#danzaconlarte al MAF: il dinos campana con i danzatori

Anche in questo post, come nel post precedente, dedicato alla geranos rappresentata sul vaso François, parliamo di danza nell’arte antica. Lo facciamo, ancora una volta prendendo spunto da un vaso della collezione del museo.

Il dinos campana attribuito a The Ribbon Painter, Firenze, Museo Archeologico Nazionale, 540-520 a.C.

Esso è esposto, in una vetrina tutta per sé, al II piano del museo; non è un vaso particolarmente grande, e serviva per mescolare l’acqua e il vino durante i banchetti degli aristocratici etruschi di Cerveteri. Tuttavia non è un vaso di produzione etrusca. Su di esso sono rappresentati dei danzatori a vernice nera che ne movimentano la superficie.

Questo manufatto appartiene ad una categoria poco diffusa, quella dei dinoi campana. Il dinos è per l’appunto un vaso utilizzato nel banchetto. Si chiama così perché in greco la parola dine, che significa girandola, indica il senso della tornitura e una sorta di impressione a girandola sul fondo dovuta proprio al segno lasciato dal tornio. Il nome Campana deriva invece dal Marchese Giovanni Pietro Campana che per primo collezionò oggetti di questo tipo e li identificò come classe a sé. Il Marchese Campana fu, nel corso dell’Ottocento, un grandissimo collezionista di antichità: sculture, vasi greci, gioielli antichi; verso la fine della sua carriera, però, caduto in disgrazia, gli fu confiscata l’intera collezione dallo Stato Pontificio; essa fu dispersa tra numerosi musei esteri (in primis il Louvre) e italiani, tra cui anche il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Tuttavia il dinos campana del nostro museo non appartenne alla collezione Campana, ma faceva già parte delle collezioni medicee e granducali.

I ballerini sul corpo del vaso: ognuno compie un movimento diverso

La storia del dinos campana è interessante. Esemplari di questa tipologia di vasi sono stati rinvenuti soltanto in corredi e tombe di Cerveteri: i ricchi aristocratici di Caere (in lingua etrusca Kaisra) amavano esibire proprio questo tipo di vasi, e non altri, al centro del banchetto. La produzione di essi però non si colloca né a Cerveteri e dintorni, né tantomeno in Etruria, ma addirittura nel Nord della Ionia, ovvero in quella parte della Turchia nordoccidentale in cui un tempo sorgevano le città di Focea e Clazomene: qui pochi artigiani lavorano tra il 540 e il 520 a.C. producendo questi manufatti che sono acquistati principalmente dalle classi artistocratiche di Cerveteri. Il nostro vaso, in particolare, viene attribuito al pittore noto come The Ribbon Painter, il cui marchio distintivo è un nastro attorcigliato sul fondo del vaso; nel nostro esemplare al posto del nastro si alternano fiori di loto a foglie dalla forma a cuore.

Sul vaso è rappresentata una scena di danza piuttosto dinamica: 11 giovani ballerini nudi sono raffigurati in pose molto vivaci tutte differenti le une dalle altre; non è stato rappresentato un ballo di squadra, perché ognuno sembra seguire una sua precisa coreografia con una movenza specifica. I ballerini hanno mani allungate e braccia lunghissime, cosce grosse, caviglie sottili e piedi allungati: la resa anatomica è semplificata, ma efficace e rende l’idea di corpi sinuosi che si muovono ritmicamente a passo di danza. Gli occhi a mandorla dei loro volti sono l’indizio definitivo che ci rivela la provenienza dall’area orientale dell’Egeo dell’artista.

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One thought on “#danzaconlarte al MAF: il dinos campana con i danzatori

  1. Il breve saggio è esemplare per la completezza e la chiarezza delle informazioni su di una tipologia di vasi particolare sia per la provenienza che per la località dei ritrovamenti

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