario: valga per tutti il ricchissimo corredo della tomba del Duce di Vetulonia (esposto in mostra “Signori di Maremma” al MAF); tra l’altro proprio la navicella nuragica di gran lunga più sontuosamente decorata tra gli esemplari conosciuti proviene proprio da questa sepoltura.

Navicella dalla Tomba del Duce di Vetulonia, detta l' "arca di Noè" per la presenza di numerosi animali

Navicella dalla Tomba del Duce di Vetulonia, detta l’ “arca di Noè” per la presenza di numerosi animali

Quale può essere il significato della presenza di tanti bronzi sardi in Etruria? Certamente si trattava di oggetti di prestigio, frutto di grande abilità artigianale. Essi potevano aver assunto il valore di preziosi e singolari oggetti di dono tra capi o tra individui eminenti, come simbolo degli scambi commerciali e dei rapporti personali intercorrenti tra loro, o ancora di scambi matrimoniali oppure, ancora, oggetti di proprietà di genti sarde trasferitesi sulle coste toscane, nei centri minerari dell’Etruria.

Questo testo è tratto e adattato dal contributo “La Sardegna e l’Etruria settentrionale” di G.C. Cianferoni e S. Rafanelli per il catalogo della mostra “Miti e simboli di una civiltà mediterranea: la Sardegna nuragica”, a cura di F. Campus, V. Leonelli.

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: inaugurazione della mostra sulla Sardegna Nuragica

Il pubblico all'inaugurazione della mostra sulla Sardegna Nuragica al Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Il pubblico all’inaugurazione della mostra sulla Sardegna Nuragica al Museo Archeologico Nazionale di Firenze

É stato un grande successo. Davvero, un grandissimo successo: 440 persone venerdì sera sono venute al MAF per partecipare all’inaugurazione della mostra “Miti e simboli di una civiltà mediterranea: la Sardegna nuragica“. Un’inaugurazione che ha visto la presenza sì di numerosi Fiorentini, ma anche e soprattutto di Sardi che vivono a Firenze e dintorni, attirati dall’inconsueta possibilità di vedere nella loro terra d’adozione una mostra che racconta le radici della loro terra natia. E oltre a costoro, è intervenuto un nutrito gruppo di abitanti della Sardegna, in particolare dei comuni di Ittireddu, Teti e Torralba, capeggiati dai rispettivi sindaci e da un gruppo di cantori e di giovanissimi danzatori, che hanno animato la serata. La presenza dei tre comuni non è casuale, perché proprio dai loro territori provengono molti materiali archeologici che hanno ispirato il progetto scientifico alla base della mostra. Mostra che nasce come esposizione archeologica del territorio nel comune di Ittireddu, poi spostatasi nel Museo Archeologico Nazionale G. Sanna di Sassari e che da qui ha solcato il Tirreno approdando dapprima a Roma, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, poi a Genova, al Teatro del Falcone di Palazzo Reale, mutando di volta in volta parte dei propri contenuti per adattarsi ad un pubblico sempre diverso. É molto raro che sul continente si parli dei Sardi, è molto raro che una mostra sulla Sardegna nuragica esca dai confini dell’Isola: e nelle parole di Franco Campus, curatore della mostra, emerge da un lato un certo rammarico per questa che è senz’altro una grave lacuna per la comunicazione della cultura italiana, e dall’altro invece un convinto orgoglio per essere riuscito a portare la conoscenza della civiltà nuragica nel resto d’Italia. Se c’è una cosa che l’altra sera a Firenze era palpabile, era il forte senso di appartenenza, di identità culturale, di orgoglio delle proprie radici e di desiderio di riscoprirle e di farle scoprire a chi identifica la Sardegna solo con il mare e con le vacanze estive.

Le riproduzioni di due Guerrieri di Mont'e Prama accolgono i visitatori alla mostra

Le riproduzioni di due Guerrieri di Mont’e Prama accolgono i visitatori alla mostra

É stata senza dubbio una festa: molto brevi, essenziali, i saluti di rito delle autorità intervenute: per il Comune di Firenze il vicesindaco, i sindaci dei tre comuni Ittireddu, Teti, Torralba, emozionatissimi ambasciatori della cultura della propria terra, G.C. Cianferoni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e F. Campus, al quale è poi spettato il compito di dare il via alla visita della mostra e di illustrarla alle tantissime persone presenti. Nel mentre il coro “Monte Ruju” di Ittireddu intonava canti tradizionali cui qualcuno dal pubblico si univa, creando una bella atmosfera partecipata.

La festa si è poi trasferita nel Giardino Ameno del museo dove, tra assaggi di salumi, formaggi, pane carasau e ovviamente cannonau, abbiamo assistito ai balli popolari di un gruppo di giovanissimi danzatori accompagnati nel “ballu sardu” dal suono della fisarmonica e abbiamo continuato ad apprezzare i canti popolari intonati dai cantori di Ittireddu.

Folklore, tradizioni e archeologia: #FirenzeNuragica è anche questo!

Folklore, tradizioni e archeologia: #FirenzeNuragica è anche questo!

La serata è stata piacevolissima e molto partecipata. Su twitter, seguendo l’ashtag #FirenzeNuragica, e sulla pagina Facebook di Archeotoscana trovate tutte le foto dell’evento. Intanto vi segnaliamo questo video, realizzato da Fast Video Toscana proprio durante l’inaugurazione, che ripercorre tutto il percorso della mostra:

Grazie a tutti coloro che hanno partecipato alla serata. A voi che non c’eravate, invece, non resta che visitare, entro il 19 ottobre, la mostra, ospitata al Salone del Nicchio del Museo, la prima sala che si incontra subito dopo la biglietteria. E comunque non potete sbagliare, perché ben 3 grandi riproduzioni di bronzetti sardi vi indicheranno la via…

Lo spettacolare ingresso alla mostra sulla Sardegna Nuragica al MAF

Lo spettacolare ingresso alla mostra sulla Sardegna Nuragica al MAF

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: in mostra la Sardegna Nuragica

Dal 5 settembre 2014 il MAF ospiterà la mostra “Miti e simboli di una civiltà mediterranea: la Sardegna Nuragica“, curata da Franco Campus, mostra che approda a Firenze dopo essere stata a Roma, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, e a Genova, al Teatro del Falcone presso il Palazzo Reale.

locandina_sardegnaIl progetto scientifico nasce dal desiderio di raccontare il simbolo della civiltà nuragica, il nuraghe appunto, da un punto di vista un po’ particolare: il valore simbolico che esso aveva già presso i Nuragici, che dei nuraghe realizzavano modelli, veri e propri simboli di un simbolo, strumenti di potere politico ed espressione del valore identitario della società che abitò la Sardegna tra il XVI e il IX secolo a.C.

Modellino bronzeo di nuraghe da Ittireddu

Modellino bronzeo di nuraghe da Ittireddu

Modellino di nuraghe quadrilobato da Sorso, Serra Niedda

Modellino di nuraghe quadrilobato da Sorso, Serra Niedda

Tutti noi conosciamo i nuraghe: strutture troncoconiche monumentali in pietra, esse sono l’elemento con il quale meglio identifichiamo l’archeologia sarda. Questo valore di simbolo identitario il nuraghe lo ha da sempre, e non a caso: più di 8000 sono le strutture censite sul territorio sardo, dalle più semplici alle più complesse, con torri che dovevano superare i 25 m di altezza; essi erano sedi del potere politico, economico e religioso, simbolo della forza di un popolo che esercitò un ruolo di primo piano nella scena mediterranea. Il rapporto diretto con il mare e con le altre popolazioni di quel mercato globale che fu il Mediterraneo nella protostoria permise ai Nuragici di assicurarsi un benessere diffuso e di apprendere, elaborare in modo originale e diffondere le diverse tecniche, soprattutto nel campo della metallurgia. Sono testimonianza di ciò i bronzi a figura umana, che ci restituiscono le immagini di una società evoluta e variegata. In mostra saranno dunque esposte suggestive ricostruzioni quasi in scala reale (tra cui quella del tempio di Su Tempiesu di Orune), gigantografie di interni di nuraghi (in particolare quella del cortile del nuraghe Santu Antine di Torralba) e copie delle celebri statue di Monte Prama, che accompagneranno il visitatore in un percorso in cui verranno approfonditi anche gli aspetti dell’agricoltura e della metallurgia, e poi bronzetti figurati, navicelle, armi, modelli di nuraghe e numerosi bronzi d’uso.

Modellino da Ittireddu

Modellino da Ittireddu

La mostra fiorentina, resa possibile grazie ad una fattiva collaborazione tra l’Associazione Culturale Sardi in Toscana, le Soprintendenze Archeologiche della Toscana e per le Province di Sassari e Nuoro e i comuni di Ittireddu, Teti e Torralba, differisce in parte dalle edizioni romana e genovese sia perché l’allestimento è stato naturalmente rivisto in funzione degli spazi espositivi, sia per proporre al pubblico il particolare legame, che non tutti conoscono, tra la Sardegna Nuragica e la Toscana dei Principi Etruschi: accanto ai reperti bronzei provenienti da alcune importanti sedi museali della Sardegna, saranno infatti esposti i materiali nuragici conservati presso i Musei Archeologici Nazionali di Firenze, provenienti da tombe villanoviane ed Etrusche dell’Etruria mineraria, in particolare Populonia e Vetulonia, che testimoniano degli intensi contatti tra la Sardegna e la costa toscana tra il X e l’VIII secolo a.C. Le popolazioni dell’”isola delle torri” vennero infatti attratte, già nel X secolo a.C., da una risorsa fondamentale, il ferro dell’isola d’Elba e delle aree limitrofe. Sono soprattutto i modelli di imbarcazione, le cosiddette navicelle votive (ben 5 sono state rinvenute nella sola Vetulonia!), che evocano, più di ogni altro oggetto, molteplici significati e messaggi ideologici da parte della comunità nuragica, simboli allo stesso tempo del potere sul mare ma anche del possesso della terra.

Navicella dalla Tomba del Duce di Vetulonia, detta l' "arca di Noè" per la presenza di numerosi animali

Navicella dalla Tomba del Duce di Vetulonia, detta l’ “arca di Noè” per la presenza di numerosi animali

Questi straordinari manufatti – insieme ad altre tipologie di oggetti (bottoni, pendagli, brocche in ceramica, ecc), che intorno all’VIII secolo a.C. verranno rielaborate dalle popolazioni tirreniche in modo originale – lasciano ipotizzare una presenza stabile di genti di provenienza sarda in Etruria settentrionale.

Un'altra delle navicelle conservate al museo di Firenze

Un’altra delle navicelle conservate al museo di Firenze

Gli stretti legami tra la Sardegna e la costa tirrenica sono in qualche modo riflessi anche dalle fonti antiche, le quali narravano che Tirreno, padre fondatore del popolo etrusco, giunse dalla Lidia portando con sé la moglie Sardò, eponima dell’isola: tutto ciò testimonia una sorta di “passaggio di consegne”  fra gli eredi degli antichi costruttori di torri e i nuovi Tyrrenoi. Da questo momento in avanti la talassocrazia, cioè il dominio dei mari, da parte degli abitatori della Sardegna è sostituita da una nuova talassocrazia, quella degli Etruschi.

La presentazione alla stampa dell’evento si terrà giovedì 4 settembre alle ore 12 nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio: interverranno Giuseppina Carlotta Cianferoni, responsabile della sezione etrusca dei Musei Archeologici di Firenze, il Vicesindaco e l’Assessore alla Cultura del comune di Firenze, gli amministratori dei comuni di Ittireddu, Torralba e Teti e il curatore della Mostra Franco Campus.

L’inaugurazione della Mostra si terrà venerdì 5 settembre 2014, alle ore 17,00 presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, in piazza della SS. Annunziata 9b: interverranno il Soprintendente dottor Andrea Pessina, la dottoressa Carlotta Cianferoni, il curatore  dottor Franco Campus e i sindaci dei comuni di Ittireddu Rosolino Petretto, di Teti Laila Dearca e di Torralba Giovanni Uras. Per l’occasione si esibiranno il coro polifonico Monte Ruju di Ittireddu diretto dal maestro Silvio Bossi e il gruppo folk di danza tradizionale di Teti. Al termine della manifestazione ci sarà un buffet con prodotti tipici della Sardegna presso il giardino storico del Museo Archeologico.

Uno scorcio del giardino storico del MAF

Uno scorcio del giardino storico del MAF

La mostra sarà aperta dal 5 settembre 2014 al 19 ottobre 2014; l’ingresso è compreso nel biglietto dei Musei Archeologici Nazionali di Firenze e ne segue l’orario di apertura.

SchermatafirenzenuragicaAccompagneremo l’allestimento della mostra, l’inaugurazione e il suo svolgimento sui nostri canali social Facebook e Twitter. Taggate la vostra visita alla mostra o i vostri commenti con l’ashtag #firenzenuragica, condividete con noi la vostra esperienza!

Firenze, Museo Archeologico Nazionale: inaugura la mostra “Kaulonía. La città dell’Amazzone Clete”

Kaulonía: la città dell’amazzone Clete

Gli scavi dell’Università degli Studi di Firenze a Monasterace Marina

Firenze, Museo Archeologico Nazionale

inaugurazione: 12 Dicembre 2013, ore 17,00 (ingresso gratuito)

Invito Lepore (2)

Dal 12 Dicembre 2013 al 9 Marzo 2014, il II piano del Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita una mostra sull’antica città magnogreca di Caulonia, oggi Monasterace Marina (Reggio Calabria), i cui scavi sono da qualche tempo affidati in concessione alle Università toscane di Firenze e Pisa.

Per raccontare la vita di Caulonia, colonia greca sulle coste del Mar Ionio ricordata dalle fonti per essere stata fondata da Klete, la nutrice di Pentesilea, regina delle Amazzoni, si è scelto di mostrare la storia del quartiere abitativo di San Marco nord-est, che ebbe una vita molto lunga e densa di trasformazioni (dall’VIII secolo a.C. all’epoca romana imperiale), attraverso i reperti esposti in mostra, che illustrano proprio la vita quotidiana a Kaulonía nel corso dei secoli.

La mostra, che inaugura il 12 dicembre 2013 alle ore 17, sarà presentata da Simonetta Bonomi (Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria), Vittoria Perrone Compagni (Direttore del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze) e da Andrea Pessina (Soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana), e sarà preceduta dalla conferenza dal titolo “Aspetti di vita quotidiana dal quartiere abitativo di S. Marco nord-est a Caulonia” tenuta da Lucia Lepore, Docente di Archeologia della Magna Grecia e Metodologie della Ricerca Archeologica  presso l’Università degli Studi di Firenze e Direttore del settore fiorentino degli scavi archeologici a Caulonia.

Vi aspettiamo dunque domani 12 dicembre alle ore 17 per la conferenza di presentazione e l’inaugurazione della mostra, che sarà poi visitabile tutti i giorni secondo l’orario del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Promossa dall’Università degli Studi di Firenze (Dipartimento di Lettere e Filosofia), in collaborazione con le Soprintendenze per i Beni Archeologici della Calabria e della Toscana e con il contributo della società AdF – Aeroporto di Firenze, la mostra è illustrata da un catalogo, curato da Lucia Lepore, Maria Rosaria Luberto e Paola Turi, edito da ARACNE editrice S.r.l.

 

Firenze, Museo Archeologico Nazionale: focus mostre estate 2013

Chi viene al Museo Archeologico Nazionale di Firenze può visitare, oltre al Percorso Espositivo permanente, anche 3 mostre temporanee allestite nei suoi spazi.

La prima mostra che si incontra, nel Salone del Nicchio, appena varcata la biglietteria/bookshop/punto informativo è la mostra “Archeologia in Oriente. Le collezioni vicinorientali del Museo Archeologico di Firenze”, dedicata a materiali provenienti da Mesopotamia, Assiria, Anatolia, Siria e Persia, pervenuti al Museo di Firenze grazie a scavi, donazioni, acquisti, dagli inizi del ‘900 in avanti. Attraverso l’esposizione di materiali differenti per tipologie, per aree geografiche di provenienza e per cronologia, si vuole dare uno sguardo d’insieme, senz’altro suggestivo, anche se non esaustivo, alla ricchezza di culture che raramente trovano spazio nelle esposizioni dei musei archeologici italiani. Un modo “di vedere il Vicino Oriente dal buco della serratura”, citando le parole del curatore della mostra, Dott. Stefano Anastasio, ovvero di farsi un’idea dell’archeologia vicinorientale che non può far altro che spingere a volerne approfondire la conoscenza, per soddisfare la curiosità che ne deriva.

Tra i materiali, importante il sarcofago di epoca partica (II-III sec. d.C.) in terracotta invetriata proveniente dalla necropoli di Kilizu, in Mesopotamia, e le statuette in terracotta da Hacilar, Anatolia, produzione di epoca preistorica, che si pone tra il Neolitico Finale e l’Età del Bronzo Antico, quindi tra il Vi e il III millennio a.C.

Statuetta in terracotta da Hacilar

Statuetta in terracotta da Hacilar

La mostra Signori di Maremma. Elites etrusche tra Populonia e Vulci” è allestita al piano terra del Museo Archeologico. Un percorso tematico che affronta il periodo Orientalizzante etrusco attraverso le sue attestazioni più spettacolari e affascinanti: i corredi funerari provenienti da alcune tombe principesche dei centri etruschi più importanti della Maremma: tra i principali la tomba dei Flabelli di Populonia, unico centro etrusco sul mare; le tombe del Duce e del Littore da Vetulonia; il Circolo della Fibula da Marsiliana d’Albegna; la tomba di guerriero da Casale Marittimo, della quale è esposta l’intera fossa terragna con i materiali ancora in posto.

Oltre al valore scientifico che la presentazione dei corredi riveste, nel tentativo di delineare i caratteri principali della classe aristocratica nell’Etruria del VII-VI secolo a.C., la mostra è stata l’importantissima occasione per esporre nuovamente al pubblico un buon numero di reperti e materiali che, esposti al piano terra del Museo (all’epoca Museo Topografico d’Etruria) fino al 1966, furono spazzati via dall’Alluvione del 4 novembre e da allora subirono un’importante opera di recupero e restauro il cui risultato si può finalmente apprezzare oggi.

Flabello in bronzo dalla Tomba dei Flabelli di Populonia

Flabello in bronzo dalla Tomba dei Flabelli di Populonia

Fino al 3 dicembre 2013 il secondo piano del Museo ospita la mostra Arte della Magna Grecia. La Collezione Colombo nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze”. In essa è esposta una significativa selezione dei materiali appartenenti alla Collezione Colombo, recentemente acquisita dallo Stato, che fornisce una panoramica ampia ed esaustiva sulla cultura materiale sia delle città greche dell’Italia meridionale, quali Metaponto e Taranto, che delle popolazioni della Daunia e della Peucezia (Puglia).

Tra i materiali esposti si segnala un nucleo di statuette in terracotta tra cui un’Afrodite tra le valve di una conchiglia, realizzata a Taranto tra il IV e gli inizi del III secolo a.C., ma sono soprattutto i vasi in ceramica, con le loro decorazioni figurate, ad attirare l’attenzione, tra scene mitologiche quali Atena che suona l’aulos (doppio flauto) e scene legate all’universo femminile e alla sfera del matrimonio, come quella rappresentata su una grande phiale (bacino utilizzato durante le cerimonie nuziali) di produzione apula, del 330-320 a.C.

Grande phiale (bacino utilizzato durante le cerimonie nuziali) di produzione apula - 330-320 a.C.

Grande phiale (bacino utilizzato durante le cerimonie nuziali) di produzione apula – 330-320 a.C.

L’orario di visita delle mostre è lo stesso del Museo Archeologico: dal martedì al venerdì 8.30-19.00, dal sabato al lunedì 8.30-14.00; l’ingresso è compreso nel biglietto del Museo.