#artdesign al tempo dei romani: l’arredo delle domus

Il mese di maggio è dedicato dal Mibact al design, inteso come ricerca di oggetti che costituiscano una sintesi tra funzionalità, tecnica ed estetica ancora prima dell’avvento della produzione industriale; se, apparentemente, un museo archeologico è quanto di più lontano si possa immaginare dal design, in realtà si resta stupiti da quanti degli oggetti conservati al MAF rispondano esattamente a queste caratteristiche! Un esempio lampante è quanto rimane degli arredi delle ricche domus di epoca romana, di cui restano elementi legati all’illuminazione e parti di mobilio.

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L’interno di una domus immaginato da L. Alma Tadema (foto)

I vari ambienti delle case romane prendevano luce prevalentemente dalla porta, che si poteva affacciare sull’atrio (il cortile interno che si apriva subito dopo l’ingresso, caratterizzato da un’apertura nel tetto) o sul peristilio (il giardino colonnato che si trovava sul retro). Di buio, l’illuminazione era demandata all’utilizzo di lucerne, di forma e materiale diverso a seconda degli ambienti che dovevano rischiarare. Se nelle stanze di servizio si utilizzavano semplici lampade di terracotta, in quelle di rappresentanza le lucerne erano di bronzo, come altre parti dell’arredo, e rispondevano all’esigenza del proprietario di mostrare l’agiatezza della propria posizione.

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Gli arredi in bronzo e marmo di una ricca domus dipinti da L. Alma Tadema (foto)

Nella sezione dei bronzi romani, recentemente riallestita al secondo piano del MAF, nell’ultima sala sono conservate alcune lucerne di epoca imperiale, da quelle più antiche, a una sola luce e di forma allungata, a quelle di epoca tarda a soggetto cristiano, bilicni, cioè con due beccucci da cui fuoriusciva lo stoppino. Alcune sono dotate di catenelle e anelli che servivano per la sospensione, consentendo di appenderle a ganci o portalampade come quello configurato ad alberello conservato nella stessa sala; l’albero, forse un fico, è straordinariamente curato nei dettagli, come il piccolo serpente che fa capolino dal tronco. Si tratta di un manufatto proveniente probabilmente dalle regioni orientali dell’Impero, che risale agli inizi del I sec. d.C.

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Lucerne in bronzo e portalucerne ad alberello

L’oggetto che però risponde meglio all’idea di design come lo intendiamo oggi, è certamente il c.d. Idolino di Pesaro, copia romana in bronzo (circa 30 a.C.) di una scultura greca di epoca classica. La statua, che rappresenta un giovane stante, non aveva solamente lo scopo di abbellire l’ambiente nel quale era collocata, ma svolgeva anche la funzione di reggilampade; arricchita forse da un tralcio vegetale a cui le lucerne potevano essere appese, poteva sorreggere dei lumi anche con le mani, con una soluzione che tanto spesso si trova applicata alle sculture che popolavano gli ambienti e i giardini delle abitazioni dei ricchi cittadini romani.

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l’Idolino di Pesaro

A differenza delle lampade, i mobili giunti fino a noi sono ben pochi, e al MAF ne sono conservati soltanto pochi resti. Si tratta di parti del rivestimento bronzeo delle zampe di mobili di origine etrusca (ma non troppo dissimili dovevano essere quelli di produzione romana),  configurati a zampa leonina con scene mitiche realizzate a rilievo. Letti, tavoli e sedie in legno erano spesso abbelliti da parti in materiale più pregiato, come il metallo o l’avorio.

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Zampe di mobili in bronzo di produzione etrusca (V sec. a.C.)

Risalente all’età tardo imperiale è invece la spalliera di trono* ageminata, che doveva rivestire la parte posteriore di una sedia di rappresentanza destinata al padrone di casa, il dominus, del quale erano illustrate le principali attività (la caccia) e le splendide proprietà (la villa con il parco circostante).

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La spalliera di trono

Ancora una volta la modernità del passato balza agli occhi e stupisce, e i reperti antichi svelano le affinità tra il nostro quotidiano e la vita dei secoli passati. Chissà quali sono gli oggetti di “design” che più colpiscono i nostri visitatori… Per tutto il mese di maggio potete condividerli sui social con l’hashtag #artdesign!

*Nel post a cui si rimanda la spalliera, con gli altri bronzi tardo antichi, si trovava nel corridoio del secondo piano. Attualmente tutti questi reperti sono riuniti nelle sale dei bronzi e bronzetti romani.

 

Firenze, Musei Archeologici Nazionali: quattro Grandi Bronzi in tour

Se ci avete seguito nei post precedenti, e avete visitato in questo periodo il Museo Archeologico Nazionale di Firenze e la mostra “Potere e Pathos” a Palazzo Strozzi, sicuramente già sapete che quattro dei Grandi Bronzi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, L’Arringatore, la Minerva di Arezzo, l’Idolino di Pesaro e la Testa di Cavallo Medici-Riccardi, attualmente non occupano più il loro posto nelle proprie sale, perché sono stati tra i protagonisti del percorso espositivo di “Potere e Pathos“. La mostra di Palazzo Strozzi è terminata da qualche settimana ormai (mentre la mostra “Piccoli Grandi Bronzi” al Museo Archeologico Nazionale di Firenze prosegue per tutta l’estate), ma i quattro Grandi Bronzi non rientreranno al MAF: andranno “in tour”, per così dire, al seguito di “Potere e Pathos”, che si trasferirà in America, al Paul Getty Museum e a seguire a Washington.

Arringatore, Minerva e Idolino, insieme alla Testa di Cavallo Medici-Riccardi, sono i Grandi Bronzi attualmente "in tour" con la mostra "Potere e Pathos"
Arringatore, Minerva e Idolino, insieme alla Testa di Cavallo Medici-Riccardi, sono i Grandi Bronzi attualmente “in tour” con la mostra “Potere e Pathos”

I quattro Grandi Bronzi non a caso sono definiti “Grandi”, sia per le dimensioni, in quanto si tratta di statue in bronzo a grandezza naturale o di poco minore del vero, sia per la loro importanza per la storia dell’arte antica e del collezionismo. Tutte le 4 statue appartennero infatti alla collezione di antichità della famiglia Medici. L’Arringatore fu rinvenuto a metà del Cinquecento nei pressi del Lago Trasimeno. A grandezza naturale, rappresenta un uomo maturo, Aule Meteli, ritratto nell’atto del silentium manu facere, il gesto con cui i personaggi politici della Roma Repubblicana prendevano la parola prima di un’orazione pubblica. È da questo gesto che la statua prende il nome di Arringatore. Non solo il gesto, ma anche l’abbigliamento, ovvero la toga praetexta (con i bordi decorati) e i calzari (di tipo “senatorio”) connotano il nostro personaggio come un cittadino romano, anche se etrusco di nascita, come rivela l’iscrizione, in lingua etrusca, posta sul bordo della toga. La statua, degli inizi del I secolo a.C., rappresenta proprio il momento della romanizzazione, non solo culturale, sociale e politica, dell’Etruria, ma anche artistica.

Anche la Minerva d’Arezzo fu rinvenuta casualmente a metà del Cinquecento e subito fu portata a Firenze dove Cosimo I de’ Medici la volle nello Scriptoio Calliope a Palazzo Vecchio. È di dimensioni più piccole del vero, indossa un lungo peplo, sul petto porta l’egida col gorgoneion, ovvero la testa mozzata di Medusa, e ai piedi calza sandali infradito. La storia di questa statua è intimamente legata al suo restauro poiché, rinvenuta senza braccio destro, nel 1785 questo le fu integrato dallo scultore Francesco Carradori. Il restauro condotto recentemente dal Centro di Restauro della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ha privilegiato però l’aspetto originale della Minerva, togliendo il braccio del Carradori non prima, però, di aver realizzato un calco della statua con l’intervento settecentesco (il calco è esposto nell’area di approfondimento del Museo Archeologico Nazionale di Firenze).

La testa di cavallo Medici-Riccardi nel suo allestimento a Palazzo Strozzi
La testa di cavallo Medici-Riccardi nel suo allestimento a Palazzo Strozzi

E proprio un restauro recentissimo ha permesso di scoprire che la Testa di Cavallo Medici-Riccardi, originale greco della seconda metà del IV secolo a.C., in origine era dorata e apparteneva ad un gruppo scultoreo formato da cavallo piuttosto agitato e cavaliere che ne trattiene le briglie con una mano, mentre con l’altra brandisce la spada, probabilmente nell’impeto della battaglia. La testa, che in età rinascimentale era utilizzata come bocca di fontana nel giardino di Palazzo Medici-Riccardi, fu studiata e copiata da Donatello il quale la utilizzò come modello per le sue sculture equestri, come la Protome Carafa del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

L’Idolino di Pesaro, infine, rappresenta un fanciullo nudo, stante, realizzato nel I secolo d.C.. Quando fu rinvenuto, a Pesaro nel 1530, reggeva in mano dei tralci di vite, per cui fu subito interpretato come un Dioniso/bacco e fu realizzata appositamente un’elaborata base decorata a tema dionisiaco, con tralci di vite e pannelli raffiguranti scene del mito. In realtà la statua era un “lampadario”, un reggi-lucerne: il tralcio di vite che teneva in mano era infatti l’appoggio per la lucerna con la quale illuminava il triclinium della domus della famiglia senatoria di Pesaro all’interno della quale la statua fu rinvenuta.