Un banchetto lungo migliaia di anni

Quando si guarda indietro di centinaia (a volte migliaia!) di anni, spesso sembra difficile immedesimarsi e capire realtà che apparentemente niente hanno a che fare con il nostro tempo; ma basta poco, la forma insolitamente familiare di un oggetto, una analogia inaspettata nelle abitudini e il passato rivive davanti ai nostri occhi. È proprio quello che accade quando ci troviamo ad avere a che fare col cibo degli antichi, che sia scolpito su una stele o dipinto in un affresco, o, in certi e rari casi, straordinariamente  conservato.

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Una delle locandine del Mibact per la campagna di comunicazione di gennaio

Lo spunto per parlare di cibo (e in particolare quello degli Egizi) nel primo post dell’anno ci viene proprio dalla campagna di comunicazione ministeriale, che ha dedicato il mese di gennaio all’ #annodelciboitaliano, invitando gli utenti a cercare e riconoscere nei musei spunti legati al cibo. Quanti possono infatti immaginare che nel nel Museo Egizio di Firenze siano conservati addirittura pani e ceste di datteri, perfettamente essiccati grazie al clima caldo e asciutto del deserto?

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Un cestino di frutti della palma dum (a sinistra) e una forma di pane (a destra)

Gli antichi egizi credevano che il defunto, una volta riuscito a fare il suo ingresso nel regno di Osiride, avrebbe avuto bisogno di tutto ciò di cui disponeva in vita per poter tranquillamente condurre la sua esistenza ultramondana; quindi una casa, gli arredi, i servitori e, soprattutto, il cibo. Il cibo era provvisto dai parenti, che spesso sono rappresentati sulle stele mentre, in processione, recano le offerte alimentari; gli alimenti sono anche rappresentati disposti sulle tavole, in eccezionale abbondanza, davanti ai defunti seduti in trono.

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Due stele con rappresentata la tavola delle offerte: vi si distinguono pani di diverse forme, volatili, arti di bovino, verdure.

Talvolta si mettevano invece nella tomba statuette di servitori intenti nella preparazione di un cibo, un atto che magicamente si sarebbe rinnovato per l’eternità: così le serve che macinano la farina per preparare il pane o intente nella preparazione della birra, che costituiva un elemento fondamentale nella dieta, assai più del vino o di altre bevande.

Donne intente nella preparazione della farina (a sinistra) e nella spremitura dei pani di orzo per la preparazione della birra (a destra)

La birra che si beveva in Egitto era diversa da quella attuale; si otteneva a partire dalla fermentazione di pani di farina d’orzo, frantumati, imbevuti di succo di datteri e lasciati immersi in contenitori di terracotta. Successivamente i pani venivano strizzati e il liquido filtrato (proprio l’operazione a cui si dedica la nostra statuetta), oltre che modificato con l’aggiunta di aromi e spezie.

L’alimentazione degli antichi egizi non doveva poi differire troppo dalla nostra: vi erano la carne, prevalentemente di volatili (anche appositamente allevati), e il pesce pescato nel Nilo, che sostituiva la carne per chi non poteva permettersela (proprio il contrario di ciò che accade oggi!).

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Scena di pesca (a sinistra) e dettaglio di una stele con rappresentazione di un allevamento di anatre (a destra)

Molto abbondante era la varietà di frutta e verdura: fichi, uva, meloni, e poi cavoli, porri e cipolle, lattuga. Così come oggi, erano diffusi anche il latte (sia bovino che ovino) e tutti i suoi derivati. Sulla tavola accompagnava sempre tutto il pane, che era cotto in una grande varietà di forme e dimensioni.

Naturalmente, però, non tutti questi cibi comparivano in contemporanea sulla tavola di ogni giorno; le immagini che noi abbiamo vanno filtrate, perché fanno sempre riferimento a situazioni particolari, rituali e cerimonie, in cui il pasto deve necessariamente essere connotato da ricchezza e abbondanza. Del resto, anche oggi, nella sempre più diffusa abitudine di immortalare i propri pasti, non è forse vero che coinvolgiamo quelli delle occasioni speciali piuttosto che le sbrigative e frugali abitudini giornaliere?

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Pegaso, dall’Olimpo al gonfalone toscano: #ilmitonellarte al MAF

Mythos in greco significa racconto. Le favole di Esopo terminavano sempre con la locuzione “ho mythos deloi hoti…“, cioè “il racconto dimostra che…” a cui faceva seguito la ben nota morale. La parola mito indica però anche i racconti per eccellenza, quelli che narrano le vicende, oltre che di animali e comuni mortali, degli dei e degli eroi. È questo che intendiamo noi oggi per mito, ed è questo il tema prescelto per la campagna di comunicazione del Mibact del mese di dicembre, #ilmitonellarte. Tra le tante storie incise e dipinte nei reperti conservati al museo, c’è un’immagine che, discreta e silenziosa, ci segue e ci accompagna dai tempi antichi fino ad oggi. Si tratta di Pegaso, il cavallo alato figlio di Medusa, nato dal suo sangue nel momento fatale della decapitazione ad opera di Perseo.

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Pegaso (anzi, due Pegasi!) che salta fuori dal collo di medusa su una oinochoe etrusca del VI sec. a.C.

Pegaso al MAF lo troviamo come bronzetto, lo vediamo dipinto sui vasi, e la sua presenza è sensibile persino nella sala della Chimera, che dal basso lo fissa nell’ultimo, disperato, tentativo di difesa.

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La Chimera che guarda verso l’alto e il bronzetto di Pegaso

Fuori dal museo, un Pegaso rampante in campo rosso è il simbolo della Regione Toscana, immagine elegante sinonimo di libertà e saldo legame con la più recente storia nazionale.

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Ma perché proprio il cavallo alato? Al momento di dover scegliere, nel 1970, lo stemma e la bandiera della regione, fra le tante proposte che si richiamavano al suo illustre passato (tra cui, ironia della sorte, c’era anche la Chimera!) fu preferito invece di rifarsi a quello che era stato, sul volgere della Seconda Guerra Mondiale, il simbolo del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, l’articolazione regionale della guerra di liberazione che in qualche modo prefigurava la Regione Toscana in quanto istituzione della Repubblica.

Perché il C.T.L.N. avesse poi optato proprio per la figura di Pegaso è presto detto: il mito del divino cavallo alato, nelle versioni più antiche così come nelle rielaborazioni tarde, è infatti costantemente connesso con la liberazione dagli oppressori. La nascita di Pegaso è dovuta all’uccisione di un mostro; è il fedele compagno di Bellerofonte, che uccide un altro mostro simbolo di barbarie e incività (e abilmente usato già dai Medici a scopo propagandistico); nelle rielaborazioni medievali del mito viene cavalcato anche da Perseo, che in groppa all’animale salva Andromeda dalla creatura marina che avrebbe dovuto divorarla.

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Gemma romana con Bellerofonte a cavallo di Pegaso e la Chimera

Pegaso dunque, al pari dei tirannicidi e degli eroi salvatori e civilizzatori, è un simbolo di libertà ancora attuale, un’icona rifunzionalizzata e veicolata dall’arte attraverso le epoche, fino al nostro immaginario contemporaneo.