La Minerva di Arezzo torna (temporaneamente) ad Arezzo

La Minerva di Arezzo torna temporaneamente nella sua città d’origine. L’occasione è la mostra, organizzata dalla Fraternita dei Laici in collaborazione con il Comune di Arezzo, “Minervae Signum. Tesori di Arezzo“.

Primo piano della Minerva di Arezzo, con il gorgoneion ben evidente sull’egida

La Minerva di Arezzo è, insieme alla Chimera di Arezzo, uno dei Grandi Bronzi del MAF. Scoperta ad Arezzo nel 1541, fu subito acquisita nella collezione di Cosimo I de’ Medici che la volle nello Studiolo di Calliope in Palazzo Vecchio. La dea, di cui abbiamo già descritto l’aspetto e l’abbigliamento in questo post, è in bronzo cavo, realizzata nella tecnica della cera persa*, a grandezza minore del vero, e rappresentata nel suo ruolo di dea della sapienza e della guerra: con l’elmo sollevato sulla testa, l’egida col gorgoneion sul petto, il lungo chitone che le arriva fino ai piedi. In età romana adornava una stanza di una ricca domus di Arretium, come hanno potuto appurare scavi archeologici condotti sul luogo del ritrovamento, la chiesa di San Lorenzo.

La statua non fu rinvenuta integra. Nel XVIII secolo fu oggetto di un importante restauro a cura dello scultore Francesco Carradori. Un ulteriore restauro si è reso necessario invece pochi decenni fa, a cura del Centro di Restauro della Soprintendenza. E ha portato alla luce una storia incredibile, ovvero proprio la storia del restauro realizzato dal Carradori.

Restaurare un’opera d’arte, antica o moderna che sia, non è semplicemente un’azione di ripristino o di miglioramento delle condizioni dell’oggetto, ma è una vera e propria operazione di studio, volta a scoprire i materiali e le tecniche utilizzate, perché ogni segno e ogni traccia possono rivelare indicazioni utili per capire come procedere con il restauro vero e proprio.

La Minerva restaurata dal Carradori si reggeva in piedi grazie ad un palo di legno inserito all’interno della statua. Aveva alcune integrazioni, come il braccio destro e parte della veste. Fu proprio la necessità di sostituire il palo di legno, ormai consunto dopo tre secoli, a dare l’avvio al restauro.

Dettaglio del supporto di ferro cui il Carradori ancorò il braccio della Minerva

I restauratori scoprirono così che il Carradori non solo aveva integrato il braccio destro, ma ne aveva proprio inventato la posizione (portato in avanti verso il basso con la mano aperta): non esistono infatti confronti iconografici con altre raffigurazioni antiche della dea per giustificare questa posa; si trattò invece di una scelta deliberata dello scultore, il quale ritoccò anche la testa della Minerva, ponendola in una posizione che non era la sua originale: questi dettagli si sono potuti notare osservando precisamente i punti di giunzione delle varie parti del bronzo.

Si pose a questo punto per i restauratori un problema di metodo. La Minerva era ormai conosciuta in tutto il mondo, riportata su manuali e libri di arte, nell’immagine che le aveva dato il Carradori, col braccio sistemato arbitrariamente. Ma questa non era la statua “originaria” di età antica. Cosa fare? Lasciare la Minerva così come l’aveva sistemata il Carradori oppure riportarla allo stato originale?

Si decise, infine, di riportare la Minerva di Arezzo all’aspetto che aveva prima dell’intervento settecentesco. Si è tolto dunque il braccio, si è collocata la testa nella posizione “giusta”, così come indicavano i punti di giunzione del bronzo; si è sostituito il palo di legno con uno di acciaio, incorruttibile, e si è proceduto ad integrare le parti mancanti del panneggio della veste della dea non inventandone le pieghe come fece il Carradori ma, dopo aver fatto le opportune prove sperimentali, realizzando delle integrazioni in alluminio da applicare con calamite, in modo che questo restauro integrativo sia assolutamente reversibile.

Prima di tutto, però, si è realizzato un calco della Minerva del Carradori: non si poteva cancellare per sempre la traccia di un restauro storicizzato come era appunto quello settecentesco. La Minerva del Carradori è così esposta, al MAF, al ballatoio del I piano, in una sezione dedicata proprio al restauro. Qui le proponiamo accanto, in modo da poter apprezzare le differenze.

La Minerva di Arezzo e il calco tratto dalla Minerva prima del restauro

*tecnica della fusione a cera persa: onde evitare di realizzare statue di grandi dimensioni in bronzo pieno, troppo pesante e troppo costoso, i Greci studiarono una tecnica che consentiva di realizzare statue in bronzo cave all’interno. Si realizzava intanto un’anima di argilla, che veniva modellata nella foggia desiderata, si faceva poi una colatura di cera sulla superficie, dopodiché si copriva con un altro grosso strato di argilla. A questo punto veniva colato il bronzo fuso nello spazio occupato dalla cera la quale colava via (ecco perché cera persa). Spesso venivano realizzate separatamente le varie parti della statua e poi giuntate insieme alla fine.

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#larteinmaschera: 1) il gorgoneion di Minerva

Il tema scelto questo mese per i musei statali è #larteinmaschera. Il riferimento è al carnevale, ma le maschere non sono legate soltanto a questa festa. Nell’antichità le maschere erano impiegate con vari valori e significati. Abbiamo scelto di parlare sul blog  di un particolare volto, o maschera, dell’antichità la cui fortuna, artisticamente parlando, è durata nei secoli fino all’età moderna: si tratta del gorgoneion, la testa di Medusa che nell’antica Grecia aveva un valore apotropaico, ovvero portafortuna e protettore, e con questo significato era posto sui frontoni dei templi più antichi, divenendo poi un elemento decorativo, ma sempre con una valenza protettrice.

Il gorgoneion è, in greco, la testa di Gorgone, meglio nota come Medusa.

Il volto di Medusa è solitamente largo, con gli occhi e la bocca spalancata, spesso con la lingua di fuori in un’espressione terrificante, i capelli grossi, talvolta mossi e a forma di serpente, che incorniciano il viso.

Narra il mito che lo sguardo di Medusa pietrificasse chiunque la guardasse direttamente. L’eroe Perseo la uccise decapitandola guardandone l’immagine riflessa in uno scudo che gli era stato donato dalla dea Atena, a lui favorevole.

Ecco che allora la testa di Medusa, il gorgoneion, diventa un attributo della dea Atena/Minerva nell’iconografia. Numerosissime sono le rappresentazioni della dea con la testa di Gorgone. Solitamente la indossa sul pettorale oppure sullo scudo, proprio come arma pietrificatrice.

Primo piano della Minerva di Arezzo, con il gorgoneion ben evidente sull'egida

Primo piano della Minerva di Arezzo, con il gorgoneion ben evidente sull’egida

La Minerva di Arezzo, al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la indossa sull’egida, il pettorale in scaglie di serpente. La statua rappresenta la dea, in dimensioni minori del vero, vestita con un lungo peplo che le arriva ai piedi, ai quali calza sandali piuttosto alti, e un himation, un mantello che le copre una spalla e che le si avvolge intorno alla vita, scendendo poi fino al ginocchio. Sul petto indossa l’egida in squame di serpente e bordata da serpentelli, nel centro della quale si trova la piccola testa di Medusa, larga e schiacciata, con le guance molto piene. In testa, poi, indossa l’elmo decorato con una civetta, altro attributo della dea, e un serpentello. Manca il braccio destro, che le fu aggiunto di invenzione dallo scultore Francesco Carradori nel XVIII secolo, ma che è stato tolto nel corso dei recenti restauri per restituire alla statua un aspetto il più simile possibile all’originale. Fu realizzata nei primi decenni del III secolo a.C.

Rinvenuta nel 1541 ad Arezzo presso la chiesa di San Lorenzo, la Minerva adornava una stanza di una ricca domus appartenuta a qualche ricco pater familias di Arezzo, nel I secolo d.C.: scavi archeologici condotti nell’area hanno individuato infatti ambienti decorati a mosaico e in opus sectile, ovvero in marmi intarsiati. Al momento del suo ritrovamento, nel XVI secolo, fu immediatamente informato Cosimo I il quale volle la statua a Firenze. Qui essa fu collocata nello Scrittoio di Calliope in Palazzo Vecchio: la dea anche in età rinascimentale era considerata personificazione della sapienza. A Cosimo, poi, non era estranea neanche l’immagine della testa di Medusa, che aveva conservato nel Medioevo e nel Rinascimento un forte valore simbolico: oltre alle numerose raffigurazioni nelle quali essa compariva come attributo della dea Minerva o in associazione all’eroe Perseo, già Giuliano de’ Medici si era fatto rappresentare su un busto con un’armatura con la testa di Gorgone nella seconda metà del Quattrocento. Allo stesso modo lo stesso Cosimo I si farà ritrarre da Benvenuto Cellini: con un’armatura con la testa di Gorgone sul petto, a imitazione degli Imperatori romani, pochi anni dopo il rinvenimento della Minerva.

Tra i bronzetti del MAF un gruppo rappresenta Minerva

Tra i bronzetti del MAF un gruppo rappresenta Minerva

Ma torniamo a Minerva. Il gorgoneion è un suo attributo ricorrente. Pertanto si trovano numerosissime rappresentazioni nelle quali il gorgoneion compare, più o meno evidente e dettagliato.

bronzetto italico di Minerva, Firenze Museo Archeologico Nazionale

bronzetto italico di Minerva, Firenze Museo Archeologico Nazionale

Al Museo Archeologico Nazionale di Firenze sono esposti, al I piano, alcuni bronzetti che raffigurano la dea. Si tratta di bronzetti etruschi e italici, tuttavia l’iconografia rimane sempre la stessa. Su di essi, nonostante le piccole dimensioni, si individua, sull’egida, la testa larga di Medusa: in alcuni casi il volto è appena accennato, in altri è più caratterizzato; in alcuni esemplari è un rigonfiamento abbozzato, in altri si leggono i capelli, gli occhi e la bocca. Tra i vari esemplari, se ne nota uno che differisce per la posizione del gorgoneion rispetto all’egida: si trova infatti sulla spalla sinistra, e non sul petto come in tutti gli altri casi: una piccola variante nella quale la testa di Medusa però è ben tratteggiata, con gli occhi spalancati, le sopracciglia spesse, la bocca spalancata: terrificante, nonostante le ridotte dimensioni della statuetta.

Su questo bronzetto di Minerva il gorgoneion si trova sulla spalla e non sul petto

Su questo bronzetto di Minerva il gorgoneion si trova sulla spalla e non sul petto

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: quattro Grandi Bronzi in tour

Se ci avete seguito nei post precedenti, e avete visitato in questo periodo il Museo Archeologico Nazionale di Firenze e la mostra “Potere e Pathos” a Palazzo Strozzi, sicuramente già sapete che quattro dei Grandi Bronzi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, L’Arringatore, la Minerva di Arezzo, l’Idolino di Pesaro e la Testa di Cavallo Medici-Riccardi, attualmente non occupano più il loro posto nelle proprie sale, perché sono stati tra i protagonisti del percorso espositivo di “Potere e Pathos“. La mostra di Palazzo Strozzi è terminata da qualche settimana ormai (mentre la mostra “Piccoli Grandi Bronzi” al Museo Archeologico Nazionale di Firenze prosegue per tutta l’estate), ma i quattro Grandi Bronzi non rientreranno al MAF: andranno “in tour”, per così dire, al seguito di “Potere e Pathos”, che si trasferirà in America, al Paul Getty Museum e a seguire a Washington.

Arringatore, Minerva e Idolino, insieme alla Testa di Cavallo Medici-Riccardi, sono i Grandi Bronzi attualmente "in tour" con la mostra "Potere e Pathos"

Arringatore, Minerva e Idolino, insieme alla Testa di Cavallo Medici-Riccardi, sono i Grandi Bronzi attualmente “in tour” con la mostra “Potere e Pathos”

I quattro Grandi Bronzi non a caso sono definiti “Grandi”, sia per le dimensioni, in quanto si tratta di statue in bronzo a grandezza naturale o di poco minore del vero, sia per la loro importanza per la storia dell’arte antica e del collezionismo. Tutte le 4 statue appartennero infatti alla collezione di antichità della famiglia Medici. L’Arringatore fu rinvenuto a metà del Cinquecento nei pressi del Lago Trasimeno. A grandezza naturale, rappresenta un uomo maturo, Aule Meteli, ritratto nell’atto del silentium manu facere, il gesto con cui i personaggi politici della Roma Repubblicana prendevano la parola prima di un’orazione pubblica. È da questo gesto che la statua prende il nome di Arringatore. Non solo il gesto, ma anche l’abbigliamento, ovvero la toga praetexta (con i bordi decorati) e i calzari (di tipo “senatorio”) connotano il nostro personaggio come un cittadino romano, anche se etrusco di nascita, come rivela l’iscrizione, in lingua etrusca, posta sul bordo della toga. La statua, degli inizi del I secolo a.C., rappresenta proprio il momento della romanizzazione, non solo culturale, sociale e politica, dell’Etruria, ma anche artistica.

Anche la Minerva d’Arezzo fu rinvenuta casualmente a metà del Cinquecento e subito fu portata a Firenze dove Cosimo I de’ Medici la volle nello Scriptoio Calliope a Palazzo Vecchio. È di dimensioni più piccole del vero, indossa un lungo peplo, sul petto porta l’egida col gorgoneion, ovvero la testa mozzata di Medusa, e ai piedi calza sandali infradito. La storia di questa statua è intimamente legata al suo restauro poiché, rinvenuta senza braccio destro, nel 1785 questo le fu integrato dallo scultore Francesco Carradori. Il restauro condotto recentemente dal Centro di Restauro della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ha privilegiato però l’aspetto originale della Minerva, togliendo il braccio del Carradori non prima, però, di aver realizzato un calco della statua con l’intervento settecentesco (il calco è esposto nell’area di approfondimento del Museo Archeologico Nazionale di Firenze).

La testa di cavallo Medici-Riccardi nel suo allestimento a Palazzo Strozzi

La testa di cavallo Medici-Riccardi nel suo allestimento a Palazzo Strozzi

E proprio un restauro recentissimo ha permesso di scoprire che la Testa di Cavallo Medici-Riccardi, originale greco della seconda metà del IV secolo a.C., in origine era dorata e apparteneva ad un gruppo scultoreo formato da cavallo piuttosto agitato e cavaliere che ne trattiene le briglie con una mano, mentre con l’altra brandisce la spada, probabilmente nell’impeto della battaglia. La testa, che in età rinascimentale era utilizzata come bocca di fontana nel giardino di Palazzo Medici-Riccardi, fu studiata e copiata da Donatello il quale la utilizzò come modello per le sue sculture equestri, come la Protome Carafa del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

L’Idolino di Pesaro, infine, rappresenta un fanciullo nudo, stante, realizzato nel I secolo d.C.. Quando fu rinvenuto, a Pesaro nel 1530, reggeva in mano dei tralci di vite, per cui fu subito interpretato come un Dioniso/bacco e fu realizzata appositamente un’elaborata base decorata a tema dionisiaco, con tralci di vite e pannelli raffiguranti scene del mito. In realtà la statua era un “lampadario”, un reggi-lucerne: il tralcio di vite che teneva in mano era infatti l’appoggio per la lucerna con la quale illuminava il triclinium della domus della famiglia senatoria di Pesaro all’interno della quale la statua fu rinvenuta.