Istruzioni per l’uso: le FAQ dei Musei Archeologici di Firenze

Moltissimi siti internet hanno, oramai, una pagina dedicata alle Frequently Asked Questions: uno strumento che mette l’utente in grado di risolvere da solo le questioni più basilari, e di orientarsi con faciltà nella navigazione. Perché allora non dotare di uno strumento simile anche il nostro blog? Archeotoscana nasce anche per migliorare l’interazione tra il museo e il suo pubblico, e gli assistenti alla vigilanza sono i primi ad entrare in contatto con i visitatori e conoscere le loro più frequenti curiosità. Ecco dunque un primo prontuario per affrontare la visita!

Ma qual è l’origine degli Etruschi?

IMG_20130918_174132Nessun “mistero”, ma una storia affascinante e complessa che fin dall’antichità ha interessato gli storici e, in assenza di fonti dirette, continua a far discutere gli studiosi. Oramai è appurato il legame della lingua etrusca con quella parlata a Lemno, probabilmente riconducibile ad un’originaria presenza di genti “etrusche” nell’Egeo settentrionale e non imparentata con quella greca. Una ipotesi possibile ad oggi è dunque l’infiltrazione, nell’età del Bronzo Finale, di gruppi etnici di origine egea nell’Italia centrale, dove si sarebbero integrati e mescolati con le genti locali, dando origine alla civiltà villanoviana e successivamente a quella etrusca.

Cos’è il bucchero?

PhotoGrid_1421670913619Il bucchero è la ceramica di colore nero prodotta dagli Etruschi; è nero sia l’impasto che la superficie, che si presenta lucida e compatta. Il colore non è ottenuto con la pittura ma grazie ad un particolare procedimento di cottura in assenza di ossigeno, che impedisce le trasformazioni chimiche di ossidazione che fanno assumere la tipica colorazione aranciata ai minerali di ferro contenuti nell’argilla. L’aspetto e la forma dei vasi di bucchero sono molto simili a quelli dei più costosi vasi metallici, di cui costituivano una sorta di surrogato. Il nome deriva dal termine spagnolo bucaro, che designava una ceramica di colore nero di produzione sudamericana importata nel XVII sec., molto simile alle ceramiche etrusche.

Perché il vaso François si chiama così?

françois_interoIl vaso François, un cratere di produzione ateniese datato al 570 a.C., deve il nome a quello del suo scopritore, l’archeologo fiorentino Alessandro François. Il cratere proviene da una sepoltura nella necropoli etrusca di Fonte Rotella vicino a Chiusi, dove fu ritrovato in frammenti negli anni attorno alla metà dell’ottocento, e apparteneva all’aristocratico etrusco proprietario della tomba. Il vaso è celebre per le ragguardevoli dimensioni e la complessità del ciclo decorativo, oltre che per la sua peculiare storia, fatta di diversi restauri, all’interno del Museo di Firenze. Lo stesso Alessandro François ha lasciato il suo nome anche ad una celebre tomba scavata nella roccia a Vulci, di cui si sono conservate le pitture con i fatti relativi alla storia più arcaica di Roma.

Approfondimenti sul vaso François: 9/9/1900: il vaso François e il “sacrilego custode”; Il grande giorno del vaso François; The François Vase: New Perspectives

Perché ci sono tutti questi vasi greci a Firenze?

PhotoGrid_1421670719223Buona parte della ceramica di produzione attica e corinzia appartenente alle collezioni del Museo non proviene direttamente dalla Grecia, bensì dagli scavi effettuati in Etruria. Le ricche tombe etrusche esibivano infatti come beni di prestigio indicanti il rango del defunto i vasi importati dalle officine ateniesi e corinzie, che venivano utilizzati durante i banchetti (coppe, crateri, brocche) come nelle operazioni di toeletta (contenitori per essenze ed olio profumato).

Cosa ci fanno a Firenze tutti questi reperti egizi?

2010_06_16_15_42_47Il nucleo più consistente delle collezioni egizie del Museo si formò durante la spedizione italo francese in Egitto degli anni 1828-1829, guidata da J.-F. Champollion (colui che decifrò la Stele di Rosetta e di conseguenza i geroglifici) e I. Rosellini, egittologo pisano e suo discepolo. Il ricordo della spedizione è immortalato dal dipinto di G. Angelelli del 1830, esposto all’inizio della sezione egizia del museo, in cui si vedono i due archeologi con tutto il loro seguito, sullo sfondo delle rovine del tempio di Karnak. Al termine della spedizione i reperti recuperati furono divisi tra il Louvre ed il museo fiorentino.

Il carro egizio è una ricostruzione?

IMG_20130517_133231Uno dei pezzi più importanti nelle collezioni del museo è il carro egizio: non si tratta di una ricostruzione, bensì di un carro originale proveniente da una tomba di Tebe datata circa 1500 anni prima di Cristo. Qui fu deposto smontato assieme al suo proprietario, e il legno con cui è costruito si è conservato grazie al clima secco dell’Egitto. Il carro, che vediamo oggi rimontato con alcune parti di restauro, presenta tracce d’uso, che provano che il proprietario se ne servì per la guerra o la caccia.

Non ci sono sculture romane nel Museo?

faustinaBuona parte delle sculture antiche appartenute alle collezioni medicee è ancora oggi conservata agli Uffizi; delle sculture romane che invece erano collocate nel Museo Archeologico di Firenze oggi, a parte le teste ritratto in bronzo e qualche frammento di statua marmorea in giardino, non resta niente. All’inizio del Novecento esse erano sistemate in giardino, sotto le arcate che sostengono il corridoio mediceo (oggi inglobate all’interno del museo). Tolte dal giardino per ragioni conservative, oggi si trovano nel museo di Villa Corsini a Castello.

Perché ci sono dei tumuli in giardino?

Giardino museo archeologico (6) (Medium)Il giardino del Museo, detto “ameno” è uno dei giardini storici dei palazzi medicei fiorentini. Quando il direttore del Museo L. A. Milani decise l’allestimento dei materiali provenienti dagli scavi in Etruria al piano terreno, pensò di allestire l’esterno del palazzo mostrando i luoghi di provenienza della maggior parte dei reperti conservati all’interno. Furono così ricostruiti diversi esempi di tombe etrusche, a tumulo, scavate nella roccia, a dado, a pozzetto e i semplici sarcofagi, in una sorta di museo en-plein-air ancora oggi di gradevolissima fruizione. Alcune tombe furono letteralmente smontate nelle necropoli di provenienza (in luoghi spesso difficili da raggiungere e all’epoca afflitti dalla malaria) e rimontate a Firenze; altre furono invece ricostruite ex-novo, come la tomba Inghirami di Volterra.

Approfondimenti sul giardino: Fra archeologia e rose: il giardino del MAF; Il giardino, il giardiniere e i giardinieri; Una giornata da dimenticare per il giardino del MAF.

Tagete, chi era costui?

Dal 14 maggio è aperta nel giardino del museo archeologico la mostra di arte contemporanea “L’ombra di Tagete. Ma chi è Tagete? La tradizione lo presenta come un saggio fanciullo nato dalla terra nei pressi di Tarquinia, che avrebbe insegnato agli Etruschi i precetti dell’etrusca disciplina, il complesso di saperi cui gli Etruschi si rivolgevano per interpretare i segni degli dei e comunicare con loro. Così Cicerone, nel I sec. a.C., racconta la storia (De Divinatione, II, 23):

Si narra che un certo Tagete nel territorio di Tarquinia apparve improvvisamente mentre la terra veniva arata, nel momento in cui fu impresso un solco più profondo, e che rivolse la parola a colui che arava. Come è scritto nei libri degli Etruschi, questo Tagete si dice che avesse l’aspetto di un bambino ma la saggezza di un vecchio. Poiché il contadino, stupito dalla sua comparsa, sollevò un grido di meraviglia, accorse molta gente ed in poco tempo tutta l’Etruria si radunò in quel luogo. Allora Tagete parlò a lungo dinanzi alla folla degli ascoltatori, che ascoltarono con attenzione tutte le sue parole e le misero per iscritto. L’intero suo discorso fu quello in cui era contenuta la scienza dell’aruspicìna; essa poi si accrebbe con la conoscenza di nuove cose che furono ricondotte a quegli stessi principi. Ciò abbiamo appreso dagli Etruschi stessi, quegli scritti essi conservano, quelli considerano come la fonte della loro dottrina.

Purtroppo nell’arte figurativa etrusca è difficile riconoscere questo personaggio mitologico; una ipotesi vorrebbe che ne fosse una rappresentazione il c.d. Putto Carrara, una statua votiva rappresentante un fanciullo databile tra IV e III sec. a.C. e proveniente da Tarquinia, conservata ai Musei Vaticani.

Putto Carrara (photo credit http://mv.vatican.va)
Putto Carrara (photo credit http://mv.vatican.va)

Le stele di Francesco Roviello, che spuntano e occhieggiano tra le siepi del giardino creando un affascinante corto circuito tra passato e presente, portano l’eco del nostro personaggio mitologico, in una originale sintesi di mondi diversi, quello umano e quello divino.

Le sculture che popolano il Giardino Ameno
Le sculture che popolano il Giardino Ameno

A questo già suggestivo intreccio di storia, mito e arte si aggiunge infine la natura: laddove ogni particolare è un richiamo all’antico si nasconde infatti, nel giardino, un altro Tagete, quello fiorito nei toni accesi del giallo e arancio.

I fiori di Tagete
I fiori di Tagete

E voi? Siete riusciti a scovare il vostro Tagete tra le aiuole?

Firenze, Museo Archeologico Nazionale: inaugura la mostra “L’ombra di Tagete”

Mercoledì 14 maggio 2014, alle ore 17.00, si inaugurerà, nel Giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, in Piazza Ss. Annunziata 9b, la mostra “L’ombra di Tagete. Sculture di Francesco Roviello”.

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Le opere dello scultore saranno allestite nello storico ‘Giardino Ameno’ del museo, in simbiosi con le antichità etrusche e romane. A partire dal «cane», del 1981, sino ad una selezione di opere recenti, l’Artista ripercorre le tappe principali della sua ricerca.

Nell’occasione verrà presentato il volume “L’ombra di Tagete. Francesco Roviello. Opere 1979-2009”, a cura di Roberto Cresti, edito nel 2013 dalla EUM (Edizioni dell’Università di Macerata), con il contributo di BEYFIN spa.

Oltre all’artista, saranno presenti all’inaugurazione Andrea Pessina (Soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana), G. Carlotta Cianferoni (Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze) e Luciano Modica (Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Firenze).

La mostra, che conta trenta sculture prevalentemente in terracotta, è stata organizzata col contributo di Spagnoli Costruzioni, SEA (Società Edile Appalti) e COSEAMITALIA spa e si avvale del patrocinio della Accademia di Belle Arti di Firenze e del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Macerata.

In occasione dell’inaugurazione verrà presentato anche un video a cura del Laboratorio Multimediale della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, che in questa circostanza si pregia della gentile collaborazione della musicista Giuditta Levi Tomarchio.

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Alcune sculture di F. Roviello nel giardino del MAF

La mostra resterà aperta dal 14 maggio al 29 giugno 2014.

Orari di visita: dal martedì al venerdì, ore 9.00-17.30; lunedì e sabato 9.00-13.00.

In via del tutto straordinaria, grazie al programma di collaborazioni tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e l’Accademia di Belle Arti di Firenze, l’ingresso alla mostra sarà sempre gratuito, ma se dal Giardino Ameno si desidera accedere per la visita al resto del Museo, occorrerà munirsi del biglietto previsto.

Fra archeologia e rose: il Giardino del Museo Archeologico di Firenze

Giardino museo archeologico (2)Chi percorre il tratto iniziale di via della Colonna, fra Piazza Santissima Annunziata e via della Pergola, non può fare a meno di notare il bellissimo giardino che si estende oltre una possente cancellata: e infatti non è raro vedere persone che si bloccano e restano incantate ad osservare la profusione di fiori, presenti praticamente in tutte le stagioni, le erbe aromatiche, gli agrumi, i papiri. Non può che attirare l’attenzione la precoce fioritura delle magnolie, che producono una pioggia candida e soffice all’inizio della primavera, o l’esplosione delle azalee a maggio, o ancora l’arcobaleno degli iris e delle rose, per non parlare del tasso, un vegliardo centenario che sembra dominare tutto il giardino dalla sua posizione centrale. Tuttavia, forse non tutti sanno che questo inaspettato angolo di verde e di pace nel pieno centro cittadino fa parte integrante del percorso espositivo del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

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Il “Giardino ameno” del Palazzo della Crocetta è nominato per la prima volta nel Seicento, quando il luogo era la residenza di Maria Maddalena di Toscana, e da allora ha vissuto molte vite. Nel Seicento, infatti, il giardino era cinto da alte mura e praticamente invisibile dall’esterno, riservato com’era alla sfortunata sorella di Cosimo II e coltivato a vite e agrumi secondo una consolidata tradizione medicea. Successivamente, il disegno delle aiuole fu mutato più volte, ma è a partire dalla fine dell’Ottocento che le mutazioni si susseguono a ritmo incessante. Con la creazione del Museo Archeologico, il giardino fu destinato da Luigi Adriano Milani, primo direttore del Museo, ad accogliere parte delle collezioni, musealizzate all’aria aperta.

Il leone di Val Vidone agli inizi del Novecento
Il leone di Val Vidone agli inizi del Novecento

Da una parte furono sistemate fra i vialetti e sotto le arcate del Corridoio Mediceo le sculture in marmo provenienti dalla Galleria degli Uffizi e quelle che fu possibile recuperare da numerose collezioni private fiorentine, spesso da “luoghi oscuri e nascosti” nelle parole dello stesso Milani. Dall’altra parte, si pensò di raccogliere esempi significativi dell’architettura etrusca, che facessero da ideale contrappunto alle sale del costituendo Museo Topografico Centrale dell’Etruria che si affacciavano proprio sul giardino. All’interno delle sale, infatti, sarebbe stato possibile vedere gli oggetti provenienti dalle diverse città etrusche, mentre all’esterno si sarebbero potuti ammirare i monumenti veri e propri, in linea con quello spirito didattico che caratterizzò tutta l’opera del Milani.

Visita al Giardino, inizi del Novecento
Visita al Giardino, inizi del Novecento

Per questo scopo, vennero dunque smontati e ricostruiti nel Giardino del Museo alcuni monumenti etruschi originali, e apprestate riproduzioni fedeli di altri. Mentre le sculture in marmo di epoca romana, insieme alle sculture etrusche, sono state progressivamente rimosse per motivi di conservazione e in seguito all’ampliamento del Museo Topografico, la maggior parte delle architetture è ancora perfettamente fruibile.

Ad essere rappresentata è soprattutto l’architettura funeraria, con i mutamenti che la caratterizzarono nel corso di quasi mille anni di storia: dalle tombe a pozzetto villanoviane di Tarquinia ai grandi tumuli orientalizzanti di Veio, Casale Marittimo e Vetulonia, fino alle tombe a camera della Necropoli del Crocefisso del Tufo di Orvieto (del VI-V secolo a.C.) e alla straordinaria riproduzione della Tomba Inghirami di Volterra, scoperta intatta nel 1861 e riproposta con le urne originali che documentano gli usi funerari di una famiglia volterrana lungo sei generazioni della sua storia, dalla fine del IV al II secolo a.C.

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D’ora in avanti dunque, se passate per via della Colonna soffermatevi a indovinare fra i fiori questi importantissimi monumenti etruschi… o ancora meglio, venite a vederli!

Il giardino è visitabile usualmente il sabato mattina (salvo maltempo o altri problemi tecnici: per info chiamare lo 055 23575). In occasione delle Giornate del Patrimonio, sabato 28 settembre 2013 sono previste due visite guidate alle ore 10.30 e 12.30. La pianta del giardino con i suoi monumenti è scaricabile dalla nostra area download. Vi aspettiamo!

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Firenze, Museo Archeologico Nazionale: Progetto Nostoi, una performance artistica per la valorizzazione archeologica

Sabato 29 giugno 2013 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ha ospitato ed è anzi stato protagonista di una performance artistica realizzata dai 30 giovani artisti partecipanti ad un cantiere di residenza artistica a Firenze all’interno del Progetto Nostoi – Histoires de retours et d’exodes.

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Nostoi è un progetto europeo di valorizzazione delle aree archeologiche minori del Mediterraneo che ha per obiettivo quello di “far parlare” i siti archeologici attraverso le espressioni della creatività contemporanea. Dialoga tra l’Italia, in particolare la Toscana, e la Tunisia, ed ha come partner Fabbrica Europa per quanto riguarda il lato artistico e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana per quanto riguarda l’ambito archeologico.

Negli scorsi giorni gli artisti, esperti nei diversi ambiti artistici del teatro, della musica, della danza, delle arti performative, erano già venuti in museo per un sopralluogo: guidati dalla direttrice, Dott.ssa Carlotta Cianferoni, avevano avuto modo di fare il loro incontro con l’archeologia – non solo nelle sale espositive, ma soprattutto nel giardino e nel Cortile Romano – e di trarre ispirazione per una performance che potesse raccontare in forme nuove l’esperienza di una visita archeologica.

Sabato mattina lo spettacolo, itinerante, si è svolto tra il Cortile Romano e il Giardino del Museo Archeologico. Carlotta Cianferoni e Michael Marmarinos, il direttore artistico del Cantiere Nostoi, hanno illustrato al pubblico invitato ad assistere e partecipare, gli obiettivi del progetto, che mira a trasformare i dati storici e archeologici che ogni sito rivela in una vera e propria esperienza per il visitatore.

Alcuni momenti della performance di Nostoi tra il Cortile Romano e il Giardino del Museo Archeologico
Alcuni momenti della performance di Nostoi tra il Cortile Romano e il Giardino del Museo Archeologico

Gli artisti hanno inscenato alcune performances studiate appositamente per l’oggetto archeologico che più li ha ispirati: la tomba Inghirami e lo sguardo di chi per primo entrò nella tomba al momento della scoperta; la fontana, la tomba dalla necropoli orvietana di Crocefisso del Tufo, ma anche, nel Cortile Romano, le iscrizioni frammentarie provenienti dagli scavi ottocenteschi di Florentia e addirittura il manuale di metodologia della ricerca archeologica “Storie dalla terra” di Andrea Carandini, pietra miliare negli studi di archeologia.

Il pubblico è stato chiamato ad interagire con gli artisti, diventando esso stesso protagonista dello spettacolo: fin dall’inizio, quando ad alcuni spettatori è stato chiesto “perché vai a visitare i siti archeologici?”, “come immagini la tua visita ideale?” (e alcune delle risposte sono state riportate alla fine dello spettacolo), poi facendoli entrare nelle tombe etrusche ricostruite in giardino nei primi anni del Novecento, coinvolgendoli dunque nell’azione.

La Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana in quanto partner del progetto ha seguito fin dall’inizio e continuerà a seguire lo sviluppo di Nostoi, che si concluderà nel 2014 con la realizzazione di una performance artistica che verrà portata in scena a Populonia e Cosa, in Toscana, e a Cartagine in Tunisia.